Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Lucia di Lammermoor di Donizetti al Teatro Verdi di Trieste: la malattia delle donne vergini.

La prossima settimana torna al Teatro Verdi di Trieste la Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, perciò una volta di più è il momento della cosiddetta divulgazione semiseria, categoria particolarmente presente in questo non luogo virtuale di cui sono squallido tenutario (strasmile).

Natalie Dessay (ph. Ken Howard)


Di là delle consuete banalità d’apertura vale la pena dare un’occhiata più da vicino a questo straordinario capolavoro, cominciando  dalla fonte letteraria dalla quale Salvatore Cammarano ricavò il libretto, e cioè The Bride of Lammermoor di Walter Scott, un romanzo pubblicato nel 1819.
Romanzo storico, è il caso di puntualizzare, perché Scott è considerato l’inventore di questo genere letterario che ebbe una grandiosa diffusione e che tanti spunti ha dato al teatro lirico. Si consideri solo quante sono le opere in cui vicende private, di solito amorose, si svolgono in un contesto ambientale e politico preciso e documentato.
Cammarano, per rendere più adatto al linguaggio dell’opera lirica la trama, apportò modifiche sostanziali al testo originale togliendo alcuni personaggi e mettendo in risalto determinate situazioni, tanto che si produsse in questa excusatio non petita al momento della prima edizione del libretto:

La promessa sposa di Lammermoor, istorico romanzo dell’Ariosto scozzese, mi parve subbietto più che altro acconcio per le scene: però non deggio tacere, che nel dargli forma drammatica, sotto cui oso presentarlo, mi si opposero non pochi ostacoli, per superare i quali fu mestiere allontanarmi più che non pensava dalle tracce di Walter Scott.

Nella Lucia di Lammermoor c’è una scena fondamentale, divenuta ormai parte dell’immaginario collettivo: la scena della pazzia.
Sarebbe troppo lungo e noioso analizzare nei particolari questo momento, ma è giusto ricordare come le scene di follia siano presenti in altre opere, anche dello stesso Donizetti che quasi sadicamente si specializzò in questo campo (smile), forse presagendo la sua di demenza, causata da una malattia innominabile (che però io nomino perché sono una bestia: la sifilide) che lo portò alla fine.
Tra le più famose ricordo almeno le scene dal Pirata, la Sonnambula e i Puritani di Bellini sino al Macbeth di Verdi. E ne tralascio davvero tante, alcune anche non immediatamente riconoscibili come tali perché opportunamente mascherate dai compositori. Per esempio, nel mio personalissimo leporello – e mi scuseranno i critici ortodossi – anche il Liebestod di Isolde può considerarsi come tale.
Proprio questa scena è particolarmente amplificata nell’opera, mentre nel romanzo Scott si limita a far trovare Lucia lacera e insanguinata in un angolo del castello.
Il fatto è che col passare dei secoli quella di Lucia è diventata la scena della pazzia per antonomasia, anche se in realtà non è la prima né l’ultima e, forse, neanche la più bella ed emozionante dal punto di vista musicale.
Una cosa è certa e cioè il teatro, anche quello di prosa, ha sempre lucrato molto sull’impatto emotivo della rappresentazione della pazzia, in cui si sono cimentati attori e cantanti da sempre.

Philippe Pinel

C’è anche un’altra ragione, che definirei pruriginosa, che ha reso l’argomento follia femminile piuttosto popolare ed è proprio all’inizio dell’Ottocento che si comincia a girarci intorno in questi termini: alcuni studiosi associarono alcune forme di alienazione mentale, in particolare l’isteria, detta anche la malattia delle vergini, alle donne. Un’argomentazione chiaramente sessista sostenuta per esempio dallo psichiatra francese Philippe Pinel il quale, bontà sua, sosteneva che la malattia era prerogativa di fanciulle eccessivamente sensibili, delicate, linfatiche, fragili. Parole che oggi gli costerebbero una credo meritata lapidazione mediatica. Per sua fortuna all’epoca non esistevano i social network (strasmile)!
Comunque, la fragilità emotiva in generale ben si attaglia all’immagine che tutti abbiamo della tipica eroina (proto)romantica, così si può definire la nostra Lucia di Lammermoor.
Originariamente Donizetti previde che Lucia fosse accompagnata, nella scena cruciale, dalla glassarmonica, strumento il cui suono caratteristico era stato associato dagli studi del tempo a disturbi e problemi nervosi. Solo in seguito, nella prassi esecutiva, la glassarmonica fu sostituita dal flauto.
La prima interprete di Lucia fu il famoso soprano Fanny Tacchinardi Persiani, la cui voce fu considerata – cito i sacri testi –  d’estensione, dolcezza e ricchezza di vibrazioni straordinarie, la cui inusitata potenza è governata e controllata con incredibile facilità.
Nientemeno.

Gilbert Duprez

Addirittura mitico il primo interprete di Edgardo, coprotagonista maschile: Gilbert-Louis Duprez, passato alla storia come inventore del do di petto, che significa una nota cantata a piena voce e non come – sembra – fosse costume prima di lui, in falsettone.
La conferma che di romanticismo già avanzato si tratta ce la dà sì la provenienza del libretto, appunto The bride of Lammermoor di Scott, ma soprattutto una semplice osservazione della trama e dei topoi dell’opera, che ricalcano i grandi temi romantici più ricorrenti.
Infatti, troviamo l’antagonismo tra famiglie rivali (Ashton e Ravenswood), gli omicidi e suicidi per amore, il delirio della protagonista causato dal matrimonio imposto per convenienza. E ancora la follia vista come una specie di sublimazione, redenzione e fuga dalla realtà, la “speranza” di rivedere l’amato/a nell’aldilà.
Il tutto immerso in un’atmosfera notturna e brumosa, in cui appaiono e scompaiono fantasmi dal passato – si pensi alla sortita di Lucia (Regnava nel silenzio), quando crede di vedere una sua antenata uccisa da un avo di Edgardo – che fanno presagire sviluppi inquietanti di una vicenda che è comunque a tinte foschissime, da tragedia greca.

La follia di Kate

E a proposito di pazzie, nel 1807 il pittore Johann Heinrich Füssli ne diede la sua versione “romantica”, che oggi è riconosciuta come paradigmatica.
Alcune curiosità su quest’opera di Donizetti.
Il debutto, che avvenne il 26 settembre 1835 al San Carlo di Napoli dopo qualche peripezia dovuta a questioni finanziarie, fu un successo indiscutibile, al contrario di molte altre occasioni in cui critica e pubblico presero dei clamorosi granchi: cito solo la Norma di Bellini (fiasco, fiasco, solenne fiasco), ma ce ne sarebbero a decine da La traviata a Carmen ecc ecc.
E a proposito di granchi, ricordo che Saverio Mercadante (musicista di cui oggi abbiamo praticamente perduto le tracce, purtroppo) apostrofò come Dozzinetti il compositore bergamasco, riferendosi a una sua presunta volgarità di linguaggio musicale.
E, a dire il vero, con la sua attività frenetica Donizetti si esponeva a queste critiche: prima della Lucia di Lammermoor aveva già composto più di quaranta opere!
Il soggetto di Scott attirò l’attenzione di altri musicisti, tanto che prima del debutto del lavoro donizettiano le toccanti vicende di Lucia furono messe in scena ben quattro volte.

Ecco la sequenza dei titoli in ordine cronologico:

 1)      Le nozze di Lammermoor di Michele Carafa, Parigi 1829

2)      La fidanzata di Lammermoor di Luigi Rieschi, Trieste 1831

3)      La sposa di Lammermoor di Ivan Frederik Bredal, Copenhagen 1832

4)      La fidanzata di Lammermoor di Alberto Mazzucato, Padova 1834

Evidentemente ci sarà un motivo se di questi lavori, anche di discreto successo a quei tempi, nessuno dice più nulla. Della Lucia di Donizetti, invece – e forse è l’investitura più solenne e convincente dal punto di vista culturale –  si parla in due tra i più grandi romanzi di sempre, e cioè Madame Bovary di Flaubert e Anna Karenina di Tolstoj.
E ne riparleremo anche qui, ex post.

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5 risposte a “Lucia di Lammermoor di Donizetti al Teatro Verdi di Trieste: la malattia delle donne vergini.

  1. lapodelapis 18 marzo 2018 alle 8:16 pm

    mi piace la versione di fats waller.

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