Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Bel concerto primaverile al Teatro Verdi di Trieste, ma il pubblico sembra ormai definitivamente appassito.

Mi perdonerete, spero, il titolo…botanico (strasmile)

Per tenere desta l’attenzione del pubblico il Teatro Verdi, lodevolmente, ha pensato di organizzare un concerto per salutare la primavera, non a caso chiamato I fiori di ciliegio.
Molto bene, anzi benissimo, ma Houston…abbiamo un problema! E non è un problema da poco. Il pubblico, soprattutto negli spettacoli fuori abbonamento come in questo caso, latita. Non era per niente un bel colpo d’occhio, ieri sera, vedere il teatro con centinaia di posti liberi, soprattutto se si pensa a quanto fossero popolari i prezzi dei biglietti. Il concerto è stato pubblicizzato a dovere, il programma era senz’altro accattivante eppure la risposta della città è stata, diciamo così, ingenerosa.
Devo dirlo, credo sia una situazione irreversibile e se fossi nei panni del Sovrintendente Stefano Pace, che le sta provando tutte, non saprei che fare. C’è solo da sperare che le iniziative dedicate ai giovani, come Il castello incantato e Bastiano e Bastiana recentemente proposte, diano dei risultati tra qualche lustro.
Sia detto con un sorriso, alcuni applausi tra un movimento e l’altro dell’Italiana di Mendelssohn fanno ben sperare.
Il concerto si è aperto con l’Ouverture dal Rienzi di Richard Wagner, in cui Roberto Gianola, sul podio dell’orchestra, mi è sembrato corretto nella scansione ritmica ma piuttosto esuberante nelle dinamiche, tanto che in alcuni momenti – almeno dal mio posto, si sa che l’acustica dei teatri è erratica – gli archi venivano coperti dalle altre sezioni orchestrali, in particolare da ottoni e percussioni.
A seguire un brano molto celebre – ma mentre scrivo quest’aggettivo sono un po’ titubante, se penso alla carenza di pubblico – di Felix Mendelssohn Bartholdy.
Scritto nel 1844 su commissione del famoso Ferdinand Davis, primo violino dell’Orchestra del Gewandhaus di cui Mendelssohn era direttore, il Concerto per violino e orchestra op. 64 è uno dei classici del repertorio romantico e richiede la presenza di un solista di valore ma anche di un’orchestra che sia sempre pronta al dialogo, in modo che l’architettura formale del brano non sia svilita a mera esibizione virtuosistica e mantenga invece un bilanciamento che ne conservi la fluidità dell’ispirazione.
Il direttore d’orchestra è perciò a sua volta coprotagonista – ma quando non lo è – e Roberto Gianola, forse maggiormente a proprio agio, ha fornito una buona prova delle sue capacità artistiche trovando quella complicità alchemica che gli ha consentito di trovare un buon equilibrio tra le esigenze del solista e l’orchestra.
Di Yuta Kobayashi, trentenne violinista giapponese, non si può che dire bene capace com’è stato di mettere in luce le varie anime di una pagina musicale complessa e innovativa. Così l’acrobatico virtuosismo non è mai parso fine a se stesso e anzi ha impreziosito la vocazione melodica dei primi due movimenti del concerto, mentre nel terzo l’artista ha dato libero sfogo alla propria ispirazione anche se, a momenti, è sembrato trattenuto e quasi timido, come peraltro suggerisce il portamento, estremamente sobrio, sul palcoscenico.
Dopo l’intervallo si è tornati a Mendelssohn,  in questo caso proposto nella Quarta Sinfonia in la maggiore op. 90 (Italiana), una pagina particolarmente rappresentativa di quel romanticismo felice che caratterizza il compositore tedesco.
Il brano è innervato da una vena compositiva solare, vivace e brillante, che si estrinseca gioiosamente alternandosi tra danze e motivi popolari improntati più alla scorrevolezza melodica che al ripiegamento riflessivo e alla malinconia.
Roberto Gianola ne ha dato una buona interpretazione, mettendo in luce con grande comunicativa il carattere energico e spumeggiante del primo Allegro, del Presto finale e allo stesso modo sottolineando la maggiore cantabilità dei movimenti centrali. Forse all’esecuzione è mancata un po’ di leggerezza, anche in questo caso per qualche sporadico eccesso di decibel nelle dinamiche.
L’Orchestra del Verdi si è disimpegnata con grande professionalità nell’arco della serata, confermandosi compagine duttile e compatta allo stesso tempo, capace sempre di un suono seducente e di carattere robusto.

Richard Wagner Ouverture da Rienzi
Felix Mendelssohn Concerto in Mi minore per violina e orchestra op.64
Felix Mendelssohn Quarta sinfonia in La maggiore op.90
Direttore Roberto Gianola
Violino Yuta Kobayashi
Orchestra del Teatro Verdi di Trieste
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2 risposte a “Bel concerto primaverile al Teatro Verdi di Trieste, ma il pubblico sembra ormai definitivamente appassito.

  1. Enrico 30 marzo 2019 alle 5:29 pm

    Ahimè purtroppo credo si possa dire che è il risultato di decenni di scarsa educazione musicale…ritengo che la musica nelle scuole dovrebbe avere la stessa dignità della letteratura.
    Detto questo, immagino che fosse prevedibile una scarsa partecipazione di pubblico (so che per tanti concerti di questo genere c’e scarsa affluenza); non si potrebbe tenerli in una sala più piccola? Sarebbe anche un gesto di attenzione verso il (o i) concertisti, dato che presumo molti tra essi si sentano delusi e/o frustrati di fronte ad un teatro semivuoto.
    Speriamo bene per il futuro….

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    • Amfortas 31 marzo 2019 alle 7:10 am

      Enrico, ciao. Sono d’accordo con te ma è anche una questione di diffusione e conoscenza della musica “seria” in generale. Una volta era patrimonio di tutti perché autenticamente popolare. Come ho già detto tante volte anche qui, a casa mia si andava di Verdi, Wagner e Beethoven e ti posso assicurare che mio nonno o mio papà, non erano persone “colte”; semplicemente conoscevano quel tipo di musica perché se volevi uscire alla sera andavi a teatro, non c’erano alternative. Il cinema ha poi ferito gravemente il melodramma e la televisione ha dato il colpo di grazia.
      Per quanto riguarda il discorso della sala credo, ma non ne sono certo, che sia anche una questione economica, nel senso che un’alzata di sipario al Ridotto conti, ai fini del FUS, meno di una nella sala principale.
      Ciao e grazie!

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