Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria di Nabucco di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: aurea mediocritas, a cominciare dall’estensore della recensione.

Amante dell’orrido quale sono, la parte migliore della serata l’ho gustata durante un intervallo, quando due damazze hanno litigato con un giovane ragazzo per motivi a me sconosciuti. C’entrava l’acqua, in qualche modo. Forse se la sono tirata dietro, non so. Grazie comunque all’ignoto terzetto di comprimari (strasmile).

Come è noto, con Nabucco Giuseppe Verdi raggiunse lo status di compositore di fama europea dopo il notevole tonfo di Un giorno di regno, che ne minò – in concorso con circostanze a dir poco drammatiche della vita privata – l’autostima e la fiducia.
L’opera raccolse da subito un franco successo e si caratterizza, più che per quel sentore nazionalpopolare oggi così rimarcato, per essere in nuce una specie di laboratorio della drammaturgia verdiana. Difficile, infatti, non riconoscervi una delle situazioni più frequentate dal compositore: quella del conflitto tra vicende private e pubbliche dei protagonisti nel contesto di una determinata situazione storica o politica. Inoltre, le figure di Abigaille e Nabucco, certo per vie diverse, sono mosse da un’attrazione sfrenata per il potere che rischia (o riesce) di portarle alla rovina; anche questo è un altro ambiente in cui spesso si muovono i personaggi verdiani.
Nabucco è una di delle opere che i teatri italiani e non solo presentano in cartellone con regolarità e il Teatro Verdi di Trieste, in questo senso, non fa eccezione: l’ultima produzione risale al 2015.
Per quest’occasione si è puntato su di un allestimento già rodato proveniente dal circuito lombardo dei teatri di tradizione e adattato alle esigenze del palcoscenico triestino, firmato da Andrea Cigni e qui ripreso da Danilo Rubeca.
Non si può certo dire che si tratti di uno spettacolo rivelatore in quanto, per la gioia di molti, si presenta didascalico, rassicurante e ampiamente nell’ambito di una tradizione un po’ inamidata e forse pure leggermente noiosa, anche perché ci sono due intervalli lunghi e tre cambi di scena di qualche minuto.
I pregi sono quelli degli allestimenti del genere: ambientazione originale nelle scene e nei costumi, luci funzionali con qualche sprazzo di sapidità, un paio di ingenui “effetti speciali”. Allo stesso modo anche le carenze rimangono sempre costanti: coro spesso immobile, poca regia vera e nessun tentativo di indagare tra le pieghe delle dinamiche emozionali dei personaggi.
Per questi allestimenti c’è un aggettivo oggi molto di moda e cioè carino. Io preferisco affermare che siamo nell’ambito dell’aurea mediocritas. Al contempo chioso che il teatro debba essere qualcosa di più, non necessariamente sconvolgente, ma almeno interessante, emozionante. Nella fattispecie, invece, mi pare che il tutto si svolga nell’ampio territorio del già visto.
Per quanto riguarda la direzione d’orchestra, negli ultimi lustri si è affermata una tendenza che vuole alleggerire il peso orchestrale del Verdi degli anni di galera sfumandone gli impeti barricaderi – si pensi anche al recente Chailly con Attila, che ha inaugurato la stagione scaligera – accentuando il lirismo delle pagine più sobriamente raccolte.
Christopher Franklin, sul podio dell’orchestra triestina, è sembrato andare nella prefata direzione ma è riuscito anche a non smorzare la grinta che caratterizza questo Verdi così sanguigno e lo si è percepito già dalla famosa Sinfonia iniziale.
Agogiche anche incalzanti quindi, ma lontanissime da ogni sospetto di frettolosità o trascuratezza e dinamiche sfumate e al contempo idonee ad accendere l’Orchestra del Verdi capace di un suono morbido e virile quando necessario. Ottima la gestione della banda in scena, grande perizia nel sostenere i famosi interventi corali e accompagnamento competente e incisivo ai cantanti sia nei duetti sia nelle arie.
Giovanni Meoni ha caratterizzato un Nabucco convincente dal lato scenico mentre dal lato prettamente vocale, soprattutto alla fine, è affiorata qualche criticità negli acuti. Nel complesso però la figura del tormentato condottiero è sembrata centrata grazie a un fraseggio che ha privilegiato più l’aspetto nobile del personaggio che quello arrogante e protervo.
Amarilli Nizza è stata protagonista di una prova in crescendo, esprimendo al meglio le note qualità d’interprete negli ultimi due quadri. Buona, in particolare, la resa del duetto con Nabucco e nel finale. Meno convincente è sembrata, invece, nella grande scena che apre il secondo quadro, in cui il furore e la frustrazione nevrotica di Abigaille è emersa più per l’accento veemente e incisivo che per rigoglio vocale.
Nicola Ulivieri, pur in una parte che vocalmente gli sta larga, ha centrato il personaggio di Zaccaria in tutti gli aspetti di ieratica autorevolezza. Buona l’interpretazione della celebre e insidiosissima cavatina iniziale (Sperate, o figli…D’Egitto là sui lidi) e apprezzabile anche la preghiera Vieni, o Levita. E poi, ma non lo si scopre certo oggi, Ulivieri ha classe sul palcoscenico, recita per sottrazione e con disinvoltura.
Nella parte di Ismaele, notoriamente tra le più ingrate tra quelle scritte per tenore da Verdi, se l’è cavata bene il giovane Riccardo Rados, palesando una voce di bella pasta e timbro solare.
Molto brava Aya Wakizono, Fenena luminosa e partecipe, che ha ben cantato la sua piccola ma bellissima aria Oh dischiuso è il firmamento e che nei densi concertati spiccava con la sua voce brunita.
Discrete le parti minori in cui si sono destreggiati Francesco Musinu (Gran Sacerdote di Belo), Andrea Schifaudo (Abdallo) e Rinako Hara (Anna).
Eccellente l’apporto del Coro, ben preparato da Francesca Tosi.

Il numeroso pubblico ha sottolineato anche con applausi a scena aperta il gradimento a questa produzione. Facile prevedere che nelle prossime recite il rendimento complessivo salirà e che alcune criticità saranno assorbite.

Nabucco Giovanni Meoni
Abigaille Amarilli Niza
Ismaele Riccardo Rados
Zaccaria Nicola Ulivieri
Fenena Aya Wakizono
Abdallo Andrea Schifaudo
Anna Rinako Hara
Il Gran Sacerdote di Belo Francesco Musinu
Direttore Christopher Franklin
Regia Andrea Cigni, ripresa da Danilo Rubeca
Scene Emanuele Sinisi
Costumi Simona Morresi
Assistente ai costumi Veronica Pattuelli
Luci Fiammetta Baldiserri
Maestro del coro Francesca Tosi
Orchestra e Coro del Teatro Verdi di Trieste

 

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2 risposte a “Recensione semiseria di Nabucco di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: aurea mediocritas, a cominciare dall’estensore della recensione.

  1. Enrico 19 gennaio 2019 alle 8:44 pm

    E così all’intervallo ti sei rivisto come fuori programma il terzetto Abigaille-Fenena-Ismaele😋

    Mi piace

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