Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

La stagione sinfonica al Teatro Verdi di Trieste si è conclusa con Čajkovskij e Respighi. Fabrizio Maria Carminati pronto per I puritani di Bellini che apriranno la stagione lirica il 16 novembre prossimo.

Ormai siamo quasi pronti per l’inaugurazione della stagione lirica. Prima di disquisire, inutilmente peraltro, sull’orribile fa sovracuto che il tenore dovrebbe (ma per me sarebbe meglio evitare) emettere nel terzo atto, prendiamo atto che Fabrizio Maria Carminati è in ottima forma.

Il sesto e ultimo concerto della stagione sinfonica triestina ha fatto da trait d’union con la prossima apertura del cartellone dedicato alla lirica. Certo non nelle atmosfere o nella scelta dei brani proposti, ma perché alla testa dell’Orchestra del Verdi c’era Fabrizio Maria Carminati il quale, bontà sua, dirigerà i complessi artistici triestini nei Puritani di Bellini il 16 novembre.
Programma peculiare, quello di ieri sera, che ha visto protagonista la suite orchestrale, colta da interpreti affatto diversi come Čajkovskij e Respighi.
In una conferenza stampa che ha preceduto il concerto, Carminati ha spiegato che la ragione della scelta di un programma così particolare è stata soprattutto dettata dalla volontà di mettere in luce le qualità dell’Orchestra del Verdi, che vanta – tra le altre cose – prime parti di grande livello artistico.
Il concerto si è aperto con l’esecuzione della Quarta Suite in sol magg. (Mozartiana) op. 61 di Čajkovskij, articolata in quattro movimenti, ognuno dei quali rappresenta una specie di omaggio a Mozart nel centenario del debutto di Don Giovanni (1787). La forma scelta per queste trascrizioni per orchestra è quella della suite perché lasciava, a parere del compositore, una maggiore libertà d’inventiva rispetto a quella, meno elastica, della sinfonia.
Viste le premesse, si può affermare senz’altro che l’operazione sia riuscita in pieno.
Attento alle dinamiche, certi pianissimi erano davvero suggestivi e impalpabili, Carminati ha dato omogeneità e amalgama d’intenti a una composizione che di primo acchito potrebbe apparire frammentaria e, soprattutto, è riuscito a permeare di suono gioioso e brillante – cifra paradigmatica di certo Mozart – una partitura che avrebbe potuto risentire del gusto tipicamente tardo ottocentesco del compositore.
Mission accomplished anche per quanto riguarda le prime parti, brillanti nel travolgente virtuosismo del Konzertmeister Stefano Furini, nella dolcezza dell’arpa di Marina Pecchiar e nell’appassionato clarinetto di Marco Masini, senza trascurare i dialoghi tra legni e violini e il consistente apporto degli archi gravi.

La seconda parte della serata è stata dedicata alla musica di Ottorino Respighi, compositore oggi misconosciuto ma che invece, al contrario, dovrebbe essere ben più presente nella testa dei direttori artistici e degli appassionati in generale anche a prescindere dalla sua Trilogia romana che lo rappresenta solo parzialmente.
Dal mio punto di vista, ovviamente contestabile, nell’economia generale del concerto sarebbe stato meglio cominciare con le severe impressioni d’orchestra delle Vetrate di chiesa e chiudere con l’adrenalinica Rossiniana, per dare alla serata un andamento emotivo più mosso e far uscire col sorriso gli spettatori in questo ultimo appuntamento di stagione ma, ovviamente, è questione di gusti personali.

La Rossiniana è una suite di grande appeal emotivo e, contrariamente a quanto potrebbe sembrare dal titolo, è – come ben spiegato nel programma di sala – un omaggio non solo a Rossini ma anche al meno noto Mauro Giuliani, compositore e virtuoso della chitarra che doveva essere una specie di improvvisatore che non sfigurerebbe, oggi, in una jam session.
Anche in questo caso Carminati, alla testa di una sulfurea Orchestra del Verdi, è riuscito a fare un ottimo lavoro, soprattutto nel tenere trasparente una pagina musicale che soprattutto nella Tarantella potrebbe sfuggire di mano e risultare ridondante e confusa. Nella fattispecie segnalo il brillante rendimento dei legni e delle percussioni.
Vetrate di chiesa è una composizione che vorrebbe non essere descrittiva ma che, almeno alle mie orecchie, ieri è sembrata proprio somigliare al genere del poema sinfonico. Sicuramente si percepisce un’ispirazione sacrale o religiosa che permea tutta la pagina sin dall’inizio e ritorna più volte nella solennità dell’organo o nei maestosi interventi degli ottoni.
La musica di Respighi è molto particolare ed è caratterizzata da effetti coloristici e contrasti anche tumultuosi. Anche in questo caso l’esecuzione ha reso giustizia, pur con qualche enfasi di troppo, all’ispirazione del compositore.
La serata è stata molto apprezzata dal pubblico triestino, che ha sommerso di applausi Fabrizio Maria Carminati, generoso a dividere con tutta l’orchestra un successo più che meritato.

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