Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione abbastanza seria di Così fan tutte di Mozart al Teatro Verdi di Trieste: buona la prima.

Ok, ormai lo sapete. Io vorrei un teatro diverso a Trieste, più vivo e movimentato, ma sembra che non sia possibile. Moriremo teatralmente democristiani, con allestimenti che non dicono nulla di nuovo e vogliono, al contempo, accontentare tutti.
Pazienza, perché tanto Mozart resta Mozart!

Così fan tutte di Mozart è tornato a Trieste dopo quindici anni di assenza con una produzione proveniente dal Festival di Spoleto firmata da Giorgio Ferrara per la regia, qui ripresa da Patrizia Frini.
L’allestimento si caratterizza per una scena fissa di sobria eleganza, che rappresenta uno scorcio del Golfo di Napoli visto in prospettiva tra due palazzi. Alcuni camerieri/figuranti aggiungono via via pochi elementi scenici che trasformano lo spazio centrale in un salotto patrizio e poi in un giardino; sullo sfondo ormeggiano alcuni velieri. Sempre incombono minacciosi nuvoloni che accompagnano la nota vicenda di quest’opera di Mozart tanto bistrattata a suo tempo per il libretto e in qualche modo rivalutata solo negli ultimi decenni.
L’ambientazione è quella ortodossa, nel senso che la scenografia geometrica e imponente di Dante Ferretti e i costumi di Francesca Lo Schiavo sono di evidente ispirazione settecentesca. L’insieme è complessivamente gradevole anche se, duole dirlo, gli abiti di Ferrando e Guglielmo in versione burloni sono di bruttezza indimenticabile.
Belle le luci di Daniele Nannuzzi che hanno dato discreta tridimensionalità e interessanti cromatismi alle scene.
Purtroppo, di là dell’eleganza formale, di regia vera e propria se ne vede poca, nel senso che non si capisce perché, nel 2018, un’opera che si caratterizza per la continua e ipercinetica mutevolezza di sentimenti e per un reiterato gioco degli equivoci debba essere messa in scena in modo statico, con i cantanti spesso immobili al proscenio: Come scoglio, appunto.
Staticità che, tra l’altro, stride non poco anche con le scelte agogiche di Oleg Caetani, il quale impone un passo spedito – sin troppo, qualche volta – alla narrazione. Di conseguenza alcune oasi melodiche purissime (il sublime terzettino del primo atto e l’incantevole Aura amorosa) scivolano via in modo piuttosto superficiale e appiattite nelle dinamiche. Apprezzabile invece che Caetani bandisca ogni eccessivo languore e sdolcinatezza da una partitura che, seppure con grazia tipicamente mozartiana, esprime sentimenti forti e impetuose passioni.
L’Orchestra del Verdi, di là di qualche sbavatura inevitabile negli spettacoli dal vivo, risponde con la consueta compattezza e precisione. Incisivo anche il Coro, per l’occasione in buca, nei suoi brevi interventi.
Karen Gardeazabal, Fiordiligi, è sembrata complessivamente convincente in una delle parti sopranili più difficili del repertorio mozartiano, per quanto abbia palesato alcune difficoltà nella prima ottava riscattate da un registro centrale sonoro e da acuti magari non lucentissimi ma efficaci. Discreta la presenza scenica e buone sono parse dizione e pronuncia.
Efficace anche la caratterizzazione di Aya Wakizono nei panni di Dorabella. Il mezzosoprano conta su di una voce di bel colore brunito e un’emissione omogenea che le consente una linea di canto pulita. Anche dal lato attoriale mi è sembrata coinvolta, soprattutto grazie a una mimica misurata ed elegante che ha contribuito a tratteggiare il personaggio di giovanile e briosa malizia.
In linea con la tradizione interpretativa più nota, Giulia Della Peruta ha impersonato una Despina scoppiettante e agile, spigliata nel canto e nella recitazione.
Il Don Alfonso di Abramo Rosalen è mancato, a mio parere, di quella personalità ed eloquenza che dovrebbero essere la cifra significativa di un carattere che è il motore della vicenda. Nonostante ciò, l’attenzione alla parola scenica e il fraseggio gli hanno consentito un rendimento comunque più che sufficiente, considerata anche la circostanza che la regia lo ha tenuto quasi sempre ai margini dell’azione.
Ho rivisto con piacere Vincenzo Nizzardo, baritono dotato di voce gradevole e disinvoltura attoriale che mi è sembrato trovarsi molto bene nei panni di Guglielmo, di cui ha colto con arguzia gli umori tipici dei personaggi di mezzo carattere, sempre in bilico tra il moderatamente buffo e il quasi serio.
Di Giovanni Sebastiano Sala, Ferrando, ho apprezzato particolarmente la voce virile, di bel colore, lontana per fortuna da certa tradizione che vorrebbe i tenori mozartiani ridotti a cicisbei sbiancati nel timbro. Buona la sua esecuzione dell’aria del primo atto, mentre nell’invettiva (Tradito, schernito), diciamo così, del secondo mi è sembrato un po’ affaticato.
Il pubblico, numeroso ma non tanto da affollare il teatro, ha accolto con simpatia ed entusiasmo tutta la compagnia artistica, più volte chiamata al proscenio.

8 risposte a “Recensione abbastanza seria di Così fan tutte di Mozart al Teatro Verdi di Trieste: buona la prima.

  1. petrossi 21 aprile 2018 alle 6:17 PM

    Visto che anche il libretto è stato rivalutato, vedremo di leggere quel tanto di soprattitoli da non disturbare l’ascolto. Mi sto leggendo un libretto di sala della Fenice http://www.teatrolafenice.it/media/libretti/129_5289MOZART_Cosi_fan_tutte.pdf . Certo Da Ponte aveva avuto esperienze non bacchettone sul rapporto tra i sessi… non so se sia vera la diceria sul fatto che avesse suonato il violino in qualche casa chiusa… non lo dice nelle sue memorie, ma il gossip è ancora vivo.

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    • Amfortas 21 aprile 2018 alle 7:34 PM

      Furio, ciao. Sono dell’opinione che il gossip sia l’unica verità in cui credere davvero, quindi sì, io voglio che Da Ponte abbia suonato il violino in un lupanare, adoro quest’idea.
      Ciao e fammi sapere la tua opinione 🙂

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  2. Pier 21 aprile 2018 alle 10:51 PM

    Buona la prima, dici tu, ma poi ci vai giù duro sulla messinscena. “In cieco” (come si dice per i lavori scientifici) abbiamo fatto le stesse considerazioni sulla staticità degli attori, esiziale per una commedia degli equivoci.
    Comunque buona anche la seconda di oggi, tutto è filato via liscio con interpreti all’altezza. Il secondo Don Alfonso per quanto mi riguarda mi è sembrato pienamente nella parte.
    Loggione pieno, con un paio di scolaresche discretamente disciplinate anche se non proprio attente: forse l’opera non è tra le più adatte a studenti della media inferiore (non parlo della musica ovviamente). Lo dico dopo aver letto la tua illuminante premessa sulla complessa natura dell’opera, che anch’io consideravo più frivola e noiosa di quanto non fosse.
    Un caro saluto e alla prossima.

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    • Amfortas 23 aprile 2018 alle 8:21 am

      Pier, ciao. Il discorso sulle regie, purtroppo, mi vede in minoranza e ormai mi sono quasi rassegnato. Però va dato atto alla dirigenza del teatro che nel complesso questa stagione è dignitosa per un teatro marginale qual è oggi quello triestino. A me basterebbe che osassero un po’ di più nei titoli proposti e sarei quasi contento. Così fan tutte mancava da 15 anni ed è ok, ma ci sono opere che non si vedono a Trieste da una vita e bisognerebbe riproporle, soprattutto dal momento che teatri di tradizione lo fanno senza troppi problemi: Wally, Fanciulla e Gioconda sono solo i primi esempi che mi sovvengono.
      Ciao e grazie!

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  3. illeguleio 22 aprile 2018 alle 8:58 PM

    Vista oggi (domenica). Molto buono Nizzardo, discreto il Ferrando, buona la presenza di scena di Despina. Meno convincenti mi sono apparse le prove degli altri protagonisti, sebben complessivamente buone.
    Concordo sulla staticità, in particolare il secondo atto è stato estremamente noioso sotto il profilo visivo (ed in alcuni tratti la direzione non ha aiutato).
    La scenografia non mi è parsa male, esclusa l’apparizione di quella fontana zampillante acqua (in quanto rumorosa).

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    • Amfortas 23 aprile 2018 alle 8:29 am

      Leguleio , ciao. La fontana e anche quel lampadario che scende dai nuvoloni, direi. Solo che il pubblico, siccome i costumi erano quelli ortodossi, queste cose le lascia passare senza problemi mentre si accanisce su altre cose meno importanti.
      Per me ascoltare Caetani che spingeva e vedere tutti fermi era un problema non da poco, ma capisco anche che il grosso del pubblico di questo tipo di coerenze se ne frega.
      Ciao e grazie!

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  4. petrossi 25 aprile 2018 alle 9:08 am

    L’idea della regia è semplice: quelli che cantano assieme stanno vicini. Così però il teorema registico nasconde l’implicita arte combinatoria dell’opera. Personalmente, dal punto di vista del canto, mi pare che in genere gli “a capo” dei solisti andrebbero cantati con accento diverso – il che non è accaduto – se non si vuole ottenere un effetto “disco rotto”. Ma forse è quanto si desiderava… Tuttavia, anche grazie i tuoi commenti e lo studio precedente ho recuperato il piacere di un’opera che avevo trascurato.

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    • Amfortas 25 aprile 2018 alle 7:12 PM

      Furio, ciao. In teoria la ripresa delle arie dovrebbe essere con le opportune variazioni, sempre, altrimenti non ha senso la ripetizione. Comunque, piaccia o meno la regia, questa produzione e quella precedente della Lucia sono state di complessivo buon esito artistico. Insomma, fanno ben sperare per il futuro.
      A Trieste nel Così eravamo un po’ indietro come presenza, se consideri che negli ultimi anni è sempre nelle prime 10-15 opere più rappresentate al mondo. Anch’io l’ho rivista volentieri, Mozart è Mozart!
      Ciao e grazie!

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