Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione espressa di Attila di Giuseppe Verdi al Teatro alla Scala di Milano: il flagello della noia.

È andata, dai.

Repetita iuvant.

Questa recensione è frutto della visione televisiva della prima scaligera, perciò attenzione: solo dal vivo uno spettacolo può essere valutato in modo completo, per ragioni tanto evidenti che non sto neanche a elencare. Detto questo, andiamo avanti.

Anche quest’anno soffro di recensione praecox, non c’è nulla da fare. Insomma mi espongo un po’ ma è tradizione di questo blog sgravare una recensione espressa, cotta sul momento.
Che dire? Stimo molto Davide Livermore, il regista, ma credo che alla Scala ci siano molte esigenze da soddisfare, non ultima quelle del direttore Riccardo Chailly che notoriamente non ama molto gli allestimenti stravaganti o comunque “troppo spinti”. Di conseguenza c’è una parvenza di attualizzazione che consiste nello spostamento spazio temporale della vicenda, qualche idea anche bella in nuce ma soprattutto mi è sembrato che Livermore, conscio delle difficoltà di cui sopra e anche dell’esposizione mediatica garantita dall’evento “Prima Scala” si sia in qualche modo autolimitato.
Ambientazione novecentesca, videoproiezioni piuttosto belle (D-Work), citazioni scoperte dei nuovi barbari in salsa paranazista  – che potrebbe pure diventare un tag del mio blog, come i nuovi mostri (strasmile) – , costumi (Gianluca Falaschi) tutto sommato ben realizzati e coerenti con l’idea registica e scene (Giò Forma) a volte anche imponenti. Belle, devo dirlo, le luci di Antonio Castro.
Unico passo falsissimo l’incontro di Attila con Papa Leone I, con uno sfondo esecrabile di non so se proiezioni o cosa.
Tutto questo per quanto riguarda la mise en place, che è solo una parte del lavoro registico. La recitazione, il gesto, il tratto che identifica il personaggio, il tentativo di scoprire qualcosa di nuovo sul barbaro per eccellenza mi pare sia passato in secondo piano. Discretamente utilizzato il coro nelle controscene, nel senso che almeno non era immobile al proscenio, ecco, come si usa qui a Trieste.
La direzione di Chailly mi è sembrata – e non è un male – in linea con la regia, nel senso che ha osato qualcosa ma non troppo: diciamo rassicurante. Oltretutto dall’ascolto televisivo è difficile farsi un’idea precisa delle dinamiche, mentre è più facile sostenere che il passo teatrale è sembrato spedito.
Ottimi Coro e Orchestra della Scala.
Ildar Abdrazakov tratteggia un Attila di tradizione, nel senso che sfoggia una voce bella e piena, scura il giusto senza essere cavernosa. Buona l’esecuzione del sogno, che spesso si trasforma in incubo per chi ascolta (strasmile), grazie a un’attenzione meritoria alla parola scenica cui Verdi teneva molto. Il basso mi ha convinto soprattutto per il fraseggio e la brillante presenza scenica e sinceramente non vedo altri alla sua altezza in questa parte, nel panorama odierno.
Saioa Hern
ández a me è piaciuta molto. Eccellente l’entrata con quel Santo di Patria, difficilissimo, cantato con il giusto accento barricadero. Il Fuggente nuvolo, pur con qualche tensione in acuto, mi è parso espressivo e ben cantato. Nei duetti, notazione non certo tecnica ma importante, ho avuto la sensazione che fosse lei a dettare i tempi e l’incisività dell’azione. Forse le agilità di forza non sono ancora perfettamente a fuoco, ma è peccato di gioventù artistica che le si perdona volentieri. Bravissima, davvero, anche per la disinvoltura in scena, che per un debutto nella parte e alla Scala è stato davvero rimarchevole.
George Petean
, baritono che ammiro molto perché di grande civiltà vocale, è stato convincente nei panni della figura un po’ sbiadita di Ezio, condottiero sui generis.
La voce è chiara, ma non bisogna farsi trarre in inganno dal timbro così diverso dal baritonone di tradizione. Petean è sembrato in parte, preciso vocalmente e vario nel fraseggio. Gli si può solo rimproverare una certa durezza negli acuti, piuttosto tirati. Nel complesso prova positiva.


Fabio Sartori
, Foresto, è uno di quei tenori che sono affidabili sempre ma che altrettanto sicuramente manca del guizzo del fuoriclasse. Stasera, in questo senso, è stata una conferma. La parte non è proprio uno scoglio insuperabile ma la scelta di Chailly di inserire l’aria del terzo atto scritta per il divo Moriani l’ha appesantita un poco.Prova decorosa, ma, almeno dall’ascolto televisivo, la sensazione era di una certa precarietà.
Francesco Pittari
e Gianluca Buratto (Rispettivamente Uldino e Papa Leone I), sono stati all’altezza e hanno contribuito alla buona riuscita dello spettacolo.
Il pubblico della prima, per quello che conta, sembra aver apprezzato questa produzione.
Devo dirlo, mi sono un po’ annoiato e mi pare di capire di non essere stato il solo: diamo la colpa a Verdi, che tanto ormai è morto e non può commentare (strasmile).
Al solito, se ho scritto qualche porcheria dovuta alla fretta, correggetemi pure, ve ne sarò grato!

25 risposte a “Recensione espressa di Attila di Giuseppe Verdi al Teatro alla Scala di Milano: il flagello della noia.

  1. Enrico 7 dicembre 2018 alle 9:34 PM

    Ciao Notung vorrei sapere la tua opinione sulle lodi sperticate all’opera sentite sia in tv che alla radio…ho sentito delle arrampicate sugli specchi mica male per un’opera che a mio parere ha bei momenti nel prologo e primo atto ma che è tutto sommato un lavoro di “mestiere” oltre che con tutti i crismi dell’opera di metà ‘800…certo non il sommo capolavoro che è stato descritto stasera! Saluti

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  2. daland 7 dicembre 2018 alle 9:40 PM

    Sono abbastanza d’accordo con te, sia su allestimento che su musica e canto. Livermore si è forse trattenuto (non che lo consideri un male…) a parte il “Portiere di notte” (!) del second’atto, comunque coerente con l’attualizzazione: in complesso uno spettacolo di buon livello, chissà però se i costi si saranno giustificati.
    Voci tutte da sufficienza ampia a discreto+. Chailly troppo “sostenuto” per i miei gusti… poca “vanga” insomma! Però io annoiato proprio no.
    Ciao!

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    • Amfortas 7 dicembre 2018 alle 11:38 PM

      Daland, ciao. A me piace di più il Livermore più creativo, te lo dico sinceramente. Alcuni suoi spettacoli mi sono piaciuti tantissimo. È sempre presente – o quasi – il cinema nei suoi allestimenti e anche in questo caso è stato così. Chailly tende a essere cerebrale ma resta un ottimo direttore nel panorama odierno. Io mi sono annoiato perché l’opera è quello che è, non un capolavoro assoluto capace di tenere desta l’attenzione né per drammaturgia né per altro.
      Ciao e grazie!

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  3. Paola Datodi 7 dicembre 2018 alle 11:03 PM

    noioso? non direi proprio… l’updating dapprima mi lasciava perplessa ma poi con quella tecnica cinematografica è divenuto accettabile. Mi ha deluso questo sì l’impostazione del 2°atto con quell’orgia carnevalesca:cosa voleva intendere, una decadenza e corruzione morale ormai dappertutto? poteva renderlo in modo più sobrio. Il finale invece ben reso, coerente con tutta l’impostazione

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    • Amfortas 7 dicembre 2018 alle 11:40 PM

      Paola, ciao. Vale per te la risposta che ho dato all’amico Daland. Credo che la tua interpretazione sia corretta o, almeno, anch’io la vedo come te. Io però avrei voluto una cosa più sbracata 🙂
      Ciao e grazie!

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  4. Furio Petrossi 7 dicembre 2018 alle 11:06 PM

    Eh noooo… non buttarmi giù l’incontro con Papa Leone, che è la riproduzione dell’affresco di Raffaello del 1514 nelle Stanze Vaticane, con i Santi Pietro e Paolo armati in cielo… Va bene che una mia conoscente dice di Raffaello che è un “cartoonist”, ma se ti ci metti anche tu… Direi citazioni dell’arte italiana, affreschi, ma anche “Roma città aperta” e “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pier Paolo Pasolini (1975). Il basso mi è piaciuto, molto espressivo, Hernández tutta tesa in avanti, ma forse l’opera non le consente un canto più espressivo. Vista in HD per TV comunque è stato un bel pomeriggio.

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    • Amfortas 7 dicembre 2018 alle 11:42 PM

      Furio, ciao. Lo so cos’era ma dal mio punto di vista la scena è stata realizzata male. Poi magari in teatro fa un’altra impressione eh? I cantanti, in linea generale, mi sono parsi la parte migliore dello spettacolo e sì, la TV in certe occasioni è una gran cosa.
      Ciao e grazie!

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  5. Paola Datodi 8 dicembre 2018 alle 3:02 am

    un’altra cosa: può parer strano che, e questo già lo sapevo dagli “annunci” in materia, l’uccisione del padre di Odabella sia situata molto tempo prima, quando lei è ancora bambina, invece che poco prima dell’azione, ma in effetti è in linea con questa precisa impostazione. Se avviene non sul campo di battaglia ma così a sangue freddo ovvio che è assai più traumatizzante e lei non può perdonare (magari il libretto non è molto chiaro in merito).Viene in mente la Camille di Quantum of solace -dove di opera c’era la Tosca a Bregenz, va bene-, anch’ella traumatizzata e decisa alla vendetta, (Bond girl che con James Bond ha un rapporto solo platonico)

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    • Amfortas 8 dicembre 2018 alle 9:13 am

      Paola, riciao. Vedete come è moderno Verdi? Si parla di Odabella e si va a finire a James Bond:-)
      Adoro i collegamenti laterali come questo ed è l’ennesima conferma che i contenuti dei commenti sono sempre meglio dei miei articoletti semiseri.
      Ciao e grazie!

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  6. Pier 9 dicembre 2018 alle 12:12 am

    Scusa Paolo, da spettatore poco dotato non riesco a scindere la messa in scena dalla parte musicale. Se vado a vedere Attila vorrei vedere Attila: si può anche modernizzare, ma far passare gli Unni per nazisti mi pare proprio strampalato. Il nazismo (che è materia da maneggiare con cura) prefigurava un impero ordinato, gerarchico e razzialmente puro. Le invasioni barbariche hanno abbattuto brutalmente un impero in decadenza, ma alla lunga innovando e mescolando le cose. Verdi al massimo ci ha messo la sua solita chiave irredentista, non credo avrebbe digerito un’interpretazione tardo-nazi.
    Questo va al di là delle regie moderniste (che ti piacciono tanto, al grido di “il libretto non conta!”) che poi in definitiva producono spesso costumi modesti e scene un po’ misere. Forse anche da questo deriva un po’ di noia?
    Un abbraccio, alla prossima (aspetto con ansia Nabucco, con negli occhi una bellissima messinscena futurista all’Arena di Verona).

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    • Amfortas 9 dicembre 2018 alle 8:32 am

      Pier, ciao. Il discorso è sempre quello: c’è chi (tra appassionati e registi( preferisce il significato e chi (tra appassionati e registi) preferisce il significante. Tutto qui. L’allestimento di Livermore stava a metà, era ibrido e per questo non ha convinto né me né te. Non si può fare un’esegesi particolareggiata di un’epoca storica in due ore, sia si parli di nazismo – da maneggiare con cura – sia si parli dei barbari. Bisogna lavorare a grandi linee, l’importante è che si capisca il senso dell’opera. A me pare che in questo senso (invasione di uno straniero, vicende personali inserite in un contesto più ampio, conflitti politici, ripiegamenti psicologici personali) il libretto sia stato tenuto presente benissimo. Poi che uno tenga in mano un machete, una spada, un mitra o una fionda mi interessa poco 🙂
      Vado a fotografare approfittando della bella giornata, ciao e grazie!

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  7. Furio Petrossi 9 dicembre 2018 alle 11:00 am

    A proposito dei versi “Rossiniani”, trovo questo gustoso aneddoto in Konstantin Plužnikov, Nicola Ivanoff – Un tenore italiano, Sandro Teti Editore (trovato su internet): “Nella fattispecie, [Rossini] chiedeva a Verdi di scrivere una nuova aria per Ivanoff – Foresto: «Sì come l’innamorato tocco del primo bacio della sua bella mano ne domanda un secondo, così Ivanoff porgitore della presente, memore del primo prezioso amplesso che le deste componendole un’aria magnifica, che tanto onore gli valse, viene a domandarvi un secondo amplesso, cioè un secondo lavoro, che sarà al certo la sua beatitudine. Fui mediatore nel primo incontro, mi compiaccio esserlo ora. Vogliate ve ne prego esaudire i voti del mio buon amico, egli merita tutta la vostra deferenza; per l’amore e la stima che vi porto merito io pure qualche cosa. A l’opra addunque, mio illustre collega, guadagnatevi nuovi diritti alla riconoscenza di Rossini».
    Per quanto fosse esausto a causa dell’attività ininterrotta. Verdi non osò rifiutare questo favore al grande Rossini,(…) il 10 agosto 1846 scrisse un’interessante lettera al suo librettista Francesco Maria Piave, che si trovava a Milano: «Ho bisogno d’un favore – d’una romanza con recitativo e due strofette l’argomento sarà un amante che si lagna dell’infedeltà dell’amata (robe vecchie!) farai 5 o 6 versi di Reci[itativo] poi due quartine in versi ottonar): ogni due versi vi sia il tronco che cosi è più facile…
    Ti raccomando siano patetici e piangolosi: farai dire a quell’imbecille d’amante che egli avrebbe data la sua porzione di Paradiso e ch’Ella la [sic] ricompensata con… *Corni*… Evvivano sempre i corni: Benedetti!… Oh se… potessi vorrei farne sempre!…».
    II tandem Piave-Verdi lavorò velocemente, e già all’inizio di settembre Ivanoff ebbe in mano la nuova romanza per Attila, Quello stesso autunno [28 settembre], la prima triestina andò in scena con enorme successo. L’interpretazione di Ivanoff fu cosi brillante che per diversi anni egli continuò a cantare la parte di Foresto nella variante con l’aria “interpolata”, ricevendo puntualmente le ovazioni del pubblico. L’ultima performance documentata ebbe luogo al Teatro Regio di Torino, allorché per la prima volta il testo poetico dell’aria “Sventurato! alla mia vita Sol conforto era l’amor!” comparve in una versione a stampa del libretto.”
    Ecco l’aria

    Infida!
    Fatta certezza è il dubbio:
    [I giuri suoi smentiva!] oh tradimento!
    Straziata dal dolor l’alma mi sento!

    Sventurato! alla mia vita
    Sol conforto era l’amor!
    Sventurato! or disparita
    Ogni gioia è dal mio cor!
    Ah! perché le diede il cielo
    Tanto fiore di beltà;
    Se ad un cor dovea far velo
    Nido reo d’infedeltà.

    La storia dei pezzi affidati a Foresto prosegue, anche in altri documenti, in modo complicato, tuttavia il ripristino dell’aria “triestina” rende orgogliosi.
    Come dico spesso, i triestini sono di due tipi: quelli allegri e quelli tristi. Io mi sento di appartenere a quelli tristi, assieme a Foresto… ma con maggior fortuna nell’amore.

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    • Amfortas 9 dicembre 2018 alle 11:05 PM

      Furio, ciao. Grazie del circostanziato commento. Tra l’altro ora non ricordo bene ma mi pare che qualcuno abbia inciso anche l’aria scritta per Ivanov, credo di averla ascoltata. I vecchi testi sono fantastici per gli aneddoti che contengono, spesso gustosissimi.
      Io sono a giornate, qualche volta idiota e altre imbecille.
      Ciao e grazie!

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  8. gabrilu 9 dicembre 2018 alle 9:37 PM

    Va bene, Attila non è un gran capolavoro, ma a me non dispiace affatto, e mi piace proprio per la sua travolgente ed a tratti arruffona e scalpitante “barbaricità”. Detto questo, ho tentato di guardare lo spettacolo della Scala il giorno dopo su RaiPlay (RaiPlay santa subito, prendere nota).
    Ho detto “ho tentato” perchè confesso che non sono riuscita a reggere oltre il I° Atto.
    Non entro nel merito di cantanti e di tutta la parte musicale nel suo complesso (anche se devo dire che per me Attila continua ad essere — con tutto il rispetto per altri eccellenti cantanti — il Samuel Ramey di Venezia… 🙂 ma non è di questo che voglio parlare.
    Il punto è che anche io, se vado a vedere Attila, voglio vedere Attila, ed anche in quest’occasione, la trasposizione di tempo, luogo, azione etc. mi ha disturbato alquanto, anche se le scenografie mi sembravano molto belle, ma non era questo il punto. Il punto è: qualcuno mi spieghi, please, che ci azzecca un linguaggio ottocentesco d.o.c. come quello del libretto con una ambientazione anni ’40 del Novecento. Cambiare contesto non è operazione da poco, è roba complessa. Non si tratta soltanto di scavalcare disinvoltamente una manciata di secoli e cambiare i costumi dei personaggi. Un contesto è una rete, una rete fatta non solo di costumi ma di modo di essere, di pensare, di rapportarsi al mondo… e di linguaggio.
    Per farla breve ed andare al sodo: ho resistito impavidamente allo stridore tra quello che vedevo in scena e le parole che uscivano dalla bocca dei cantanti ma ad un certo punto non ho proprio retto più…
    Quando ho sentito (esempio) una Odabella vestita da italiana anni ’40 cantare:
    “Allor che i forti corrono
    Come leoni al brando
    Stan le tue donne, o barbaro
    Sui carri lagrimando
    Ma noi, donne italiche,
    Cinte di ferro il seno,
    Sul fumido terreno
    Sempre vedrai pugnar.”
    … mi è venuto un tale attacco di ridarella (meno male che ero nel salotto di casa e non in teatro 🙂 che ho detto “ciao” , ho spento tutto e mi sono dedicata ad altro.

    Non lapidatemi. Mi appello all clemenza della corte

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    • Enrico 9 dicembre 2018 alle 10:37 PM

      Gabrilu dice bene, ambientare un’opera in un’epoca diversa da quella cui librettista e compositore hanno fatto riferimento per la loro creazione è un azzardo e presenta le insidie che ha ben esemplificato nel suo intervento….sarebbe quanto meno opportuno, facendo una scelta scenografica e registica come quella di questo Attila scaligero, rivedere anche il libretto per renderlo coerente con quanto si vede sulla scena. Comunque, anche se ho seguito la diretta TV solo dal secondo atto, devo dire che non mi dispiace che scene – miranti alla spettacolarità e regia – miranti a far recitare i cantanti tali da renderli credibili nelle parti che interpretano, e non solo cantano – sia considerata almeno di importanza pari all’aspetto musicale, essendo l’opera teatro in musica. Mia opinione: mi pare che scene e regia acquisiscano ancora più grande importanza quando si sa che lo spettacolo è trasmesso in TV, per cui si pensa più agli spettatori a casa (diverse centinaia di migliaia, quantomeno) che non ai 1600-1800 spettatori in teatro. E ciò, a mio avviso, ha perfettamente senso.

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      • Amfortas 9 dicembre 2018 alle 11:15 PM

        Enrico, ciao. La risposta che ho dato a Pier e a gabrilu credo vada bene anche per te. Rivedere il libretto? È stato fatto spesso negli ultimi anni e, dal mio punto di vista gli interventi sulla drammaturgia sono assai più perniciosi di eventuali incongruenze con il libretto.
        Sulle regie televisive sono d’accordo ma dovrebbero essere fatte meglio, troppi primi piani dei cantanti. non vanno bene. Io, che ho un minimo di esperienza di foto di scena ti posso assicurare che i cantanti se vedono una loro foto mentre stanno a bocca aperta te la fanno mangiare! In TV alcuni primi piani sono a un passo da una RMN (strasmile).
        Ciao e grazie!

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    • Furio Petrossi 9 dicembre 2018 alle 11:09 PM

      Sarebbe interessante vedere come mettevano in scena le opera al tempo di Verdi: un esempio per “Attila” è “Scene from Attila at Her Majesty’s Theatre, London. The Illustrated London News, 15 April 1848” https://books.openedition.org/obp/docannexe/image/3117/img-1.jpg . Tuttavia se nel Rinascimento dipingevano la Madonna in abiti moderni, se nel teatro elisabettiano non si curavano tanto dei costumi storici, vuol dire che la preoccupazione storica è venuta successivamente. A volte il moderno funziona, a volte no. Il Mosè in Egitto di Rossini con regia di Vick, ad esempio, mette agli “schiavi” cinture esplosive, ma per me funziona. Questa regia dell’Attila funziona nel mettere in evidenza che nessuno è buono: Attila, Ezio: Foresto e forse neppure Odabella.

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      • Amfortas 9 dicembre 2018 alle 11:19 PM

        Furio, concordo. Tra l’altro nell’articolo precedente alla recensione sottolineavo come Verdi fosse attentissimo ai progressi della scenotecnica, tanto da rischiare l’illuminazione a gas che era l’ultimo grido, con i risultati che ho descritto (il flagello dei nasi). Perciò, in questo senso almeno, volontà di Verdi più che rispettata perché la Scala ha messo a disposizione di Livermore tutte le ultime novità, soprattutto per quanto riguarda gli spostamenti delle scene ecc.
        Ciao e grazie!

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      • Paola Datodi 11 dicembre 2018 alle 8:53 PM

        direi che il ricorso a uno stile “cinematografico” rende più accettabile l’ammodernamento. Lei accenna al teatro elisabettiano, e infatti i drammi di Shakespeare per lungo tempo furono rappresentati con costumi… dell’epoca di Shakespeare, anche i “Roman Plays” (mi par che fu all’inizio dell’Ottocento, con il Neoclassico, un “Antonio e Cleopatra” il primo ad essere rappresentato in abiti romani.). Ma Shakespeare “updated” all’epoca moderna è da un pezzo di uso comune, e per tornare al fatto cinematografico trovo efficacissimo il Riccardo III con Ian McKellen, regista Loncraine: treni, pistole, aerei…con lo stesso regista e interprete era stato dapprima fatto in teatro sempre in costumi moderni ma più, diremo, moderato, la trasposizione filmica ha potuto concedersi maggior fantasia

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      • Amfortas 12 dicembre 2018 alle 9:15 am

        Paola, ciao e grazie dell’ulteriore contributo che impreziosisce una discussione interessante.

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    • Amfortas 9 dicembre 2018 alle 11:10 PM

      Gabrilu, ciao. Tu che sei una delle più fedeli lettrici di questo blog sai bene che io sono anche molto severo con i registi e trovo le tue parole tutt’altro che da stigmatizzare. La mia idea è diversa dalla tua sul teatro in musica, credo, nel senso che tu – come molti altri, credo la maggioranza – preferite una maggiore aderenza al libretto, mentre io privilegio il teatro. Non c’è un modo “giusto” di vedere la cosa, credo, ma quello che è importante è non avere pregiudizi in alcun senso. Alla fine, come dico sempre, sono solo due le categorie di regie: quelle belle e quelle brutte.
      Ciao e grazie!

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  9. Giovanni 12 dicembre 2018 alle 12:05 PM

    Concludiamo così. Verdi non morirà mai nonostante i tanti becchini!! AMEN

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