Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione seria di Semiramide di Rossini al Teatro La Fenice di Venezia: luci e ombre caratterizzano il ritorno in laguna della regina incestuosa.

Qui la recensione di Daland: http://proslambanomenos.blogspot.com/2018/10/semiramide-rinasce-in-laguna.html

Sono tornato a casa dall’orrida Venezia alle tre di notte, tralascio quindi gli aspetti più inquietanti della trasferta lagunare (gabbiani assassini e veneziani imbestialiti) e passo subito al sodo.

E venne il momento, attesissimo tanto che per una volta il vocabolo evento non sembra sprecato, di Semiramide, la regina che libito fé licito in sua legge, per usare i folgoranti versi di Dante.
Si tratta ovviamente della Semiramide di Rossini su libretto di Gaetano Rossi, tratto dalla Tragédie de Sémiramis di Voltaire, monumentale opera che per molti versi si può definire leggendaria al pari della protagonista e che debuttò proprio al Teatro La Fenice di Venezia il 3 febbraio 1823. Un testamento estetico – come lo definì Ronconi – immenso che si può considerare come una specie di sunto del genere dell’opera seria sino a quel momento, col quale Rossini si congedò artisticamente dall’Italia per raggiungere la Francia.
E con questo breve cappello considero chiusa l’introduzione alla mia cronaca o recensione, ché a parlare di Semiramide, vero e proprio archetipo di personaggio tragico, non si finirebbe mai.
Tragedia, oscurità, buio dei sentimenti, perversione, potere, amore: attraverso un labirinto di situazioni e luoghi dell’anima si svolge la cupa opera di Rossini, resa – se possibile – ancora più tetra da Gaetano Rossi e, nella fattispecie, ulteriormente lugubre e cavernosa da una regia irrisolta.
L’allestimento di Cecilia Ligorio è di stampo tradizionale nel complesso e, soprattutto nel primo atto, di una certa serica eleganza formale e curato nei particolari. Efficace per esempio la rappresentazione dei giardini di Babilonia, ben delineati dalle maestose scene di Nicolas Bovey e dalle coreografie di Daisy Phillips.
I costumi, di Marco Piemontese, sono appropriati e congrui alla dorata atmosfera della prima parte dello spettacolo. Decisamente meno riuscito il secondo atto, immerso in un buio eccessivo che alla fine stanca anche se il mood è lo specchio delle terribili vicende che si susseguono quasi senza soluzione di continuità.
Assur, sin dall’inizio, è caratterizzato in modo troppo marcato, quasi grottesco, da una zoppia che forse vuole essere metaforica ma che costringe a movenze ridicole Alex Esposito. Sinistramente simili ad apicoltori in lutto i congiurati cospiratori nel secondo atto mentre generalmente anonima mi è parsa la caratterizzazione di Arsace. Di effetto grossolano e troppo a lungo presente in scena è parsa la diabolica figura dell’Ombra di Nino. In generale lo spettacolo manca di dinamismo e risulta statico, il che si può accettare – forse – nel primo atto ma non nel turbolento prosieguo.
Riccardo Frizza, nelle note di sala, fa capire chiaramente che dirigere Semiramide è un grosso problema, tante sono le implicazioni tecniche e concettuali del lavoro di Rossini. Dal mio punto di vista il direttore ha fatto un buon lavoro, tenendo ben saldo il complicato rapporto tra buca e palcoscenico e trovando un passo teatrale molto più fluido dell’allestimento. Ottima l’esecuzione della celeberrima Sinfonia iniziale, molto buono l’accompagnamento ai cantanti e ben rese le cangianti atmosfere psicologiche dei personaggi. Si percepiva, nella concertazione di Frizza, una gran cura del dettaglio. Se sporadicamente il volume orchestrale è parso eccessivo – ma non clangoroso – la responsabilità mi è sembrata più dei cantanti dotati di una vocalità sottodimensionata alle rispettive parti.
Molto buona la resa dell’Orchestra della Fenice con i legni in grande evidenza ed eccellente la prova del Coro preparato da Claudio Marino Moretti.
Jessica Pratt è stata una Semiramide che ha convinto parzialmente in ragione del noto timbro luminoso e degli acuti e sovracuti lucenti. È chiaro però che nelle parti più spiccatamente drammatiche il fraseggio dovrebbe essere più incisivo e l’accento più vigoroso ed efficace. Il soprano manca poi di autentica grandezza artistica, non ha carisma, non riempie la scena con la sua presenza, e Semiramide non è parte che possa convivere con un’interprete brava ma generica. Inoltre, soprattutto nel finale, è sembrata piuttosto affaticata.
Il complesso e meraviglioso personaggio di Arsace è stato affidato a Teresa Iervolino, artista di sicuro pregio ma dallo strumento, a mio parere, decisamente sottodimensionato per questa parte. Spesso la voce non passava l’orchestra e risultava flebile sia dalla platea sia dal loggione. D’altro canto però la recitazione attenta e un certo dinamismo in scena hanno consentito al contralto di risolvere onorevolmente il personaggio. Anche lei ha dato la sensazione di arrivare piuttosto provata alla fine.
L’energia e il volume vocale non mancano certo ad Alex Esposito, né gli difettano le doti attoriali. Purtroppo, come detto all’inizio, la regia ha ritenuto di sovraesporre il personaggio di Assur che, vorrei ricordarlo, resta pur sempre, nella sua folle perfidia, un personaggio d’alto lignaggio. Ed è proprio la nobiltà, che poi è l’aspetto fondamentale dei personaggi “seri” di Rossini, che è venuta a mancare. In compenso e non a caso, proprio nell’allucinata scena di follia Esposito ha trovato una misura più consona al personaggio.

Enea Scala era impegnato nel cimento – mi si scusi l’ovvietà – di risolvere una parte tenorile di difficoltà mostruosa dal lato vocale e, al contempo, poco significativa da quello drammaturgico. Direi che seppure con qualche nasalità il bravo tenore è riuscito a vincere alla grande la sfida, anche grazie una dizione scandita e una disinvolta presenza scenica.
Qualche durezza di troppo non ha impedito a Simon Lim di essere convincente nella parte, ambigua e misteriosa, di Oroe.
Le vocalità fresche e generose del tenore Enrico Iviglia e del soprano Marta Mari hanno onorato i personaggi di Mitrane e Azema, al pari dello stentoreo Francesco Milanese, Ombra di Nino.
In un teatro completamente sold out, fa piacere rilevarlo, tutta la compagnia artistica ha ottenuto un grande successo, sottolineato da calorosissimi applausi anche a scena aperta.
E, di là, delle spigolature cui è costretto il critico, mi pare la circostanza più felice di una serata che ha visto il ritorno nella sua partitura integrale – esposta nelle Sale Apollinee del teatro –  di uno dei capisaldi della musica di Rossini e dell’Arte tout court.

Semiramide ⎮ Jessica Pratt
Arsace ⎮ Teresa Iervolino
Assur ⎮ Alex Esposito
Idreno ⎮ Enea Scala
Oroe ⎮ Simon Lim

Azema ⎮ Marta Mari
Mitrane ⎮ Enrico Iviglia
L’ombra di Nino ⎮ Francesco Milanese

Direttore ⎮ Riccardo Frizza
Regia ⎮ Cecilia Ligorio
Scene ⎮ Nicolas Bovey
Costumi ⎮ Marco Piemontese

Movimenti coreografici e ballerina ⎮ Daisy Ransom Phillips
ballerine ⎮ Olivia Hansson, Elia Lopez Gonzalez, Marika Meoli, Sau-Ching Wong
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

maestro del Coro ⎮ Claudio Marino Moretti

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9 risposte a “Recensione seria di Semiramide di Rossini al Teatro La Fenice di Venezia: luci e ombre caratterizzano il ritorno in laguna della regina incestuosa.

  1. vittynablog 20 ottobre 2018 alle 9:36 pm

    Grazie alle tue parole mi è sembrato di assistere a questa opera a me poco conosciuta ! Ho sentito l’emozione aumentare mano a mano che illustravi i personaggi.

    Ho sorriso nel leggere il tuo rientro notturno ” dall’orrida ” Venezia. Nonostante “i gabbiani assassini e i veneziani imbestialiti ” L’aria di venezia notturna, mi ha fatto sognare.

    Grazie per questa meravigliosa trasferta!!!

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  2. Amfortas 21 ottobre 2018 alle 8:08 am

    Vitty, ciao, è stata una bella occasione per risentire un’opera bella e cantata discretamente. La Fenice è un teatro che ha un fascino particolare e, in qualche modo, sentire quelle note che hanno visto la luce proprio nel teatro lagunare è stato emozionante.
    Ciao e grazie!

    Piace a 1 persona

  3. daland 21 ottobre 2018 alle 8:39 am

    Sto per partire per Venezia, per assistere alla pomeridiana di oggi.
    La tua impeccabile recensione accresce la mia curiosità e anche le speranze di assistere a qualcosa di interessante, se non proprio di storico.
    Ne riferirò domani, ciao!

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  4. Amfortas 21 ottobre 2018 alle 5:27 pm

    Daland, ciao, A quest’ora sei in pieno ascolto rossiniano…attendo tua recensione!
    Ciao e grazie.

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  5. Alucard 21 ottobre 2018 alle 5:43 pm

    Apicoltori in lutto è bellissima. Non sai quanto ho riso.
    Parlando di cose serie, bella recensione!!!

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  6. giulia tonelli 22 ottobre 2018 alle 11:21 am

    L’ho vista ieri e non concordo quasi su nulla della sua recensione 😀
    Del resto il bello dell’opera e’ questo, ognuno sente cose diverse….

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  7. Pingback:I puritani di Vincenzo Bellini al Teatro Verdi di Trieste: un poker d’assi ritorna dal passato. | Di tanti pulpiti.

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