Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Tristan und Isolde a Budapest: Peter Seiffert, Allison Oakes e Matti Salminen mi hanno fatto il regalo di compleanno

Quest’anno per il mio compleanno mi sono regalato una trasferta a Budapest, dove da qualche lustro c’è un gran Festival wagneriano.
Insomma mi sono rimpinzato di goulash e ho ascoltato la mia musica preferita. Ho passato genetliaci peggiori (strasmile).

Nell’ambito del prestigioso Müpa Festival che si svolge a Budapest, per i “Wagner days” sono previsti quest’anno tre titoli: Tristan und Isolde, Der fliegende Holländer e Tannhäuser. Tutte le recite sono sold out.
Il ciclo del Ring verrà riproposto nella seconda settimana di giugno dell’anno prossimo, dopo che negli anni scorsi è stato il fulcro delle giornate dedicate al sommo compositore tedesco.
Prima di parlare del Tristan di apertura, voglio spendere due parole per l’incredibile acustica della Béla Bartók National Concert Hall.
In tanti anni di frequentazioni teatrali mai mi sono trovato immerso nella musica come in questa occasione, tanto da poter paragonare l’esperienza a qualcosa di simile all’arricchimento della percezione sensoriale ottenuto con la realtà aumentata. Le informazioni aggiuntive però non hanno nulla di robotico o digitale: semplicemente si vive la musica in modo straordinario e, dal momento che ho avuto occasione di sperimentare vari posti, sottolineo che si sente benissimo ovunque.
Ma veniamo all’apertura del Festival con Tristan und Isolde che è un lavoro che va verso l’ignoto e ci porta in una dimensione sconosciuta e anche un po’inquietante. È l’opera in cui Tristan ode una luce che si spegne, dopotutto. È quel posto dove la luce si alterna al buio senza seguire regole temporali. Non c’è nulla da spiegare.
Mettetevi in riva al mare e ascoltate la pulsazione aritmica della risacca, col suo andare e venire che fa comparire e scomparire un’alga, riproponendola poi quando meno ve l’aspettate in forma diversa, magari un po’ acciaccata dagli strusci sugli scogli. È un suono eterno, che esiste solo lì, in riva al mare, da sempre.
Fatevi compenetrare dall’odore della salsedine e lasciatevi cullare dalle onde, sgombrate la testa e non opponete resistenza al sapore di ignoto che percepirete dopo qualche minuto di concentrazione. Tutto vi sembrerà familiare e allo stesso tempo sentirete di vivere quel momento per la prima volta. Vi troverete in una dimensione in cui lo spazio e il tempo si avvicinano, si sfiorano e poi si toccano compenetrandosi l’uno con l’altro. Ecco, in questo flusso ondeggiante, nell’armonia sonora, nel respiro del mondo e nella sospensione della realtà avrete un’idea, per quanto immateriale ed eterea, di cosa sia Tristan und Isolde.
C’è stato subito un problema e cioè la defezione della prevista Anja Kampe per la parte di Isolde. La sostituta, Allison Oakes, è una vecchia conoscenza di OperaClick, nel senso che proprio io ebbi occasione di sentirla a Trieste, nella stessa parte.
Dall’anno scorso il soprano ha maturato il personaggio in modo notevole: lo si capisce dalla finezza del fraseggio, dalla cura della parola e dalla serenità con la quale affronta anche gli scogli più taglienti dal punto di vista vocale. Così la febbrile ansia del primo atto è restituita senza agitazione esteriore, ma con una forza straripante che viene da dentro. Nel secondo atto, il lunghissimo duetto è vissuto con partecipazione emotiva ma anche con grande controllo e sobrietà interpretativa. Il Liebestod finale, straziante, ha chiuso una prestazione eccellente anche dal punto di vista attoriale.
Gloria del teatro wagneriano, Peter Seiffert è stato un Tristan di ottima levatura ed è riuscito a calibrare alla perfezione un personaggio che vive sì di declamato ma anche di ripiegamenti e di intenzioni mute, oppresso da pesanti sensi di colpa e pesantemente coinvolto in un amore folle e pericoloso. La voce corre in teatro come ai bei tempi degli esordi (e ne sono passati di anni!) e gli acuti, pesanti per collocazione nella partitura, sono quasi spavaldi come l’imponente presenza scenica. Si aggiunga una recitazione coinvolgente, tutta in sottrazione, fatta di sguardi e piccoli gesti eloquenti: un grande Tristan, da applausi.
Buona anche la prova di Atala Schöck, Brangäne accorata e partecipe che ben incornicia con le sue frasi il lunghissimo duetto d’amore del secondo atto ma che, allo stesso tempo, si ritaglia una parte da protagonista nel primo atto quando tiene testa con incisività alla furia di Isolde.
Per Matti Salminen l’ammirazione non è per quello che è stato per il teatro wagneriano ma per ciò che esprime oggi, con la sua autorevolezza scenica e vocale. Il suo Marke è umanissimo, scevro da ogni forzatura nel gesto e nel canto.
Ottimo anche il rendimento di Daniel Boaz, Kurwenal virile, determinato e al contempo affettuoso e leale, dotato di una voce bella e penetrante, di volume importante.
Completavano brillantemente il cast il convincente e perfido Melot di Neal Cooper, Zsolt Haja (Timoniere), Zoltán Megyesi (Pastore) e István Horváth (Marinaio).
Ádám Fischer, alla testa della splendida Hungarian National Philharmonic che ha brillato in tutte le sezioni, ha diretto in modo superbo la straordinaria partitura wagneriana, cesellando dinamiche calibratissime e sempre con grande attenzione alle esigenze dei cantanti. La precisione e l’accuratezza della concertazione sono state viatico per una narrazione serrata e stringente e allo stesso tempo dall’ampio respiro teatrale.
Ottimo anche il Coro.
La regia di Cesare Lievi si caratterizza per un minimalismo elegante, essenziale ma curato nei particolari. Nel primo atto un grande e opulento divano occupa la scena, divano che nell’arco della narrazione verrebbe da dire che quasi somatizzi i sentimenti dei protagonisti, accartocciandosi nel secondo atto e rinsecchendo nel terzo. Il lavoro sui cantanti è minuzioso e in linea con la direzione d’orchestra, sobrio, scarno ma non certo superficiale. Sullo sfondo il mare è protagonista di una delle opere marine per antonomasia tramite proiezioni piuttosto belle ma, forse, a tratti leggermente invasive e oscure nel significato. L’acqua, il mare sono sempre protagonisti: nella scia di una nave, nelle creature del mare profondo, nei fondali scossi dalle correnti. Di grande effetto il finale, in cui i due punti luce ai lati del palco rivelano il senso della loro funzione, quando i nomi di Tristan e Isolde compaiono incisi in una lapide.
Ampie e funzionali le scene di Maurizio Balò e molto belli i costumi di Martina Luxardo, eccellente l’impianto luci di Máté Vajda, che screzia di lividi cromatismi le scene.
Successo d’altri tempi per tutta la compagnia artistica, con ovazioni per Peter Seiffert in particolare e applausi ritmati e ripetute chiamate al proscenio per i protagonisti di una serata da ricordare.

Tristan Peter Seiffert
Isolde Allison Oakes
König Marke Matti Salminen
Brangäne Atala Schöck
Kurwenal Daniel Boaz
Melot Neal Cooper
Un timoniere Zsolt Haja
Un giovane marinaio István Horváth
Un pastore Zoltán Megyesi
Direttore Ádám Fischer
Regia Cesare Lievi
Scene Maurizio Balò
Costumi Martina Luxardo
Videoproiezioni Luca Attili, Fabio Iaquone
Luci Máté Vajda
Hungarian National Philharmonic
Hungarian National Choir

 

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3 risposte a “Tristan und Isolde a Budapest: Peter Seiffert, Allison Oakes e Matti Salminen mi hanno fatto il regalo di compleanno

  1. dinamischina 9 giugno 2018 alle 12:37 pm

    Ciao, Budapest è bellissima e fai bene a scegliere per il tuo compleanno questa città. AUGURI.

    Mi piace

  2. Pingback:Der fliegende Holländer di Richard Wagner a Budapest: maledette lavatrici. | Di tanti pulpiti.

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