Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Il genio di Beethoven sparso a piene mani al Teatro Verdi di Trieste: ottima prestazione di Pinchas Steinberg e del solista Sergej Krylov.

Dopo i recenti post sulla bellezza della montagna e sugli incredibili colori della flora montana, torno alla mia triste condizione di mesto recensore di musica seria, come si usa dire con un aggettivo del tutto improprio.
Bello tornare al Verdi di Trieste e ancora meglio trovarci Beethoven e un’affiatata compagnia artistica. Meno bello rendersi conto che ormai faccio fatica a fare un piano di scale, ma pazienza (strasmile).

Dopo la pausa estiva, durante la quale comunque si sono svolte parecchie iniziative di divulgazione sul territorio, è ripresa l’attività più densa del Teatro Verdi di Trieste.
È partita ieri sera, infatti, la stagione sinfonica e l’ha fatto in grande stile con la musica di Beethoven, un buon direttore sul podio dell’Orchestra del Verdi e il solista Sergej Krylov al violino.
I brani scelti sono rappresentativi di generi musicali diversi – la sinfonia e il concerto usano grammatiche differenti –  ma lasciano entrambi l’illusione al pubblico di cogliere almeno in parte il genio di Beethoven.
Il Concerto in re maggiore per violino e orchestra, op. 61, che ha aperto la serata, è un unicum nella produzione del compositore tedesco e, allo stesso tempo, è forse uno dei più conosciuti nonostante non abbia ottenuto subito un successo universale.
Eppure, se dovessi scegliere un aggettivo per descrivere il concerto, userei coinvolgente o empatico, forse perché solista e orchestra non si rincorrono a muso duro ma seguono una linea melodica se non comune almeno parzialmente complice.
Il primo movimento, Allegro ma non troppo, si caratterizza per una solennità e imponenza tipiche della musica di Beethoven; è inoltre molto lungo rispetto alla norma, tanto da far pensare che potrebbe vivere di vita propria per come suona già risolto e definitivo.
Nel secondo movimento (Larghetto) sono gli archi a farla da padrone, con il solista che cesella le sue variazioni virtuosistiche sul morbidissimo tappeto dell’orchestra.
Il Rondò che chiude il brano è la parte più marcatamente spettacolare e brillante, in cui il concertista dà fondo a tutta la propria tecnica e abilità.
Sergej Krylov è sembrato interprete ideale sia per le indiscutibili e ben note doti tecniche sia per l’afflato comunicativo che lo caratterizza sempre, per il virtuosismo mai esibito ma, anzi, quasi sofferto e interiorizzato. A tratti pare che lo guidi più l’urgenza della musica che la disciplina delle note, che scorrono senza alcun sospetto di accademia o di effetto preparato a tavolino. L’artista ha qualità che nel violinismo moderno sono tutt’altro che scontate: è espressivo, lirico e scevro di qualunque manierismo; il suono è sensuale, opulento e allo stesso tempo mutevole nelle dinamiche cangianti, vivo e vitale. Ho ascoltato anche di recente una sua esibizione al Festival di Lubiana, in tutt’altro repertorio, e codeste caratteristiche sono sempre presenti.
Krylov ha ottenuto un meritatissimo trionfo e sollecitato dal pubblico ha concesso due bis formidabili (Bach e Paganini).
Pinchas Steinberg ha diretto con grande rilassatezza e tranquillità, ottenendo dall’Orchestra del Verdi un suono bello, nobile e soprattutto vario nel fraseggio, in cui archi e legni sono emersi per precisione e finezza esecutiva.
La Sinfonia n. 5 in do minore op. 67 – insomma, la Quinta di Beethoven – è una delle composizioni musicali più note in assoluto. Non credo esista qualcuno che non conosca il famoso tema del destino che bussa alla porta che ne costituisce l’incipit.
La letteratura su questa sinfonia è sterminata, le esecuzioni si susseguono in ogni angolo del mondo eppure, a conferma di ciò che dico sempre, ogni interpretazione è diversa dall’altra e perciò certi atteggiamenti un po’ snob captati ieri sera (l’ho già sentita mille volte) sono quanto mai inopportuni.
Scritta tra il 1804 e il 1808 e quindi coeva del concerto per violino, il brano è paradigmatico della musica di Beethoven e del genere sinfonico tout court.
Strutturata nei classici quattro movimenti, come discreta quota parte di sommi capolavori non godette di fama e popolarità immediate. Tra i primi a valutare, come dire, con più attenzione la grandezza del brano, mi piace ricordare E.T.A. Hoffmann (altro genio) che in un suo saggio del 1810 definì la Quinta una composizione meravigliosa che sale in un climax sempre crescente trasportando irresistibilmente l’uditorio nel regno infinito degli spiriti.
Di là delle esegesi e delle singole opinioni (opera illuminista il luogo comune più frequentato), ciò che conta è la sensazione di smarrimento che si prova nell’ascoltare questa musica in cui si alternano momenti solenni e ieratici ad altri a prima vista più distesi e lirici, sempre nell’ambito di una compostezza asciutta ed essenziale. Poi, che nel complesso l’architettura formale sia maestosa e monumentale è vero, ma non certo per una esibita sovrabbondanza di retorica.
In questo senso ho trovato brillante l’interpretazione di Pinchas Steinberg il quale, alla testa di un’ottima Orchestra del Verdi che ha brillato in tutte le sezioni – impossibile non nominare lo splendido rendimento di archi gravi, ottoni e fiati –  ha trovato la giusta misura per restituire al pubblico tutta la poesia di questo straordinario pezzo di storia della musica.
Il pubblico, che ha affollato il teatro per il vernissage della stagione, ha riconfermato il gradimento per la serata con lunghissimi applausi alla compagine triestina e al direttore, più volta chiamato al proscenio.
Stasera alle 18 si replica, da non perdere assolutamente.

Ludwig van Beethoven Concerto in re maggiore per violino e orchestra, Op.61
Ludwig van Beethoven Quinta sinfonia in do minore, Op.67
Direttore Pinchas Steinberg
Violino Sergej Krylov
Orchestra del Teatro Verdi di Trieste

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3 risposte a “Il genio di Beethoven sparso a piene mani al Teatro Verdi di Trieste: ottima prestazione di Pinchas Steinberg e del solista Sergej Krylov.

  1. vittynablog 18 settembre 2018 alle 9:21 pm

    Anche leggere le tue parole, Amfortas, è bello come ascoltare una sinfonia. Scivolano leggere sugli spazi bianchi e ci introduvono in movimenti ” allegri ma non troppo ” In ” larghetto ” con gli archi a far da d padroni e ” con il solista che cesella le sue variazioni virtuosistiche sul morbidissimo tappeto dell’orchestra.”

    Mi fermo qua perchè altrimenti ti riporto tutto il testo!!! Quello che scrivi è musica e poesia. Sei veramente bravo, un piacere sincero per gli occhie e orecchie….

    Ciao carissimo!!!!

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    • Amfortas 19 settembre 2018 alle 9:28 am

      Vitty, ciao 😀
      Sono molto felice che il mio modo di scrivere ti piaccia, davvero. Cerco sempre, nelle mie recensioni, di metterci qualcosa di mio che esuli dalla pura cronaca. Avere feedback positivi in questo senso è sempre motivo di orgoglio.
      Ciao e grazie!

      Piace a 1 persona

  2. Pingback:La “musica puzzolente” di Čajkovskij profuma il Teatro Verdi di Trieste. Ravel fa il resto e si torna a casa contenti (o quasi). | Di tanti pulpiti.

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