Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria di Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti al Teatro Verdi di Trieste: trionfa il tenore Piero Pretti.

Ok, nonostante le stampelle ce l’ho fatta a seguire anche questa produzione del Teatro Verdi di un lavoro che amo moltissimo. Consiglio a tutti di andare a vedere l’opera perché è davvero ben cantata e ottimamente diretta. L’allestimento di Giulio Ciabatti è bello e intelligente, insomma non mancate e se avete voglia lasciate qui la vostra opinione, così posso tracciarvi e vendervi una collana in soli 24 volumi in cui ho raccolto le mie recensioni (strasmile).

Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti è una delle opere più amate del repertorio e, per quanto non sia certo una rarità nel cartellone dei teatri, il pubblico risponde sempre affollando il botteghino.
Il Teatro Verdi di Trieste ha riproposto il lavoro del compositore bergamasco nell’allestimento già visto nel 2011 firmato da Giulio Ciabatti e perciò ribadisco ciò che scrissi a suo tempo:

Lo spettacolo del regista Giulio Ciabatti è ben concepito nella sua sobria e scabra eleganza.
La vicenda si svolge su di una scena fissa rappresentata da un piano inclinato che simula un terreno aspro e pietroso dove si muovono – con qualche impaccio e cautela per il rischio d’inciampare – i protagonisti e il Coro. Sullo sfondo, facendosi strada tra le nuvole, appare la luna.
A questo impianto di base Ciabatti aggiunge pochi elementi che caratterizzano i diversi momenti dell’opera: la vasca di una fontana nella sortita di Lucia, un quadro, un leggio e una porta nella scena della maledizione, un paio di pietre tombali nel finale.
Allestimento minimalista ma curato e magnificamente realizzato dalle bellissime scenografie di Pier Paolo Bisleri.

Nella contingenza non sono segnalati in locandina i nomi dei responsabili dei costumi e delle luci, ma a memoria direi che non è cambiato nulla rispetto al 2011: ottima realizzazione nel solco di uno spettacolo tradizionale nella migliore accezione del termine.
La novità è che questa produzione, per fortuna, non è stata mutilata da irresponsabili tagli alla partitura come accadde la volta scorsa; ci sono quindi sia la scena della torre e il duetto nella terza scena del primo atto tra Raimondo e Lucia.
Motivo in più per essere grati a Fabrizio Maria Carminati, il quale mi è sembrato protagonista di una lettura davvero rimarchevole della partitura donizettiana, mettendone in luce la profonda vena drammatica senza soffocare le molte pause elegiache improntate a quello stile nobilmente larmoyant che la caratterizza. E così se da un lato sono emersi chiari gli elementi portanti della vicenda – la virile rivalità tra Enrico ed Edgardo e lo straziante smarrimento di Lucia – non sono certo state trascurate le mille sfumature che ricordano una Natura che assiste muta ed impotente testimone agli avvenimenti. Agogiche stringenti e dinamiche calibratissime hanno assicurato un passo teatrale omogeneo e, allo stesso tempo, messo in condizione i cantanti di esprimersi nelle migliori condizioni possibili.
L’Orchestra del Verdi ha risposto in pieno e con grande incisività e precisione alle sollecitazioni del direttore, brillando in tutte le sezioni, comprese quelle più a rischio per gli attacchi scoperti. Ottimo il rendimento, tra gli altri, del primo flauto e dell’arpa.
Molto bene anche il Coro che ha trovato accenti di grande suggestione nel finale oltre che gioiosa brillantezza nella scena della festa di matrimonio.
Sulla prestazione di Aleksandra Kubas-Kruk, Lucia, si potrebbe scrivere molto.
Il soprano è sembrata animata da eccellenti intenzioni interpretative (credo che Ciabatti abbia curato molto il suo personaggio), ha uno strumento adatto alla parte ma purtroppo ha sporcato una prestazione di buon livello con due acuti completamente fuori fuoco proprio là dove tutti attendono le interpreti di Lucia e cioè nella grande scena della pazzia. Ora, dal mio punto di vista ciò che conta è la prestazione complessiva, perciò ritengo che l’artista abbia ben risolto il personaggio nonostante gli incidenti di cui sopra. Tra l’altro mi pare che la dizione e la pronuncia siano migliorate di molto rispetto all’anno scorso (fu interprete di Gilda e Amina) e il fraseggio sia più consapevole e incisivo. Sono certo che nelle prossime recite anche le criticità, forse dovute anche all’emozione della prima, saranno risolte.
Bravissimo Piero Pretti nei panni di Edgardo, di cui ha colto con vigore sia gli slanci eroici sia i ripiegamenti più intimi e meditativi con una voce di bel colore, un’emissione sana e una linea di canto impeccabile, oltre che con una recitazione sobria e calibrata. Virilmente affettuoso nel duetto del primo atto, rovente nella scena della maledizione, sicuro nel declamato ed elegiaco e commovente nel finale. In particolare ho apprezzato come il tenore abbia dato risalto a quella che considero una delle scene più belle dell’intero melodramma italiano e cioè il recitativo Tombe degli avi miei e la successiva aria Fra poco a me ricovero, cesellate con dizione scolpita e ampia tavolozza di colori e premiata da un lungo applauso a scena aperta dal pubblico. Per quello che vale il mio parere considero la sua prestazione come una delle migliori degli ultimi anni sul palcoscenico triestino.
Bravo anche Devid Cecconi nella parte di Enrico che gli si addice per temperamento e vocalità. Il timbro è scuro, schiettamente baritonale e gli acuti escono sicuri e penetranti. Inoltre, la prorompente fisicità gli consente di accentuare la volontà di dominio psicologico su Lucia, che è uno degli snodi drammaturgici più significativi dell’opera. Ottima la sua prova anche nel testosteronico duetto al calor bianco con Edgardo.
Il basso Carlo Malinverno, nell’ambito di una prova positiva, ha palesato qualche piccolo affanno nelle note più alte della parte di Raimondo ma alla fine credo che si possa definire risolto un personaggio che ha qualche tratto di ambiguità.
Buona la prestazione del tenore Giuseppe Tommaso negli scomodi panni dello sposino Arturo e bene si sono comportati anche Giovanna Lanza, Alisa di lusso, e Andrea Schifaudo, convincente Normanno.
Il pubblico ha apprezzato tutta la compagnia di canto e in generale questa produzione, acclamando intensamente tutti i protagonisti e tributando un trionfo a Piero Pretti, Devid Cecconi e Fabrizio Maria Carminati.

9 risposte a “Recensione semiseria di Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti al Teatro Verdi di Trieste: trionfa il tenore Piero Pretti.

  1. petrossi 25 marzo 2018 alle 9:39 pm

    Alla domenicale. Emozionante il duetto tra i due protagonisti, uno dei punti più alti nelle interpretazioni al Verdi in questi anni. Che mezze voci del tenore… In loggione grande partecipazione. Pazzia misurata senza strafare, con un grido strozzato all’acuto che abbiamo interpretato come richiesto dalla regia. La scena della pazzia, senza il sangue nei vestiti che spesso si vede, ha talmente emozionato che in loggione c’è chi ha voluto allentare la tensione con qualche battuta “Per forza la xe diventada màta, i ga volù che la metessi quel vestito bianco che no la voleva meter!” Una questione di moda, grave quasi come le questioni di amore. In sintesi, da vedere due volte. Magari nel futuro ci fossero sorprese così!

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    • Amfortas 26 marzo 2018 alle 8:14 am

      Furio, ciao.
      Sono contento che la recita sia andata bene e confermo anche che si tratti di una delle migliori performance degli ultimi anni dal punto di vista vocale. Mi preoccuoa (si fa per dire) che la Aleksandra abbia steccato di nuovo…dubito fortemente che sia stata un’indicazione di regia 😉 .
      Però ti dirò che tra i fotografi dilettanti come me gira un motto: una foto mossa è un errore, due è un errore grave, tre sono uno stile. Chissà 🙂
      Mia moglie non si volle sposare in bianco e la scena della pazzia durav da 40 anni perciò non credo che la scelta del colore c’entri molto…
      Ciao e grazie 🙂

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  2. Emma 25 marzo 2018 alle 11:31 pm

    Visto sabato, con il secondo cast: Lucia molto aggraziata e ben calata nella parte ma, soprattutto all’inizio, mi è sembrata un po’ deboluccia.

    Due cose mi hanno dato un po’ fastidio : il “terreno accidentato” su cui tutti dovevano muoversi rischiando pure di inciampare e che alla vista appariva luccicante come tanti fogli di plastica messi alla rinfusa sul palcoscenico e poi le tre ragazze che si dimenavano attorno a Lucia mi hanno fatto pensare alle streghe del Macbeth…
    Comunque alla fine e anche a scena aperta grandi applausi per tutti e tanta emozione

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    • Amfortas 26 marzo 2018 alle 8:21 am

      Emma, buongiorno! Lei mi parla quindi del secondo cast di cui ho sentito magnificare la prova di Olga Dyadiv, che però non l’ha convinta del tutto.
      Sul terreno accidentato credo che si possa essere d’accordo, era piuttosto impegnativo per i cantanti non inciampare ma l’allestimento, nel complesso, mi è piaciuto. Giulio Ciabatti ha gusto ed eleganza e li trasmette nelle sue regie. Le tre streghe del Macbeth consideriamole come un volo pindarico, secondo me non davano poi così fastidio e comunque, volendo, si può trovare loro un senso metaforico.
      Grazie per il passaggio! Paolo

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  3. illeguleio 28 marzo 2018 alle 10:26 am

    Vista domenica con il cast principale e rivista ieri sera, con il cast principale ma con la soprano del cast alternativo (Olga Dyadiv) per una sostituzione all’ultimo: lo ammetto, sono tornato quasi esclusivamente per risentire l’ottimo Piero Pretti (oltre che un’opera sempre assai bella).
    Devo dire che è stato piacevole anche poter ascoltare Olga Dyadiv, la quale ha messo in scena una buona Lucia (anche in considerazione della veramente giovane età), talvolta (non me ne voglia) centrando alcune note con maggior naturalezza della soprano del primo cast (che è risultata comunque convincente nel complessivo, nonostante quell’acuto strozzato nella scena della follia davvero brutto).
    Sul resto del cast mi trovo pienamente in accordo con la recensione.
    Felice che l’edizione sia stata presentata senza tagli (sarebbe stato un peccato non godere del duetto d’apertura del terzo atto, dove Cecconi e Pretti han mostrato una buonissima affinità canora).
    Regia fortunatamente morigerata (come ha detto il regista all’incontro con il pubblico, alcune Lucie escono in scena nel terzo atto come fossero appena state dal macellaio), ma pavimentazione decisamente scomoda per gli artisti (anche durante gli applausi finali han dovuto avanzar con passo assai incerto).
    Comunque fossero tutte così le opere al Verdi sarei un ascoltatore felice (ripensando ad altre rappresentazioni di questa stagione sul capo mio le chiome sento rizzarsi ancor).

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    • Amfortas 28 marzo 2018 alle 1:01 pm

      Leguleio, ciao. Sono contento del buon esito della recita di ieri, confermato anche da altre persone con le quali ho parlato stamattina. Ho ascoltato anche la registrazione dell’urlo di domenica pomeriggio (argh!)…probabilmente la scelta del secondo soprano è dovuta alla stecca reiterata.
      Per il resto concordo con te e, non dovrebbe essere necessario ma di questi tempi non si sa mai, è stato bello ricordarsi che la lirica è canto in primo luogo. Sul resto, quasi sempre, si può chiudere un occhio.
      Ciao e grazie!

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  4. Pier 1 aprile 2018 alle 12:37 pm

    Carissimo, il turno E mi ha salvato dal dover soffrire per la disfatta rossonera e invece mi ha permesso di godere dell’ultima rappresentazione della Lucia, veramente remunerativa. Ho visto l’ultima recita, avrei dovuto avere i titolari ma invece il lodato Pretti era stato escluso dalla programmazione e la Kubas-Kruk sostituita all’ultimo momento dalla brava Olga Dyadiv (ehm). Niente male, tutti molto bravi. In particolare ovazione di due minuti per la giovane soprano ucraina (?) dopo un’esibizione di tecnica pura in occasione della scena della follia. Per me ci ha messo anche il cuore e, anche se non ancora del tutto “fluida” nei vari passaggi, perfetta nella parte e godibilissima nell’ascolto. Non so com’era Pretti, ma anche Francesco Castoro (mi pare anche lui sulla scena da pochi anni) ha cantato bene, con diligenza e passione. Per gli altri concordo con il tuo giudizio. Benissimo il coro, che qui ha proprio il ruolo di “coro greco” intervenendo spesso nella vicenda.
    Unico appunto (ma vedo di non essere il solo) alla scenografia. Anch’io preferisco una messa in scena minimale piuttosto che sbagliata. Ma in questo caso il piano inclinato, che somigliava all’arrivo in semipendenza della ferrata Sartor sul Peralba, ha fatto camminare tutti sulle uova (e non in senso metaforico). Credo che una scena oltre che piacere (de gustibus non disputandum) debba essere anche funzionale e premettere i logici movimenti agli attori.
    Comunque prolungati e meritati applausi alla fine con un loggione comunque pieno poco più della metà.
    Auguroni di buona Pasqua

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    • Amfortas 1 aprile 2018 alle 5:56 pm

      Pier, ciao. Partiamo dai tenori: tra Pretti e Castoro c’è una grande differenza di esperienza. Il primo è ormai un tenore affermato mentre il più giovane Castoro è praticamente un debuttante, me ne hanno parlato molto bene e da due parole che gli ho sentito dire mi pare un ragazzo in gamba,
      I due soprani avevano pregi e difetti: mentre la Aleksandra ha una voce più matura e un fraseggio più consapevole, Olga ha acuti e sovracuti “in tasca” ma una voce piuttosto flebile nella sona medio grave. Entrambe hanno ampi margini di miglioramento. Cecconi canta ovunque e delude mai o quasi.
      Il Coro è in crescita artistica ma è sicuramente un punto di riferimento. L’Orchestra del Verdi, se ben guidata – e qui era così – teme pochi confronti anche in questo repertorio. Carminati ha “svoltato” da qualche anno a questa parte.
      Quanto alla regia, siccome ho il piacere di conoscere Giulio Ciabatti, gli ho chiesto qualche delucidazione su come ha preparato il personaggio di Lucia perché m’era parso di cogliere alcuni tratti molto realistici nella caratterizzazione della sua nevrosi: ne ho avuto conferma. Giulio mi ha detto che ha ripreso alcuni gesti di persone autistiche o comunque disagiate psicologicamente. Ne ha esperienza per aver lavorato anche all’ex manicomio.
      A me questa regia, minimalista, curata, è piaciuta molto. Certo, qualche attenzione i cantanti hanno dovuto avere per la pendenza, ma nulla in confronto a certi gesti acrobatici che ho visto fare in altri teatri in produzioni anche eccellenti.
      Insomma, auguei anche a te e speriamo bene per il prossimo Mozart. Che non è risorto ma, porca miseria, l’avrebbe meritato.
      Ciao e grazie 🙂

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