Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Macbeth di Giuseppe Verdi al Teatro La Fenice di Venezia: teatro lirico allo stato puro.

Il Macbeth, tragedia scespiriana tra le più note, è stato spesso oggetto di rielaborazioni, manipolazioni e interpretazioni anche bizzarre.

In occasione del vernissage della stagione lirica del Teatro La Fenice, è stata scelta una delle riscritture più note e cioè quella di Giuseppe Verdi che si avvalse per il libretto dei versi del fido Francesco Maria Piave e, in parte, di Andrea Maffei. Da codesta collaborazione è sortita una delle opere liriche più amate dal pubblico e allo stesso tempo – non sempre è così – un grandioso capolavoro.
Per quanto mi riguarda la migliore lettura in assoluto del Macbeth di Shakespeare rimane quella di Orson Welles, con una Jeanette Nolan che nello sleepwalking, un po’ come la Callas con Victor de Sabata sul podio nel 1952, metteva i brividi.
Il lettore più accorto e avveduto avrà capito già dall’inizio qual è il senso del mio cappello iniziale alla recensione: alla Fenice abbiamo visto un’altra interpretazione delle vicende della folle coppia Macbeth/ Lady Macbeth, ispirata dalla versione di Giuseppe Verdi e firmata, in questo caso, da Damiano Michieletto che sceglie di leggere in chiave freudiana gli spunti onirici della tragedia e di mettere al centro della vicenda l’assenza di qualsiasi sentimento positivo. Nel libretto, a un certo punto, Macbeth dice sottovoce a uno dei sicari tu di sangue hai brutto il volto: glielo sussurra, terrorizzato per la risposta e allo stesso tempo fiducioso che Banco e il figlio siano stati assassinati. Perché, appunto, protagonista è ciò che non si vede ma che s’intuisce appena. Macbeth non distingue più nulla, è impazzito per il dolore, la rabbia, la frustrazione e il desiderio di un potere che gli interessa sino a un certo punto. Vuole solo distruggere perché il primo a essere distrutto è lui stesso.
Il regista, l’ambientazione è genericamente contemporanea, suppone che la scaturigine di tutto sia la perdita di una figlia che manda in tilt l’impianto emotivo dei protagonisti i quali, semplicemente e detto con chiarezza, sbroccano. Si perdono, scoppiano e nel tentativo di ristabilire un equilibrio emozionale compiono le nefandezze che tutti conosciamo, nonostante siano evidentemente in cura da uno psichiatra (le pillole lanciate con rabbia da Lady Macbeth ne sono testimonianza evidente).
A mio parere è una chiave di lettura legittima, forse un po’ semplicistica, utile però al regista per rappresentare il “suo” Macbeth senza intervenire in modo pesante sulla drammaturgia.
La realtà è che in quest’occasione Michieletto è ispiratissimo, cita senza problemi il Kubrick di Shining (e altri landmark del cinema horror) e la narrazione ha proprio l’incalzante passo cinematografico di un film d’autore. L’allestimento è minimalista solo nell’impianto scenico, per tutto il resto le idee abbondano e sono realizzate benissimo dal punto di vista scenotecnico grazie al consueto team che affianca il regista: Paolo Fantin (scene), Carla Teti (costumi) e soprattutto Fabio Barettin (luci) sono tutti al meglio delle loro possibilità. Ottimo anche l’apporto dei movimenti coreografici di Chiara Vecchi.
Trattandosi di una regia vera e non della consueta sobria e statica mise en place, il lavoro sui cantanti è capillare, preciso e allo stesso modo le figure aggiunte – orrore, Verdi non le prevede! – danno ulteriore spessore a un allestimento che è memorabile, né più, né meno.
Ricorderò a lungo come i personaggi che vengono uccisi siano ritirati e avvolti nel nylon prima di uscire di scena. Alla fine saremo tutti ritirati in un sacco di plastica, anche se è sgradevole ricordarlo.

Straordinaria l’intesa tra Michieletto e Myung-Whun Chung che con una concertazione certosina cesella un’interpretazione da brividi della partitura verdiana, indagando le pieghe più recondite di un lavoro che ha più bisogno di domande che di risposte e restituendo centralità a Macbeth, spesso quasi emarginato dallo strapotere della Lady di turno.
Le dinamiche sono decise, quasi telluriche – penso ai timpani, che schiudono davvero le porte dell’inferno –  e trovano corrispondenza in scena in esplosioni di luce accecante, un Brindisi che non ricordo di aver mai ascoltato così rivelatore della straniante follia di un potere marcio, fradicio, immerso in una violenza ammorbante, collosa, bianca e quasi asettica come il sangue degli assassinati: la banalità del male, anzi del Male; o, meglio ancora l’assenza totale del Bene. Ammaliante e rivelatore il tempo staccato nell’aria del tenore, sinistramente trasformata in una specie di marcia funebre.
Alla fine posso affermare che la direzione di Chung sia stata verdiana come poche altre mi è stato dato d’ascoltare, soprattutto nella ricerca di quell’effetto – che Verdi scriveva con una solo effe, efetto – che voleva il compositore; quello stesso coinvolgimento che voleva ottenere con l’ormai abusato, troppo citato e spesso non capito riferimento alla voce brutta necessaria per cantare la parte di Lady Macbeth.
Precisato che per il Coro, preparato da Claudio Maria Moretti, ogni elogio sarebbe insufficiente sia dal lato vocale sia da quello scenico e che l’Orchestra della Fenice è stata all’altezza di tanto Maestro sul podio, resta da dire qualcosa sulla compagnia di canto.
Luca Salsi, Macbeth, mi è sembrato completamente padrone della parte sotto ogni punto di vista. La voce, si sa, non gli manca, ma quello che ha impreziosito la sua prestazione è stata un’attenzione alla parola scenica mirabolante e un ottimo legato che gli hanno consentito un fraseggio sfumatissimo, tale da colorare di accenti e dinamiche cangianti ogni singola frase.
Vittoria Yeo, a dispetto di una voce sottodimensionata per la parte, è stata a sua volta protagonista di una prova maiuscola. Elegantissima in scena anche grazie a costumi appropriati e a una figura giovane e snella, risulta credibile e incisiva in una delle parti da soprano più difficili in assoluto. Insinuante, morbosa, terrorizzata e determinata allo stesso tempo, ha tratteggiato una Lady Macbeth che non si scorda facilmente. E sì, le riesce anche lo spettrale re bemolle in pianissimo al termine di un’emozionante scena del sonnambulismo.
Convincente anche Simon Lim quale Banco, che palesa una voce ampia, sonora, buona dizione e pronuncia.
Pur con qualche durezza nella salita agli acuti è buono anche il rendimento di Stefano Secco, vibrante e intenso nella parte di Macduff.
Completano il cast con grande dignità il bravo Marcello Nardis (Malcolm), l’accorata Elisabetta Martorana (Dama), il solido Armando Gabba (Medico). Validi anche Antonio Casagrande, Emanuele Pedrini e Umberto Imbrenda (rispettivamente domestico, sicario e araldo).
Buono, tutto sommato, il contributo degli interpreti delle tre apparizioni, membri del Coro di voci bianche preparato da Diana D’Alessio ed Elena Rossi.
In italiano trionfissimo non si può dire, ma in riferimento a questo spettacolo mi permetto di spendere volentieri l’indecente neologismo.
Chi può vada a vedere questo Macbeth, ne trarrà giovamento spirituale.

Macbeth Luca Salsi
Banco Simon Lim
Lady Macbeth Vittoria Yeo
Dama di Lady Macbeth Elisabetta Martorana
Macduff Stefano Secco
Malcom Marcello Nardis
Il medico Armando Gabba
Domestico di Macbeth Antonio Casagrande
Sicario Emanuele Pedrini
Araldo Umberto Imbrenda
Direttore Myung-Whun Chung
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Light designer Fabio Barettin
Movimenti coreografici Chiara Vecchi
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
Maestro del Coro di voci bianche Diana D’Alessio, Elena Rossi
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Nuovo allestimento del Teatro La Fenice

 

3 risposte a “Macbeth di Giuseppe Verdi al Teatro La Fenice di Venezia: teatro lirico allo stato puro.

  1. fabiana stranich 26 novembre 2018 alle 8:23 pm

    Bellissima recensione, si coglie l’entusiasmo per un lavoro che evidentemente hai apprezzato moltissimo. Complimenti come sempre 😊

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  2. Pingback:La Top 10 degli articoli del 2018: | Di tanti pulpiti.

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