Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

I puritani di Vincenzo Bellini al Teatro Verdi di Trieste: un poker d’assi ritorna dal passato.

Dopo l’evento della Semiramide a Venezia e prima del Macbeth, sempre nella città lagunare, si inserisce l’apertura di stagione al Teatro Verdi di Trieste con I puritani di Vincenzo Bellini. Un trittico di capolavori formidabili che, per diverse ragioni, si possono considerare come pietre miliari dell’opera lirica italiana.
In questi tre lavori le figure femminili sono lo specchio, in declinazioni affatto diverse, dell’eroina del melodramma italiano della prima metà dell’Ottocento.
Estrema fatica di Bellini (al quale Gioachino Rossini fu molto vicino in quest’occasione) , I puritani è un’opera di grande fascino dal punto di vista musicale non solo per arie e duetti ma anche per l’orchestrazione molto più elaborata rispetto ad altri lavori precedenti del compositore catanese.
Come prassi a quei tempi – siamo nel 1835 – Bellini cucì sartorialmente le scritture vocali dei protagonisti tenendo ben presente le caratteristiche dei cantanti che aveva a disposizione i quali, nella fattispecie, erano quattro tra i più famosi divi di sempre: il soprano Giulia Grisi, il tenore Giovanni Battista Rubini, il baritono Antonio Tamburini e il basso Luigi Lablache. Nomi sui quali vale la pena soffermarsi almeno un pochino, consultando i sacri testi.

Giulia Grisi

Giovanni Battista Rubini

Giulia Grisi – nella litografia, guarda caso, nei panni di Semiramide – ha creato, nel senso che al debutto dell’opera c’era lei, almeno tre personaggi mitici: Adalgisa in Norma, Elvira ne I puritani e Norina nel Don Pasquale. Senza contare le innumerevoli altre parti in cui eccelse nelle riprese in trent’anni di carriera.
Giovanni Battista Rubini fu il creatore delle parti di Fernando in Bianca e Fernando, Gualtiero ne Il Pirata, Riccardo Percy in Anna Bolena, Elvino nella Sonnambula e Arturo Talbo ne I puritani e Fernando in Marin Faliero. Anche per lui, ovviamente, non si contano i clamorosi successi in altre parti di straordinaria difficoltà vocale.

Antonio Tamburini

Antonio Tamburini, a sua volta, impersonò per la prima volta Ernesto ne Il pirata, Valdeburgo in La straniera, Sir Riccardo ne I puritani e il Dottor Malatesta nel Don Pasquale.

Luigi Lablache

Luigi Lablache, oltre a Sir Giorgio ne I Puritani, creò le parti di Marin Faliero nel ruolo eponimo, di Don Pasquale e addirittura Massimiliano Moor nei Masnadieri di Verdi.
Insomma, davvero i quattro moschettieri della lirica (strasmile).
Avrete capito che I puritani non sono un’opera facile da cantare e, infatti, il lavoro belliniano non è certo popolare presso il grande pubblico come La Traviata o Madama Butterfly proprio per la difficoltà di reperire cantanti all’altezza di tessiture siderali.
L’orchestrazione, stupenda, di Bellini, prevede virtuosi anche tra i professori d’orchestra: sono molto sollecitati gli archi, i legni, i corni (non che gli altri stiano a guardare eh? Strasmile).
La parte del tenore è terribile, soprattutto nel terzo atto in cui, tra do e re sovracuti, dovrebbe spingersi persino a un insensato fa sopra il rigo. Spero che i due tenori del cast triestino, Antonino Siragusa e Shalva Mukeria, non ci provino neanche perché oltre che quasi impossibile da prendere, dal mio punto di vista è una nota brutta, di cui capisco il senso dal punto di vista drammaturgico ma che da una voce maschile oggi, nel 2018, non può uscire che straziante anche se presa bene.
Qui c’è un piccolo e incompleto excursus di tenori che hanno provato a cantare quella notaccia.

In questa ripresa triestina Fabrizio Maria Carminati, che sarà sul podio dell’Orchestra del Verdi, ha anticipato in un’affollata conferenza stampa che saranno aperti alcuni tagli di tradizione. Il più importante e meritorio è quello del bellissimo duetto Questo giuro sì puro e di fede che precede la cabaletta Vieni tra queste braccia: è uno spaccato meraviglioso sia dal punto di vista melodico sia da quello drammaturgico.
Anche il coro ne I puritani è valorizzato da Bellini e sarà un’altra occasione per l’ottima compagine triestina per confermare il proprio valore.
Un allestimento de I puritani, dal punto di vista registico, è una brutta gatta da pelare perché, stringendo, di azione vera e propria ce n’è pochina. In questa produzione del Teatro Verdi l’onere della regia è stato affidato a Katia Ricciarelli e Davide Garattini: buona fortuna.
Il vernissage della stagione triestina avrà luogo venerdì prossimo, 16 novembre: invito tutti a non perdere l’occasione di vedere una delle recite che si svolgeranno, alternando due cast di pari livello, sino a sabato 24.
Ci rileggiamo per la recensione, a presto!

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6 risposte a “I puritani di Vincenzo Bellini al Teatro Verdi di Trieste: un poker d’assi ritorna dal passato.

  1. fabiana stranich 10 novembre 2018 alle 10:11 pm

    Interessante la tua presentazione, non vedo l’ora di vedere l’opera 😊

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  2. Don José 11 novembre 2018 alle 11:33 pm

    Galleria della “notaccia” molto apprezzata ed istruttiva.Lo scorso mese l’ho sentita fare dal vivo a Barcellona da Camarena e Albelo….molto molto bene entrambi…ma resta pur sempre una “notaccia”!!!

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    • Amfortas 12 novembre 2018 alle 9:24 am

      Don, ciao. Quel fa può essere apprezzabile come, diciamo così, gesto atletico. Non aggiunge nulla alla prova del tenore che deve essere espressivo, vibrante, dolce e patetico. Dal punto di vista drammaturgico è l’apice di un’aria che esprime disperazione e quindi ha un suo senso ma, il più delle volte, si dispera chi ascolta 😉
      Inoltre, falsetti, falsettini e falsettoni e compagnia bella sono quasi sempre sgradevoli: ai tempi di Bellini si cantava in un altro modo, che peraltro non conosce nessuno a meno che non si voglia autoconvincere che le cronache dell’epoca siano attendibili al 100%, cosa che mi pare piuttosto discutibile.
      Ciao e grazie, ci vediamo.

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