Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Il Festival di Lubiana si è chiuso con gli aforismi sonori di Webern e Berg.

Non è certo musica facile, quella di Webern e Berg, ma il pubblico ha apprezzato e il festival si è chiuso in bellezza.

La Royal Concertgebouw Orchestra, impegnata in un programma raffinato che comprendeva pagine musicali di esecuzione non frequente, ha chiuso il 66° Festival di Lubiana nell’ampia sala del Cankarjev dom. Sulla serata aleggiava l’assenza sul podio della compagine olandese di quello che sino a poche settimane fa era il direttore principale, Daniele Gatti, travolto dal controverso scandalo di cui tutti gli appassionati sono a conoscenza. Al suo posto Manfred Honeck, artista tutt’altro che inesperto e anch’egli ben noto per la sua attività in tutto il mondo.
Programma peculiare e denso, dicevo all’inizio, che prevedeva musiche di Anton Webern e Alban Berg (entrambi allievi di Arnold Schönberg) nella prima parte e una sinfonia di Anton Bruckner nella seconda: quasi un omaggio a Vienna, verrebbe da dire.
Dal mio punto di vista i Cinque pezzi per quartetto d’archi, op.5 di Webern, che hanno aperto la serata, sono una specie di autoritratto in musica del compositore e della sua particolare poetica artistica. Si percepisce il conflitto interiore, la contrastata sofferenza screziata solo in brevi episodi da una cantabilità mai franca ma sempre sottotraccia, quasi clandestina. Una specie di fiume carsico, che compare dal nulla per poi inabissarsi di nuovo. Il pizzicato degli archi la fa da padrone, le atmosfere sono impalpabili e spesso di difficile fruizione soprattutto per chi ha più confidenza con le melodie di stampo italiano o francese. Il risultato però, anche grazie al virtuosismo dei professori d’orchestra, è affascinante.
Honeck guida con mano sicura gli strumentisti e li accompagna col gesto e anche con lo sguardo a una esecuzione tecnicamente di gran livello.
Con Alban Berg e i suoi Altenberg Lieder op.4 il clima sembra mutare, soprattutto per la presenza della voce del soprano, nella fattispecie Anett Fritsch, ma in realtà – a mio parere – il cambiamento è solo di facciata.
Anche in questo caso contrasti dinamici, pause e sospensioni rarefatte alternate a trasparenze luminescenti e squarci se non melodici, almeno cantabili. Il mai troppo compianto Arrigo Quattrocchi definiva questa atmosfera in modo efficace e folgorante: aforismi musicali. Io, più modestamente, ritengo la musica di Webern un fantasmagorico caleidoscopio.
Anett Fritsch soffre un po’ la parte che pare bassa per il suo baricentro vocale, ma grazie a un notevole controllo del fiato e un’attenzione certosina alla parola porta a casa un ottimo risultato artistico e un gran successo di pubblico.

Anton Bruckner, con la Sinfonia n.3 in re minore, è stato il protagonista della seconda parte del concerto.
Al Maestro Richard Wagner in profondissima venerazione è una dedica che non lascia dubbi e spiega anche perché questo brano è conosciuto come la Wagnersinfonie.
Originariamente la sinfonia, dalla genesi tribolatissima come buona parte dei lavori di Bruckner, prevedeva citazioni esplicite dalla Valchiria, dal Tristan e dai Maestri cantori, successivamente escluse da una revisione di qualche anno dopo. La circostanza conta fino a un certo punto: di fatto l’omaggio a Wagner rimane evidente nella magniloquenza e nell’imponenza dell’architettura complessiva del brano.
La sinfonia è strutturata nei quattro classici movimenti e principia in modo davvero solenne, con i fiati in primo piano a creare un’atmosfera eroica e maestosa, pulsante di una vitalità contagiosa.
Più disteso l’Adagio successivo, caratterizzato da un andamento quasi sacrale che esprime un’intima religiosità. Lo Scherzo del terzo movimento è forse l’angolo più ingenuamente sereno della sinfonia, con quei richiami alla musica popolare e alla danza, mentre nel finale riappare in modo prepotente la tendenza se non alla ridondanza almeno a una predisposizione all’enfasi altisonante, con la tromba di nuovo in evidenza quasi a chiudere ciclicamente la sinfonia.
In questo caso, in alcuni momenti, la mano di Honeck è sembrata piuttosto pesante, soprattutto nel primo e quarto movimento che sono già ampiamente rigogliosi di suono. Va considerato però che ero molto vicino all’orchestra (disposta alla tedesca, con i violoncelli al centro) e questo può aver influito sul mio giudizio.
Complessivamente il complesso olandese è sembrato ineccepibile per la pulizia degli attacchi, difficile ascoltare corni così allineati, e per la capacità di produrre un suono di grande bellezza e levigatezza.
Successo trionfale, né più né meno, per una serata che ha chiuso una manifestazione che dura ben due mesi e propone ogni giorno più eventi artistici.

Anton Webern Cinque pezzi per quartetto d’archi, op.5
Alban Berg Altenberg Lieder op.4
Anton Bruckner Terza Sinfonia in re minore
Direttore Manfred Honeck
Soprano Anett Fritsch
Royal Concertgebouw Orchestra
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