Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

La Cenerentola di Rossini al Teatro dell’opera di Lubiana: un ritorno agli anni Cinquanta del secolo scorso.

Questa volta non è andata benissimo ma succede nelle migliori famiglie che qualche figlio esca, come dire, non particolarmente aggraziato (strasmile).
Più che altro non mi piace vedere trattato così Rossini, che non lo merita proprio. Peraltro il pubblico ha gradito, circostanza che rende ancora più inutile del solito – se mai fosse possibile – il mio parere critico.
Però da teatro si esce sempre contenti perché l’alternativa è la vita di tutti i giorni, e questi sono giorni bui, dal mio punto di vista di vecchio scemo (strasmile).

Nella precedente trasferta a Lubiana per il Macbeth di Verdi, mettevo in evidenza questa circostanza:

Il Teatro dell’opera di Lubiana ha un cartellone impostato allo stesso modo di molte altre capitali europee e alterna nuove produzioni alla ripresa di allestimenti già collaudati. La presenza di un buon numero di artisti residenti, di complessivo discreto livello, e di un’orchestra e un coro stabili fa sì che in pochi giorni sul palco si possano vedere balletti e opere diverse. In queste settimane, per quanto riguarda le opere, si susseguono le recite di Macbeth, La Cenerentola e Madama Butterfly.

Ovviamente tutte le medaglie hanno un rovescio e ieri sera, in occasione della ripresa di La Cenerentola (ossia la bontà in trionfo) di Rossini, il lato oscuro di una programmazione così serrata è risultato evidente.
Composta nel 1817, con un libretto scritto da Jacopo Ferretti che attinge a più fonti letterarie – non solo l’originale fiaba di Perrault ma anche due libretti d’opera: Cendrillon e Agatina, o la virtù premiata  –  e di chiara derivazione del noto filone buffo napoletano La Cenerentola pretende un cast di livello per essere rappresentata in modo soddisfacente.
Ieri, appunto, vuoi per momentanee indisposizioni vuoi per obiettive carenze tecniche, il risultato non è stato all’altezza delle aspettative.
Le note negative, meno dolorose, peraltro, vengono già dall’allestimento di Jérôme Savary qui ripreso da Frédérique Lombart. Un Rossini d’altri tempi, sì tradizionale nell’impianto scenografico a teloni dipinti ma purtroppo dopato da una recitazione troppo sopra le righe che svilisce la musica, raffinatissima, del pesarese. Ecco allora le due sorelle di Angelina ridotte a macchiette sia nei costumi sia nel trucco grottesco e soprattutto continuamente alla presa con gag di gusto non sempre straordinario che alla lunga stancano e annoiano. Ci sono poi, spesso, troppe persone in scena perché la presenza del Coro – di eccellente livello, va detto – è invadente in più di un’occasione, soprattutto quando si aggiungono ulteriori comparse a completamento di coreografie tutto sommato stucchevoli. Inoltre, la macchina del fumo è in servizio permanente effettivo e sovente non se ne capisce la ragione.
Buona la direzione di Aleksandar Spasić, che impone un passo teatrale spedito ma non precipitoso alla narrazione e cura con attenzione le dinamiche che, saltuariamente, sembrano un po’ sbilanciate sul forte ma non in modo tale da compromettere la brillantezza e la scorrevolezza di una partitura che vive anche di raccolte intimità.
Di rilievo la prova della protagonista, Nuška Drašćek Rojko, che caratterizza un’Angelina di grande umanità grazie a un fraseggio intelligente, un legato di scuola e una linea di canto omogenea. Il contralto sloveno, una delle colonne portanti degli artisti residenti del teatro, può contare anche – unica nel cast – su di pronuncia corretta e dizione chiara.
Nel rondò finale (Nacqui all’affanno…Non più mesta) si è percepita qualche tensione negli acuti ma l’emissione è sana e la recitazione misurata, il portamento, contribuiscono a restituire un personaggio a tutto tondo che cattura l’attenzione del pubblico.
La produzione si caratterizza anche per qualche taglio sanguinoso nei recitativi e non solo, in particolare grida vendetta quello dell’aria di Don Magnifico Sia qualunque delle figlie e quella, meno straziante, dell’aria di sorbetto di Clorinda.
Peraltro la prestazione dei cantanti, almeno ieri sera, è sembrata tale da rendere meno dolorosa qualche sforbiciata alla partitura.
Il Don Magnifico di Zoran Potočan non è stato memorabile, non tanto per mende vocali quanto per una vocalità appannata e flebile e un sillabato rivedibile. Dal lato scenico, invece, l’artista è sembrato più a proprio agio anche se, ovviamente, si è trattato di una prestazione monca e non sufficiente.
L’interprete di Dandini, Slavko Savinšek, era evidentemente in precarie condizioni di salute e perciò non mi sento di soffermarmi sulla sua prova.
Il tenore Dejan Maksimilijan Vrbančić ha palesato buone intenzioni interpretative che sono però spesso naufragate perché la parte di Don Ramiro è sembrata stargli larghissima soprattutto negli acuti, presi quasi sempre di forza e con fatica evidente, tanto da dare una continua sensazione di precarietà ansiogena alla linea di canto.
Tornaž Štular, interprete di Alidoro, ha evidenziato una voce di volume ragguardevole ma sembrava piuttosto inconsapevole del testo e il suo rendimento è parso condizionato da una pronuncia ignota ai più.
Buona la sua interpretazione della solenne aria Là del ciel nell’arcano profondo nella scena probabilmente più riuscita della serata.
Delle due sorelle Clorinda (Štefica Stipančević) e Tisbe (Rebeka Radovan), si loderà l’impegno scenico.
Il pubblico, non numerosissimo ma partecipe, ha decretato un trionfo per la protagonista Nuška Drašćek Rojko e ha gradito la serata tributando un grande successo a tutti, esprimendo il proprio divertimento con rumorose risate durante lo spettacolo.

Data dello spettacolo: 27 May 2018

Angelina Nuška Drašćek Rojko
Don Ramiro Dejan Maksimilijan Vrbančić
Dandini Slavko Savinšek
Don Magnifico Zoran Potočan
Alidoro Tornaž Štular
Tisbe Rebeca Radovan
Clorinda Štefica Stipančević
Direttore Aleksandar Spasić
Regia Jérôme Savary
Scene e costumi Ezio Toffolutti
Luci Jasmin Šehić
Coreografie Frédérique Lombart
Orchestra e Coro del Teatro dell’opera di Lubiana

 

 

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