Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione seria dell’Elisir d’amore di Donizetti al Teatro Verdi di Trieste: Francesco Castoro, un Nemorino di lusso.

Da non perdere, andateci!

L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti è una delle opere portanti del melodramma italiano. Lo è perché è sempre gradita dal pubblico a tutte le latitudini, perché molti dei più grandi artisti di sempre l’hanno interpretata e perché la romanza Una furtiva lagrima  è una di quelle arie che sono note universalmente.
Comprensibile quindi che il Teatro Verdi di Trieste, a soli quattro anni dall’ultima produzione, la riproponga al pubblico in un allestimento interessante e sfarzoso, curato e fantasioso e, per caso o per fortuna, in continuità concettuale con l’ispirazione fiabesca di Il castello incantato di Marco Taralli proposto qualche settimana fa.
La scelta di ambientare la vicenda dell’Elisir in un circo, ispirato al famoso ciclo di quadri di Fernando Botero, presenta però qualche incongruenza con l’esprit del melodramma giocoso di Donizetti, perché la parte malinconica e un po’ larmoyant che caratterizza il personaggio di Nemorino viene mortificata da un continuo tourbillon di colori e da un’insistente ipercinesi di comparse e controscene in sospetto di horror vacui, riscattato parzialmente dalla bellissima scena della romanza del tenore.
Da lodare, invece, il fatto che il regista Victor García Sierra non si sia limitato a una fantasiosa messinscena ma abbia curato con accortezza la recitazione e le interazioni tra i personaggi e del coro.
Meno convincente è sembrata la direzione di Simon Krečič il quale, forse per un eccesso di cautela dovuto alla normale tensione di una prima, ha tenuto un passo teatrale prudente e impettito che in alcuni momenti strideva con il brio e la brillantezza dell’allestimento. Buono l’accompagnamento ai cantanti ma è sembrato che la direzione mancasse di una visione unitaria e procedesse per episodi. Probabile, peraltro, che nel corso delle prossime recite il direttore sloveno trovi il modo di dare continuità alla narrazione.
Molto bene ha suonato l’Orchestra del Verdi, con legni e fiati in gran spolvero, e altrettanto buona è stata la prestazione del Coro, assai  impegnato anche dal punto di vista scenico.
Sono rimasto colpito dalla brillante prova di Francesco Castoro, Nemorino, perché mi è sembrato in grande crescita artistica. Nemorino è una parte molto più difficile di quanto possa sembrare – Carreras mi disse, nei primissimi anni Settanta del secolo scorso, che “Nemorino era una trappola per i tenori” – perché si dipana in precario equilibrio tra una scoperta ingenuità e una malinconica determinazione. Farne una macchietta è un peccato mortale, caricarlo troppo di testosterone è ancora peggio.
Il giovane tenore è invece riuscito a tratteggiare con garbo un personaggio giovane, limpido, elegante, timido e allo stesso tempo volitivo. La voce è di timbro gradevole e si è irrobustita rispetto agli esordi, l’emissione sempre educata, il fraseggio è intelligente e ieri, contrariamente ad altre recenti performance, è sembrato anche molto coinvolto dal punto di vista scenico.
Buono anche il rendimento di Claudia Pavone, disinvolta sul palco e capace di delineare con chiarezza le due anime del personaggio: quella un po’ frivola e civettuola e l’altra, forse più vera, screziata da dubbi e malinconie.
Dal lato vocale, con l’eccezione di qualche sporadica opacità nella prima ottava, il soprano ha palesato una voce di timbro fresco e piacevole, che sale con facilità agli acuti e sovracuti.
Bruno De Simone ha risolto con la riconosciuta maestria scenica il personaggio del Dottor Dulcamara, che forse avrebbe bisogno di uno strumento vocale più esuberante e corposo, ma che in compenso il bravo artista ha tenuto lontano da certi eccessi caricaturali mantenendolo nell’ambito di una recitazione briosa e intelligente.
Centrata anche la caratterizzazione di Leon Kim (Belcore), voce bella e sonora e recitazione mai sopra le righe, che si è ben disimpegnato nella trombonesca aria Come Paride vezzoso e, in generale, è sembrato vocalmente a proprio agio nella parte.
Completava il cast la sempre positiva Rinako Hara nei panni della villanella Giannetta.
Nei limiti di compatibilità elettiva segnalati all’inizio, ho apprezzato anche i bellissimi costumi di Marco Guion e il curato impianto luci di Stefano Gorreri.
Il pubblico, numeroso ma non straripante, ha apprezzato lo spettacolo tributando applausi a tutta la compagnia artistica e un vero e proprio trionfo a Francesco Castoro.

Adina Claudia Pavone
Nemorino Francesco Castoro
Il Dottor Dulcamara Bruno De Simone
Belcore Simon Kim
Giannetta Rinako Hara
Direttore Simon Krečič
Regia e scene Victor Garcia Sierra
Costumi Marco Guion
Light designer Stefano Gorreri
Maestro del coro Francesca Tosi
Orchestra e coro del Teatro Verdi di Trieste

 

 

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2 risposte a “Recensione seria dell’Elisir d’amore di Donizetti al Teatro Verdi di Trieste: Francesco Castoro, un Nemorino di lusso.

  1. Alberto 25 marzo 2019 alle 1:05 pm

    Ciao Paolo, è la prima volta che commento ma ti seguo da anni!
    Ero a 2 recite e concordo con tutto quello che hai scritto come mi succede quasi sempre.

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