Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Il mio contributo per la Giornata della Memoria.

Anche quest’anno ripropongo un mio vecchio scritto in occasione della Giornata della Memoria e, purtroppo, non posso fare a meno di notare come rispetto all’anno scorso le cose siano peggiorate in Italia e non solo: il testo è davvero attualissimo e temo lo sarà per molto.
Perciò ci aggiungo anche una fotografia con la quale ho voluto ricreare – per fortuna solo virtualmente – uno scenario che a Trieste è esistito davvero alla Risiera di San Sabba.
Non aggiungo altro.

Sanità e prevenzione: uno sguardo al futuro.

Il momento in cui il cittadino, di qualsiasi censo, può valutare il grado di civiltà del paese in cui vive è quando è malato.
A me è capitato una volta sola di dover seriamente fare i conti con il sistema sanitario nazionale e vi assicuro che nonostante spesso, sugli organi d’informazione, si parli male di questo servizio, la mia testimonianza è positiva.
Senza sostenere alcuna spesa sono stato portato all’estero, perché i medici locali, una volta individuato il problema, si erano resi conto di non avere il know how sufficiente per garantire la mia completa guarigione.
Siccome la natura del mio problema era palese, sono stato aggregato a molti altri che accusavano gli stessi sintomi. Tutti insieme, in maniera che il virus non si diffondesse a macchia d’olio.
Il mezzo scelto dalle autorità sanitarie è stato il treno, e anche questo dimostra una considerevole lungimiranza e la giusta attenzione ai problemi ecologici.
Appena arrivati al polo sanitario assegnato, la prima preoccupazione dei medici è stata che tutti noi non ci sentissimo abbandonati, in quanto la condizione psicologica corretta è una delle componenti fondamentali di una guarigione completa. Quindi, sempre in gruppo, perché non ci affannassimo smarriti e non perdessimo la nostra identità (quante volte, negli ospedali, si è ridotti ad un numero?) siamo stati sottoposti alle prime cure. Sostanzialmente si è trattato di precauzioni igieniche ma è noto che la cura della persona, la pulizia, è una delle condicio sine qua non per una buona riuscita di qualsiasi cura.
Prima di tutto ci hanno fatti spogliare completamente nudi, per vedere con chiarezza se mostravamo segni del nostro male sfuggiti ad un primo controllo; poi ci hanno levato, perché è nota l’interazione negativa d’alcuni metalli preziosi con le medicine, tutti gli inutili orpelli tipo catenine in oro, orecchini, finanche le fedi che qualcuno portava all’anulare.
Il passo successivo è stato inebriante: ci hanno portato tutti, ricchi e poveri, in una grande sala spoglia e ci hanno lavato con l’acqua gelida, che sgorgava violentemente, quasi a metafora di una vitalità recuperabile, da una pompa.
Poi insieme, uomini e donne, ormai mondati e lindi, siamo stati tutti rasati con accuratezza straordinaria in ogni parte del corpo: il pube liscio, le ascelle liliali, il cranio lucido. Quasi un ritorno al felice periodo dell’infanzia.
C’è stato assegnato un lavoro, piuttosto duro. Qualche sconsiderato, evidentemente incapace di capire che il moto, la fatica, sono propedeutici a un dimagrimento e quindi a un buono stato di salute, ha protestato. Purtroppo, nel novero di una massa elevata di persone, la probabilità che ci sia qualcuno un po’ altezzoso c’è sempre. In linea con questa severa disciplina terapeutica e ancora una volta dimostrando una lungimiranza notevole, c’è stata attribuita la dieta: pane e acqua, entrambi ammaniti con parca moderazione, allo scopo di evitare gonfiori e i noti problemi d’accumulo nelle arterie di quel killer pericolosissimo e silenzioso che è il colesterolo.
Per temprare ulteriormente i nostri corpi e le nostre menti, ci hanno costretto a dormire nudi o ricoperti di stracci, al gelo se d’inverno, al caldo torrido d’estate.
Periodicamente i medici eseguivano controlli sanitari accuratissimi, e quelli di noi che non rispondevano alle cure erano selezionati e separati dal resto del gruppo, perché non minassero col loro atteggiamento negativo il morale di chi, invece, con lodevole responsabilità, si sottoponeva volentieri al trattamento.
Col passare del tempo molti hanno cominciato a dare manifestazioni di squilibrio sia mentale sia fisico, segno che purtroppo, nonostante la severa e mirata terapia d’urto, il male aveva proseguito il suo percorso letale.
Questi poveri disgraziati hanno avuto la fortuna di trovarsi in un centro specializzato, dove l’eutanasia non è certo uno stupido tabù, ma il segno tangibile del rispetto che si deve all’ammalato che soffre. Spettava a noi sani accompagnarli in ampie sale, dove erano eliminati senza strepiti e in assenza di dolore, semplicemente accentuando le dosi di farmaci normalmente usati per un’anestesia locale. I medici fornivano anche un supporto psicologico fondamentale a questi malati terminali, non rivelando, dimostrando un’umanità straordinaria, il vero fine ultimo di quelle riunioni di gruppo. Inoltre, se per caso qualcuno particolarmente robusto restava pervicacemente attaccato alla propria vita malata dopo il trattamento, un’equipe di chirurghi scelti per la loro particolare abilità diagnostica li sezionava ancora vivi nell’apposita sala settoria. Rimanendo coscienti, potevano dare precise indicazioni agli specialisti, che sarebbero state utilissime per una campagna di prevenzione di massa, già pianificata da tempo.
La specializzazione era tale, in questo centro, che le persone decedute erano immediatamente bruciate in appositi forni ed il calore generato dalla combustione delle ossa, nell’ambito di un virtuoso progetto di risparmio energetico, forniva acqua calda e riscaldamento agli studi dei medici e alle abitazioni dei loro familiari.
Niente sostanze inquinanti, come il carbone, responsabili di quelle emissioni così deprecabili che favoriscono il global warming, un problema che in futuro, probabilmente, qualcuno dovrà affrontare seriamente.
Un giorno, purtroppo, anch’io ho ceduto all’avanzata del virus nel mio corpo, ma per fortuna un medico pietoso, senza nessuna esitazione, mi ha sparato un colpo alla nuca, mettendo fine alle mie sofferenze.
Sono grato alla fortuna, perché mi è stata concessa la possibilità di lasciare ai posteri testimonianza di questa vetta della civiltà umana, che si raggiunse qui, non in Italia (solo a Trieste c’era un piccolo centro così attrezzato come questo), ma a Mauthasen-Gusen, culla della civiltà mitteleuropea.
Fanno bene, gli attuali governanti di tutto il mondo, a mandare in questo posto le scolaresche: sin da bambini bisogna essere coscienti di come l’uomo, al di là delle stupide divisioni politiche, economiche e razziali, quando è fortemente motivato dalla cura per il benessere comune possa dimostrarsi davvero degno della sua provenienza divina.
Chiedo scusa a tutti se la mia testimonianza non è particolareggiata come le circostanze meriterebbero, oppure sgrammaticata, ma ho dovuto scrivere in fretta e in uno stato permanente ed angosciante d’agitazione. Alcuni sporadici sobillatori, proditoriamente, sostengono che molti, invidiosi dei risultati ottenuti, vogliono cancellare le prove dell’esistenza di questo centro di benessere e cura.

Ne sento già, da lontano, i passi pesanti e rumorosi.

8 risposte a “Il mio contributo per la Giornata della Memoria.

  1. Enrico 27 gennaio 2019 alle 7:33 PM

    L’anno prossimo sarà il 75mo anniversario del Giorno della Memoria. Sarebbe importante (direi quasi doveroso) che La Scala (e/o altri teatri d’opera italiani) inaugurasse la stagione lirica 2019-20 con “Die Passagierin” di Weinberg. E sarebbe bello che tale richiesta potesse provenire dai personaggi più eminenti della cultura italiana.

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  2. Edgardo Mauri 27 gennaio 2019 alle 7:36 PM

    Grazie, Grande Grazie
    lo scorso anno non l’avevo letto

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  3. Giuliano 28 gennaio 2019 alle 2:46 PM

    anch’io mi ripeto: a me è bastata una sola foto, da bambino o poco più, per comprendere l’orrore. Vedo invece che c’è gente che sta lì a discutere sul numero dei morti e dei deportati, come se anche un milione di morti fosse una bazzecola. La gente è fatta così, purtroppo: in cronaca nera si scandalizzano se una persona viene uccisa e bruciata, poi alzano le spalle sul ghetto di Roma, sui lager, sulle Fosse Ardeatine. Mah.
    (questo tuo post l’ho letto in anteprima…)

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    • Amfortas 28 gennaio 2019 alle 8:33 PM

      Giuliano, ciao. È proprio come dici tu, sono d’accordissimo. Io ascolto o leggo in giro cose che una volta non sarebbero state tollerate da nessuno, eppure sembra che tutti se ne freghino.
      Per fortuna in questa melma c’è anche il mio amico Pier, che ogni tanto commenta qui e col quale ho condiviso le elementari e le medie, che sta provando a portare avanti una battaglia civile importante. Ovviamente hanno subito provato a deligittimarlo, pensa un po’ chi: il presidente della regione Massimiliano Federica che guarda caso è leghista.
      Già, questo mio piccolo testo ha ormai qualche anno ma è sempre attuale. Non è un bene, vorrei cestinarlo ma temo che mi verrà buono per ancora molto tempo.
      Ciao e grazie.

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  4. Pier 17 febbraio 2019 alle 5:36 PM

    Carissimo Paolo, leggo solo ora con clamoroso ritardo questo tuo commento e ti ringrazio. Il tuo testo l’avevo già letto lo scorso anno e, credo, commentato in qualche modo. Comunque geniale e valido anche oggi. Per quanto riguarda la cara “Federica” non mi preoccupo, l’appello degli 863 medici e operatori sanitari non contiene alcun riferimento al proprio posto di lavoro. Quindi non possono fare alcuna ritorsione. E’ curioso che dopo l’incauta dichiarazione di Fedriga e del suo portavoce Roberti le adesioni dei colleghi abbiano avuto un’impennata, come a dire: nessuno può toglierci il diritto di parola. Ho rivalutato un po’ la pigra e sonnecchiante classe medica, che pensavo del tutto conformata all’imperante pensiero unico. Invece la mail è rimasta intasata per una settimana: ne sono stato felice (pur facendo per una settimana le 2 di notte per certificare le firme). Vuol dire che ancora “c’è chi dice no”, per dirla con Vasco.
    Un abbraccio
    PS – ti mando sulla tua mail la mia risposta a Fedriga, per quel che vale. Puoi farne l’uso che preferisci. E’ pubblicata, assieme alle adesioni, sul sito del Comitato Difesa Costituzione di Trieste

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    • Amfortas 18 febbraio 2019 alle 9:22 am

      Pier, ciao e grazie, nel pomeriggio inserirò tra i commenti dell’ultimo post il testo del tuo intervento.
      La parte comica è quel Federica: sono i danni del correttore automatico. Fedriga, maledizione, Fedriga!

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