Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

La traviata di Giuseppe Verdi a Trieste: una piccola presentazione sbilenca e considerazioni sulla cucina nella perfida Albione.

Venerdì prossimo esordisce al Teatro Verdi di Trieste La Traviata di Giuseppe Verdi, in una nuova produzione firmata da Giulio Ciabatti.
Immagino che della Traviata ne abbiate sentite di tutti i colori, che ci vorrebbero tre soprani (uno per atto) per cantarla, che non è possibile non piangere ecc ecc. In realtà sono tutte cose che fanno parte di un’opera che ormai è leggenda, come il suo compositore Giuseppe Verdi che nella vita fece tutt’altro che piangere ed amare per tutti come vorrebbero le anime belle. La parte di Violetta è difficile, ma non lo è più di decine di altre parti operistiche, anche verdiane. E sì, fa piangere se ci si immedesima ma io piango anche per Lohengrin o Tristan, oppure per Lulu o Emilia Marty. E potrei andare avanti.
Vediamo intanto quelle poche cose che bisogna sapere sulla nostra Violetta:


1) L’opera debuttò alla Fenice di Venezia (a quei tempi non ancora orrida, strasmile) il 6 marzo 1853.

2) Fu un mezzo disastro, tanto che Verdi stesso scrisse così al famoso direttore d’orchestra Angelo Mariani: La Traviata ha fatto un fiascone e peggio, hanno riso. Eppure, che vuoi? Non ne sono turbato. Ho torto io o hanno torto loro. Per me credo che l’ultima parola sulla Traviata non sia quella d’ieri sera.

3) Il soprano che per primo impersonò la protagonista Violetta Valéry, Fanny Salvini Donatelli, ebbe poi una carriera, tutto sommato, piuttosto modesta.

4) L’opera avrebbe dovuto intitolarsi Amore e morte (ma anche semplicemente Violetta), ma l’ufficio censura veneziano chiese che il titolo fosse cambiato.

5) Il libretto è tratto dal dramma La Dame aux camelias, di A. Dumas figlio

6) Nel lavoro di Dumas la figura della protagonista, Margherita Gautier, è ispirata a una cortigiana realmente esistita, di nome Alphonsine Duplessis.

7) Dumas stesso la descrive così: “Era alta, esilissima, i capelli scuri e la carnagione rosea e bianca. Aveva la testa piccola e gli occhi lunghi e obliqui come quelli di una giapponese, ma vivaci e attenti.”

8) La Duplessis morì nel 1847, a soli 23 anni.

9) Dopo il “fiascone” della prima Verdi rimaneggiò qualche passo, e il 6 maggio 1854, ancora a Venezia, il soprano Maria Spezia, anche grazie ad una presenza scenica più credibile, donò alla creatura verdiana l’immortalità.

10) Giuseppe Verdi parlò spesso della Traviata e tra le sue lettere si evidenziano due osservazioni, in particolare.
La prima: Se fossi un Maestro preferirei Rigoletto, se fossi un dilettante amerei soprattutto La Traviata.
La seconda, riferita a Gemma Bellincioni (famoso soprano dell’epoca): Non potrei giudicarla nella Traviata: anche una mediocrità può avere qualità per emergere in quell’opera, ed essere pessima in tutte le altre.

Cosa attira il pubblico, dopo più di un secolo e mezzo e infinite rappresentazioni, in quest’opera?
Io la penso come Julian Budden, uno dei più prestigiosi studiosi del compositore di Busseto: la semplicità, la capacità straordinaria di suscitare emozioni che la partitura ci elargisce a piene mani a partire dal Preludio.
Aggiungerei anche la capacità che ha questa sfortunata ragazza di elevarsi dal mondo un po’ sordido in cui vive. Violetta non è mai volgare, sembra quasi galleggiare con grazia sopra la melma, anche quando si “diverte”.
Gli altri personaggi, da Alfredo a papà Germont, sono sotterrati dal punto di vista psicologico dalla protagonista, anche se non si può negare loro una certa, flebile ed erratica, nobiltà di sentimenti.
E allora quando Violetta esplode nel suo “Amami Alfredo” anche lo spettatore più cinico e incarognito si commuove e si scioglie in lacrime.
A proposito di questioni semiserie, che sono il pane di questo blog, va da sé che la censura dell’epoca (ma ‘sta censura quando è nata e, soprattutto, quando morirà?) si scatenò in tutti i modi sul testo di Piave, con la Chiesa a fare da ridicolo apripista, ovviamente.
Il celeberrimo e ormai proverbiale “croce e delizia” diventò “pena e delizia” a Napoli, per esempio. Oppure la convinzione di Violetta che “la vita è nel tripudio” si trasformò in un meno categorico “Mia vita è nel tripudio”.
I compassati critici inglesi scrissero di “un orrore indecente e esecrabile”, nonostante i trionfi londinesi e soprattutto nonostante cucinino in quel modo (strasmile).
Vedremo che succederà qui a Trieste: sicuramente noi mangiamo meglio!

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2 risposte a “La traviata di Giuseppe Verdi a Trieste: una piccola presentazione sbilenca e considerazioni sulla cucina nella perfida Albione.

  1. Giuliano 17 giugno 2018 alle 8:49 pm

    potremmo iniziare una campagna per la riabilitazione del cognome Salvini: il grande attore di teatro Tommaso Salvini (1829-1915), la cantante che citi oggi, e anche il personaggio di Roberto Benigni nell’ultimo film di Fellini. Tre è un buon inizio, basterà? (temo di no)

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    • Amfortas 18 giugno 2018 alle 9:03 am

      Giuliano, ciao, mi devi credere, avevo pensato di scrivere solo Fanny Donatelli 😂 per non nominare Salvini. In realtà penso che se andiamo avanti così tra qualche anno riabiliteranno pure lui. Se ci pensi Stanno dedicando vie ad Almirante, Berlusconi ormai sembra un gran politico e stiamo sdoganando tanta di quella merda che ormai l’asticella della vergogna è ad altezze vertiginose.
      Io ce l’ho con l’opposizione (?) che continua a chiamarlo bullo, accidenti.
      Ciao e grazie 😉

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