Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione meditata di La traviata di Giuseppe Verdi a Trieste: è in atto un’epidemia di tisi, molte Violette cadono sul campo.

In questi giorni a Trieste muoiono un sacco di Violette, nel senso che ben cinque si stanno affrontando per ottenere la parte al Teatro Verdi: alla fine ne resteranno due (forse tre, boh) che potranno finalmente morire di tisi in scena. Tu pensa la sfiga, qualche volta (strasmile).

Con le recite de La traviata si sta chiudendo la stagione operistica del Verdi di Trieste.
Prima della prima di ieri sera, segnalo un’encomiabile iniziativa del teatro triestino che, in occasione della Festa europea della musica ha consentito l’accesso ai cittadini a una prova dell’opera al costo simbolico di un euro. Si tratta di un segnale forte, a mio parere, perché in questo modo il Verdi (già Teatro grande), che dal 1801 è il riferimento culturale per antonomasia di queste terre e vanta una gloriosissima tradizione, si apre alla città e dà una dimostrazione della propria attività e presenza sul territorio.
Il pubblico ha risposto in pieno alle sollecitazioni del management del teatro e ha ben accolto questa produzione dell’opera verdiana, affidata al regista Giulio Ciabatti e pensata anche per una prossima tournée in Giappone che si svolgerà tra ottobre e novembre di quest’anno.
La regia si caratterizza, come sempre nei lavori del bravo artista triestino, per sobrietà, pulizia ed eleganza. Qualità che si ritrovano, nell’ambito di un allestimento tradizionale, sia nelle belle scene di Italo Grassi sia nei costumi e nell’impianto luci e soprattutto nell’attenzione certosina dedicata alla recitazione. Sono i piccoli gesti, gli sguardi, che danno rilievo ed efficacia ai movimenti scenici dei cantanti, compresi i comprimari che spesso sono considerati poco o nulla dai registi e, invece, sono importantissimi per una narrazione credibile di una vicenda che d’acchito potrebbe sembrare lontana dalla nostra sensibilità.
Pochi elementi caratterizzano gli ambienti, dalla sfarzosa scena della festa iniziale sino alla raggelante povertà, anche cromatica, del finale. Una regia risolta, mai manierata, che si sposa alla perfezione con la concertazione di Pedro Halffter Caro, direttore di straordinaria sensibilità musicale che si conferma ancora una volta sul palcoscenico triestino come interprete intelligente e raffinato dopo le ottime prove degli anni scorsi.
Lettura delicata e rovente allo stesso tempo, quella di Hallfter Caro, attenta appunto alle dinamiche calibratissime, sfumata nel fraseggio strumentale, ma capace anche di vibrante tensione e non certo avara di quel pathos che la drammaticità della vicenda pretende. Ulteriore merito del direttore spagnolo è la costante attenzione al palco, che consente ai cantanti di respirare con l’Orchestra del Verdi, compagine che ha un carattere piuttosto impetuoso ma allo stesso tempo duttile e risponde alle sollecitazioni del direttore rendendosi protagonista di una prestazione impeccabile in tutte le sezioni.
La scelta dell’interprete di Violetta deve essere stata piuttosto burrascosa, almeno a giudicare dalla girandola di nomi trapelati nei giorni precedenti alla prima: ben cinque soprani, infatti, si sono alternati sul palcoscenico triestino. Ancora ieri sera, quasi in medias res, è comparsa tra il pubblico Ekaterina Bakanova che probabilmente canterà nella pomeridiana di oggi.
In ogni caso ieri sera Gilda Fiume è stata protagonista di una prova abbastanza convincente. La musicalità e l’intonazione adamantina, le agilità fluide e gli acuti sicuri e penetranti mi sono sembrati gli assi nella manica del soprano che, peraltro, forse non ha ancora (ma c’è tempo!) quella maturità artistica che un personaggio sfaccettato come Violetta pretenderebbe. La voce manca un po’ di volume e, a mio parere, anche il fraseggio e l’accento, in un carattere che vive di emozioni strazianti, dovrebbe essere più rifinito e incisivo. Omogenea e pulita l’emissione, che permette al giovane soprano un ottimo legato e allo stesso tempo un buon controllo sulle dinamiche.
Luciano Ganci, premiato prima dello spettacolo come miglior artista giovane della stagione passata dall’Associazione triestina Amici della lirica, è stato convincente nei panni di Alfredo.
A Trieste sono note sin dai tempi del Corsaro le eccellenti qualità vocali del tenore, che ha una voce di timbro estremamente gradevole e di volume non comune. Credo però che l’artista sia più a proprio agio in parti più drammatiche, al limite anche più onerose vocalmente, in cui il declamato e il canto sfogato e virile siano prevalenti. Non a caso, almeno a mio gusto e comunque nel contesto di una buona prestazione, mi è parso che di Alfredo abbia colto più il lato estroverso ed epidermico che i ripiegamenti meditati.
Filippo Polinelli, anch’egli più volte protagonista sul palcoscenico triestino, è stato un Germont padre convincente più dal lato scenico che da quello vocale. Ho apprezzato l’intenzione di connotare di umanità un personaggio troppo spesso restituito in modo monolitico e unidimensionale. Buono il duetto con Violetta del secondo atto e anche la famosa aria Di Provenza il mar, il suol mentre la cabaletta successiva No, non udrai rimproveri ha visto il baritono piuttosto affaticato per quanto non ci siano stati incidenti di sorta. Polinelli è sembrato poi autorevole nell’intervento nel finale del secondo atto (Di sprezzo degno) e credibile nel commovente finale.
Discreto il rendimento del mezzosoprano Isabel De Paoli nei panni della evanescente Flora e all’altezza tutti gli altri coprotagonisti: Paolo Ciavarelli, arrogante Barone Douphol; Dario Giorgelè, festaiolo Marchese d’Obigny; Francesco Musinu, partecipe Grenvil; gli squillanti tenori Dax Velenich (Giuseppe) e Christian Collia (Gastone). Completavano onorevolmente il cast Fumiyuki Kato (Domestico) e Roberto Miani (Commissionario).
Mi piace spendere qualche parola in più per il soprano Rinako Hara, Annina davvero deliziosa e accorata.
Eccellente, una volta di più, la prova del Coro.
Mi sono piaciute anche le semplici coreografie di Guillermo Alan Berzins, protagonista con Marijana Tanasković nel Coro delle maschere del Baccanale.
Alla fine, e probabilmente è la cosa più importante, tutta la compagnia artistica ha ricevuto moltissimi appalusi da parte di un pubblico numeroso e attento.
Si replica sino al 30 giugno.

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5 risposte a “Recensione meditata di La traviata di Giuseppe Verdi a Trieste: è in atto un’epidemia di tisi, molte Violette cadono sul campo.

  1. Pier 1 luglio 2018 alle 12:00 am

    E il 30 giugno è arrivato, con il cast della prima tranne che per la soprano. In cartellone era prevista Hye Myung Kang (tre soprano per sei recite?!) ma invece ha cantato la bravissima Claudia Pavone. Prestazione piacevole, voce notevole, gran presenza scenica, brava attrice. Non a caso, mi sembra, selezionata tre anni fa da Muti proprio per questa parte, che ha già interpretato diverse volte. Applausi a scena aperta, e lunghissimi alla fine, da parte di un teatro strapieno per “l’ultima” della Traviata.
    Per il resto concordo con quanto da te scritto. Per quanto riguarda la direzione mi è piaciuto molto il preludio dell’ultimo atto. Inoltre per la prima volta ho avuto modo di apprezzare l’aspetto musicale dei duetti tra Germont padre e Violetta, che finora avevo considerato solo utili per lo svolgersi della trama e per l’odioso comportamento del vecchio. Ok anche (qui in disaccordo con la mia coniuge) con le tue considerazioni sulla regia e sulla messinscena: non credo che su questo dramma ci sia da inventare molto (sì, ho letto delle lavatrici ungheresi..).
    Se posso fare un appunto ho trovato curioso il finale con tutti i protagonisti a dare le spalle alla povera Violetta, che così muore sola e senza conforto (tranne quello degli applausi del pubblico). Lo dico anche per una rivendicazione professionale, tra l’altro riconosciuta dallo stesso Piave che scrive:
    Tutti: “O cielo!..muor!”
    Alfredo: “Violetta!”
    Dottore (dopo averle toccato il polso) “E’ spenta!”
    Tutti: “Oh mio dolor!”
    Quindi nessuno le volta le spalle e il medico fa il suo dovere fino in fondo. Almeno sul libretto, la categoria è salva!

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    • Amfortas 1 luglio 2018 alle 9:23 am

      Pier, ciao. Con le Violette c’è stato un gran casino questa volta, tanto che davvero non saprei dire chi ha cantato e quando. La Pavone l’ho sentita pure io alla generale e mi ha fatto una buona impressione, soprattutto nel secondo e terzo atto. Credo che la Violetta migliore, almeno in teoria, l’abbiano ascoltata i fortunati che erano in teatro sabato scorso e cioè Ekaterina Bakanova.
      Sul finale pensa che nella regia di Carsen che ho visto più volte a Venezia addirittura la povera Violetta viene derubata di tutto da Annina&Co.
      A Trieste siamo meno cinici, almeno (strasmile).
      I medici, di cui sei brillante rappresentante, sono come i registi: alcuni sono fedeli al libretto, altri no vax.
      Ciao e grazie!

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      • Irene 2 luglio 2018 alle 2:58 pm

        Ho assistito alla prima e alla recita di sabato 23 giugno, proprio per sentire la Bakanova (a proposito…grazie! Senza questo blog non l’avrei mai saputo). Personalmente l’ho trovata meravigliosa: doti attoriali non comuni e voce da vendere. Peccato non sia stata ingaggiata per altre recite, avrebbe veramente fatto la differenza!

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      • Amfortas 3 luglio 2018 alle 7:44 am

        Irene, ciao. Ekaterina Bakanova è artista di esperienza e classe superiore alle altre Violette che si sono alternate a Trieste. Ha un difetto: costa abbastanza 🙂
        Grazie per il passaggio, ci rivediamo in teatro nella prossima stagione!

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  2. Pingback:La stagione sinfonica, lirica e di balletto 2017/2018 del Teatro Verdi: sursum corda! | Di tanti pulpiti.

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