Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Divulgazione semiseria dell’opera lirica: Nabucco al Teatro Verdi di Trieste, ovvero Maria Callas e quel gran paraculo di Temistocle Solera.

Dunque, dopo la cronaca del concerto di Capodanno e relativa recensione morbida, si ricomincia a fare sul serio.
Passo direttamente al sodo e cioè alla consueta presentazione semiseria dell’opera in programma al Teatro Verdi di Trieste da venerdì 18 gennaio, Nabucco di Giuseppe Verdi.
C’è necessità che io sproloqui su questi argomenti? Ovviamente no, ma forse parlare di quelle che oggi sembrano solo ombre che girano dalle parti di Piazza Unità può schiarirci le idee.
Apprezzate lo sforzo che ho fatto per infliggervi una mia foto, suvvia (strasmile). Devo pur pubblicizzare l’Associazione culturale Fotocamera con vista, che vi prego di seguire sul trono aurato di Facebook.


Quando, a proposito di Giuseppe Verdi, si parla di anni di galera, il neofita potrebbe pensare che ci si riferisca a un periodo in cui il nostro compositore più noto fosse in ambasce economiche (o peggio, chissà!): in realtà Verdi dopo il successo straordinario di Nabucco (che debuttò nel 1842) diventò un personaggio molto richiesto da tutti i teatri e il lavoro non gli mancò di certo.
Quell’espressione, anni di galera, che evoca fatica e sofferenza allora va intesa in un altro modo: stress da superlavoro e probabilmente, ma è un’interpretazione mia, parziale insoddisfazione personale perché Verdi aveva il dono dell’autocritica e la propensione al perfezionismo che gli facevano percepire – di là della risposta del pubblico – che in certe occasioni il prodotto finito non era all’altezza dei propri standard.
Insomma, al contrario dei nostri politici Verdi soffriva di una variante attenuata della sindrome dell’impostore (strasmile).
Del resto, che il Nostro fosse molto richiesto è testimoniato dai fatti e dalle date: tra il 1844 e il 1846 sfornò ben cinque opere ( Ernani, I due Foscari, Giovanna d’Arco, Alzira, Attila) e poi, sino al 1850, altre sette (ultima lo Stiffelio). Un tour de force notevole, ritmo donizettiano mi verrebbe da dire. Cinque opere in così poco tempo sono tante anche per un genio della composizione, significano preoccupazioni di ogni genere.
Il rispetto dei tempi di consegna, per esempio, fu un fattore molto importante e influenzato da più variabili: i capricci dei cantanti, che erano primedonne anche a quei tempi, e pretendevano arie che dessero loro visibilità e trionfi personali. Oppure le incomprensioni con i librettisti, che spesso tendevano a scriversi addosso, ignorando una delle regole irrinunciabili che si era dato Verdi: la brevità che doveva favorire uno sviluppo drammaturgico incalzante.

Temistocle Solera

Tutto questo, e molto altro, andava gestito mentre Verdi viaggiava attraverso l’Italia da una città all’altra, da un teatro nel quale debuttava un’opera a un altro dove s’imponeva la ripresa di un lavoro precedente, magari con un allestimento nuovo.
Inevitabile, allora, scoprirsi o essere scoperti dalla critica se non ripetitivi, almeno autoreferenziali.
Ma torniamo all’epoca pre-Nabucco.
Il Maestro stava passando un momentaccio dal punto di vista psicologico. L’esito del suo ultimo lavoro, Un giorno di Regno, fu a dir poco contrastato, tanto che l’opera fu ritirata dalle scene e così si ritrovò a soli 27 anni con le batterie scariche.
Cosa gli stava succedendo e da quali circostanze nacque il Nabucco?
Le testimonianze provengono da fonti molto autorevoli, ad esempio da Giulio Ricordi, che segnala come Verdi, in una lettera all’amico Opprandino Arrivabene [un nome meraviglioso, secondo me, tipo Don Diego de la Vega (strasmile)] parlando della genesi di Nabucco scriva così, riferendosi all’impresario scaligero Merelli:
Egli stesso (Merelli) molti mesi dopo mi sforzò a leggere il libretto del “Nabucco”.
Lo scrittore piemontese Michele Lessona, invece, in un suo saggio dedicato alle figure artistiche emergenti dell’epoca, addirittura parla di un Verdi “appartato da tutti” che legge “da mane a sera pessimi libri, e per lo più romanzacci che anche allora si stampavano in gran copia a Milano”. Dopo varie circostanze, il Merelli “fa scivolare in tasca a Verdi il manoscritto di “Nabucco” e il Maestro rimane folgorato dalla frase Va’, pensiero, sull’ali dorate. Dopo pochi mesi, l’opera era pronta.
Lavoro molto particolare, il Nabucco. Verdi stesso sostiene che “con quest’opera si può dire veramente che abbia principio la mia carriera artistica.” E pensare che Merelli, dopo tanto certosino lavoro ai fianchi del compositore, decise di allestire lo spettacolo anche perché poteva riciclare i costumi e gli scenari di un balletto intitolato “Nabuccodonosor” di Antonio Cortesi. Insomma, la spending review è sempre esistita.
Il librettista di Verdi in questa circostanza fu un personaggio davvero singolare, Temistocle Solera, che già aveva collaborato col Maestro di Busseto per l’Oberto.
Questo Solera, da ragazzino, era scappato da un convitto viennese per lavorare in un circo itinerante; in Ungheria poi era stato arrestato dalla polizia austriaca ma non prima di aver goduto, a quanto pare alla verde età di 13 anni, “dei maturi favori della padrona del circo stesso”.
Julian Budden, uno dei più autorevoli studiosi di Verdi, ci informa ancora che negli anni successivi Solera, dopo aver rotto il sodalizio artistico con Verdi, fu impresario teatrale a Madrid, presunto amante della Regina Isabella di Spagna, editore di una rivista ecclesiastica a Milano, corriere segreto tra Napoleone III e il Kedivé d’Egitto , acquaiolo a Livorno e antiquario a Firenze.
Un uomo di molteplici e torbidi talenti (strasmile).
Resta il fatto che proprio Solera è uno degli artefici principali del successo di Nabucco.

Giorgio Ronconi

Il librettista si rifece sia al balletto nominato qualche riga più sopra sia al dramma da cui lo spettacolo fu tratto (“Nabuccodonosor”, di Anicète Bourgeois e F. Cornue), traendo però da entrambi i lavori le peculiarità più funzionali alle particolari dinamiche drammaturgiche verdiane: straordinaria, nello specifico, la centralità narrativa data al coro.
I ruoli principali di Nabucco sono tutti di grande difficoltà e come sempre a quei tempi la tessitura vocale venne cucita su misura alla vocalità dei migliori interpreti sulla piazza: il baritono Giorgio Ronconi, Nabucco, e il basso profondo Prosper Dérivis, Zaccaria.

Prosper Dérivis


Curiosamente proprio la parte più spaventosa dal punto di vista artistico, invece, cioè quella della terribile Abigaille (grandiosa la sua entrata sprezzante: “Prode guerrier!… d’amore Conosci tu sol l’armi?” che già ci fa capire come sia un tipino tosto) non fu sartorialmente pensata per un soprano in particolare, e Giuseppina Strepponi (la futura Signora Verdi) s’assunse l’onere del debutto.
Un’altra curiosità su quest’opera, tra le tante che si potrebbero citare: Solera la divide non in atti, ma in quattro quadri, ognuna con un titolo. Inoltre, volle aggiungere a ogni quadro una frase tratta da Geremia.

Clelia Maria Josepha Strepponi

Anche in questo lavoro, Verdi conferma la sua grande propensione allo studio dell’arte rossiniana, in particolare si riconoscono echi del Guillamme Tell e ispirazioni strutturali dal Moïse et Pharaon.
Chiudo con un’ultima considerazione.
Dal punto di vista psicologico (e anche strettamente vocale, con quella scrittura nervosa, tutta sbalzi) i ruoli sopranili di Abigaille e Lady Macbeth hanno parecchi tratti in comune: la sete di potere, l’assenza di scrupoli morali.
Domanda da pochi cent: chi è stata la più grande cantante interprete di Abigaille e Lady Macbeth?
Prendetevi dieci minuti e ascoltate una delle più grandi performance vocali di cui esista traccia sonora.

Un saluto e alla prossima, che sarà la recensione della prima.

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10 risposte a “Divulgazione semiseria dell’opera lirica: Nabucco al Teatro Verdi di Trieste, ovvero Maria Callas e quel gran paraculo di Temistocle Solera.

  1. fabiana stranich 13 gennaio 2019 alle 5:38 pm

    Grazie per le curiose informazioni

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  2. Enrico 14 gennaio 2019 alle 8:58 am

    Dando un’occhiata ai dati di Operabase risulta che le tre opere più rappresentate degli anni di galera verdiani siano Nabucco, Macbeth e (con un numero di produzioni molto minore di queste due) Attila. Queste tre opere mi pare che richiedano quale protagonista femminile un soprano drammatico d’agilita; è plausibile che (a parte la grande popolarità del Nabucco ed il valore indiscutibile del Macbeth) ciò possa essere connesso alla riscoperta di certo repertorio rossiniano e donizettiano – repertorio che prevede generalmente una voce di soprano con tali caratteristiche- dai primi anni ‘70 del secolo scorso in poi?
    Grazie e Saluti

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    • Amfortas 14 gennaio 2019 alle 9:22 am

      Enrico, ciao, ottima riflessione. Non saprei darti una risposta ma credo che la tua considerazione sia da tenere presente. Però abbiamo un problema, come quella volta a Houston: il soprano drammatico di agilità è una specie di unicorno perché non esiste in natura, ci sono solo tentativi di imitazione più o meno riusciti di quei 3-4 esemplari che abbiamo potuto ascoltare live o in registrazione dagli inizi del Novecento in poi. Uno è quella Dimitrova che cita Giuliano nel commento successivo al tuo, l’altra è la Callas. Fare ulteriori nomi è possibile, ma difficile.
      Insomma, tocca accontentarsi – e io lo faccio volentieri – di soprani che vengono a patti con la tessitura a sbalzi di quelle parti citate. Pensa al Devereux di Donizetti o altre opere tipo Semiramide: in teoria oggi non le potrebbe cantare nessuno.
      Ciao e grazie!

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  3. Giuliano 14 gennaio 2019 alle 9:01 am

    sul peso degli “anni di galera” hanno influito sicuramente anche i confini da attraversare, con dazi e dogane 🙂
    quelli che i mona de oggi vorrebbero ripristinare, e in parte ci sono già riusciti. Da Venezia a Napoli, da Roma a Milano, quante dogane e quanti dazi (e quanti funzionari da pagare…), povero Verdi.
    Per il resto, sì, la Callas è insuperabile. In teatro ho ascoltato Ghena Dimitrova diretta da Muti, un bell’ascolto anche lei. Cosa ne pensi del disco con la Scotto?
    Grazie per le notizie su Solera, confesso che non ne sapevo niente…

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    • Amfortas 14 gennaio 2019 alle 9:42 am

      Giuliano , ciao. Hai ragione anche tu e purtroppo introduci un argomento, quello della politica, che davvero mi addolora. Se Verdi piangeva il Bullo, qui a Trieste, non ride. Hai visto cosa ci ha combinato il vicesindaco in carica?
      A prescindere da queste tristezze, la Scotto è un’altra di quelle che si arrangia nobilmente, ma la Ghena era più in parte.
      Solera? Oggi sarebbe Ministro dell’interno, già me lo vedo con la tuta dei Vigili del fuoco!
      Ciao e grazie!

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      • Paola Datodi 4 febbraio 2019 alle 9:05 pm

        perché? Solera oggi sarebbe giornalista e soprattutto fotografo pronto a infilarsi dappertutto, a procurarsi i ciak delle situazioni più impensate (ehm…). Tornando alle cose serie, la Callas interpretò Abigaille in teatro una sola volta a Napoli, a fianco di Gino Bechi, dir. Vittorio Gui, nel 1949, quindi a 26 anni: a un soprano che affrontasse quel ruolo a quell’età adesso direbbero che è un’incosciente! Ma Giuseppina Strepponi, classe 1815 nel 1842 aveva dunque solo un anno di più… Anche Lady Macbeth la Callas la interpretò una sola volta,comunque alla Scala in apertura di stagione 52/53, baritono Mascherini, dir. De Sabata. Dicendo una sola volta mi riferisco s’intende alla serie di recite. Non si sentì di interpretarla al Met nel 1959, e ciò causò una temporanea rottura con il teatro di New York. Quanto a Odabella, non l’interpretò mai in scena. Abbiamo quindi essenzialmente testimonianze discografiche. Se non volle portare più in scena quei due ruoli che erano tanto nelle sue corde forse l’impegno, lo stress, era eccessivo? E inoltre, uscendo dal repertorio verdiano, di Donizetti non interpretò mai in scena es. la Lucrezia Borgia, e delle opere “Tudor” solo l’Anna Bolena. Grazie al cielo ci sono le registrazioni dei numerosi recital! Certo può parer strana la scarsa frequentazione in teatro di ruoli che parevano scritti per lei, o fu saggezza? Saluti cordialissimi, e scusate la lungaggine!

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      • Amfortas 5 febbraio 2019 alle 9:51 am

        Paola, ciao. Grazie per l’excursus biografico su Maria Callas la quale, come sai, era molto rigorosa dal punto di vista professionale. Tutti rimpiangono che non abbia affrontato alcune parti donizettiane e cosiddetta trilogia Tudor in primis a parte Anna Bolena. Non saprei perché se ne sia stata lontana, forse una questione di impegni, di studio, chissà. So solo che sogno un Roberto Devereux inedito!
        Quanto a Solera, lo vedrei più come politico improvvisato, oggi farebbe furori.
        Ciao e grazie!

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  4. Paola Datodi 5 febbraio 2019 alle 5:25 pm

    molto gentile, ricambio! Quanto a Verdi e i suoi “ANNI DI GALERA” voi dite Nabucco, Macbeth, Attila… e l’Ernani? Mi par che sia – e sia sempre stato- abbastanza popolare, bei brani per tutti, frasi del libretto divenute proverbiali: da piccola non capivo perché parlando di qualcuno che aveva il sonno duro, dicessero “finalmente si è svegliato, il Leon di Castiglia!” poi ovviamente ho conosciuto il celebre coro; e in uno dei tanti film ambientati a Roma durante il Risorgimento, non mi ricordo quale, ce n’è stato un bel filone, c’è una scena in cui viene insegnato il coro in questione a dei popolani romani con qualche difficoltà (“eco formi”… dicevo, non ricordo il film ma questo mi è rimasto impresso). Ovviamente era fondamentale ciò che la fonte, il dramma di Victor Hugo, aveva significato per il Teatro romantico.

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    • Amfortas 6 febbraio 2019 alle 9:14 am

      Paola, ciao. Sì certo anche Ernani è un’opera fantastica che si vede sempre volentieri se ben interpretata. Mi hai fatto venire in mente la trasmissione di Baricco, L’amore è un dardo, che giocava appunto sull’equivoco della famosa aria del Trovatore. La popolarità di certe opere, non solo verdiane, si misura anche con l’uso nel quotidiano di frasi tratte dai libretti; quando è il caso, nei miei post di divulgazione semiseria lo faccio notare.
      Purtroppo, credo sia qualcosa che andiamo perdendo, perché dell’opera interessa poco o nulla alla stragrande maggioranza delle persone.
      Ciao e grazie!
      (Giuliano mi sono comprato il libro, grazie).

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