Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Madama Butterfly di Sor Giacomo Puccini al Teatro Verdi di Trieste: le cose da sapere e quelle che sarebbe meglio non sapere.

Venerdì prossimo, al Teatro Verdi di Trieste, torna Madama Butterfly di Giacomo Puccini in un nuovo allestimento prodotto dai laboratori triestini.
Potevo io non scrivere nulla in questa occasione? Beh, sì, ma sento che tutti voi piccini state aspettando che io vi spezzi il pane della lirica e perciò eccomi qua con qualche curiosità sull’opera (strasmile). Ovviamente semiseria, perché i mappazzoni paludati si trovano ovunque.
Preparate i fazzoletti, ovviamente, e tenete conto anche che dal punto di vista statistico la triste storia di Cio-Cio-San nel 2018 è stata la quarta opera più eseguita in tutto il mondo.
E pensare che l’esordio, il 17 febbraio 1904 alla Scala di Milano, l’esito fu…questo:

L’accoglienza che il pubblico della Scala ha fatto della nuova opera Madama Butterfly ha chiaramente provato ch’esso non ha trovato degno di qualsiasi approvazione il nostro lavoro. Noi quindi ritiriamo lo spartito, di pieno accordo coll’editore e protestiamo perché sia sospesa ogni ulteriore rappresentazione.

Parole scritte da Puccini alla Direzione del teatro scaligero. Inoltre, in un anonimo redazionale su di un giornale milanese così era descritta la reazione del pubblico:

…grugniti, boati, muggiti, risa, barriti, sghignazzate…

Neanche fosse la descrizione dell’ambiente nella scena della “gola del lupo” del Freischütz, o la reazione del pubblico presente a questa prossima catastrofe:

Del libro di Pietro Tessarin scrissi in anteprima qualche tempo fa, qui.
Ma cerchiamo di essere seri.
Puccini sceglie, come sempre faceva, un soggetto teatrale forte e lo sottopone alla cura della sua musica, che ne potenzia la drammaticità evidenziandone i tratti più emozionanti.
In questo caso il libretto, firmato da Lugi Illica e Giuseppe Giacosa, è tratto dal dramma Madame Butterfly di David Belasco, che il compositore vide a Londra mi pare nel 1900.
L’ambientazione è quella che andava di gran moda a quei tempi e cioè l’Oriente, nella fattispecie il Giappone.
Insomma, ai tempi di Rossini erano di moda le turcherie mentre già nella seconda metà dell’Ottocento era molto trendy l’Estremo Oriente, pensate per esempio a Les pêcheurs de perles di Georges Bizet, solo per fare un esempio.
Oddio, in questo caso c’è un po’ di cura in più che nell’Iris di Mascagni, che chiamò i protagonisti col nome di un fiore e di due città (Iris, appunto, Kyoto e Osaka, librettista anche qui Illica).

Sada Yacco

Puccini, addirittura, si rivolse a una famosa attrice giapponese, Sada Yacco, per consigli sulla recitazione e sull’ambientazione e rendere più credibile la sua Cio-Cio-San (che vuol dire, non so se lo sapete, Madama Farfalla in giapponese).
La quale Madama Farfalla, come molte altre eroine di Puccini, si fa sentire la prima volta fuori scena (come Tosca e il suo Mario Mario Mario, Mimì o Turandot che addirittura tace per un atto e mezzo).
Ma sulle donne di Puccini ho già detto la mia, semiseria, ovviamente.

In quest’opera si ritrovano tutte le caratteristiche della scrittura musicale pucciniana, dal canto di conversazione alle improvvise aperture melodiche, che sono state spesso assai mal digerite dalla critica con la puzza sotto al naso.
Ora, io non ho la puzza sotto al naso ma l’opera mi risulta indigesta in primis perché la trovo psicologicamente opprimente. Certo, non mi passa neanche per la testa di contestarne la grandezza. È che proprio non posso fare a meno di pensare che Pinkerton, il tenore, non è altro che uno squallidissimo turista sessuale ante litteram che sfrutta il benefit di poter “sposare” una quindicenne perché le logiche mercantili dei rapporti commerciali tra Giappone e Stati Uniti lo consentivano.
E quindi, se da un lato Cio-Cio-San puntualizza al console Sharpless che lei “è la Madama Pinkerton” dall’altro il marinaio brinda al giorno in cui potrà sposarsi con vere nozze a una vera sposa americana.

Troppo lunga e mal sagomata. Andrete al macello– vaticinò nientemeno che Arturo Toscanini- ed ebbe ragione, ma solo per il debutto, nel quale il soprano fu Rosina Storchio.

Le 10 cose da sapere su Madama Butterfly

1) Nell’opera è citato più volte The Star Spangled Banner, universalmente conosciuto come l’Inno Nazionale degli Stati Uniti d’America.  In realtà, sino al 1931, The Star-Spangled Banner era “solo” l’Inno della Marina Militare.
Ovviamente questa è la versione migliore:

2) Un bel dì vedremo è forse l’aria più famosa dell’opera. Il fil di fumo che desidera vedere la povera Cio-Cio-San è quello della nave che dovrebbe riportare il tenente Pinkerton in Giappone. Il nome della nave è Abramo Lincoln.

3) Cio-Cio-San ha 15 anni (sono vecchia di già – dice –)

4) All’inizio dell’opera Pinkerton chiede a Goro i nomi dei servitori della futura sposa. Essi sono Miss Nuvola leggera (cameriera), Raggio di sol nascente (il servitore) e Esala aromi (cuoco). Nella prima versione dell’opera, quella dell’esordio milanese del 17 febbraio 1904, a questo punto il bravo Pinkerton se ne usciva con “Muso primo, secondo e muso terzo”. Questo passo rimase anche nella ripresa bresciana, per poi scomparire nella versione definitiva. Temo che oggi la prima versione sarebbe molto supportata da certa politica.

5) Nella prima versione di Milano non compariva l’aria del tenore “Addio fiorito asil”.

6) La prima milanese dell’opera, secondo le cronache dell’epoca, fu salutata da “grugniti, boati, muggiti, risa, barriti, sghignazzate”. Non male (smile).

7) Nell’immaginario collettivo Butterfly fa harakiri. In realtà l’harakiri (o seppuku) è il suicidio rituale riservato ai maschi. Per le donne è previsto lo Jigai.

8) Nella Madama Butterfly la nota più alta che raggiunge il soprano è il Do5, il Re Bemolle sovracuto all’inizio dell’opera è facoltativo, allo stesso modo del Do del tenore alla fine del duetto del primo atto. Quindi, se i due cantanti previsti nelle parti di Cio-Cio-San e Pinkerton non dovessero emettere gli acuti di cui sopra, per favore che non si gridi allo scandalo e alla profanazione (strasmile).

9) Il Teatro alla Fenice di Venezia ospitò per la prima volta Madama Butterfly nel 1909. La seconda replica di quella produzione incassò 80 Lire. Pare però che nevicasse e facesse un freddo assurdo.
10) Madama Butterfly è la quarta opera più rappresentata al mondo. Le prime tre sono, nell’ordine: La Traviata, Tosca e Carmen.

Ok, a presto.

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9 risposte a “Madama Butterfly di Sor Giacomo Puccini al Teatro Verdi di Trieste: le cose da sapere e quelle che sarebbe meglio non sapere.

  1. Furio Petrossi 7 aprile 2019 alle 9:24 am

    Ho visto in TV la prima versione, in effetti l’episodio dello zio ubriaco non funziona sul piano drammaturgico. La versione definitiva è più equilibrata, direi perfetta.

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  2. vittynablog 7 aprile 2019 alle 7:00 pm

    E’ un vero spasso Amfortas, leggere questi tuoi appunti sulla Butterfly , e i ritratti delle donne pucciniane, che avevo già letto a suo tempo ! E oggi come allora, mi hai fatto ridere di cuore! Grazie e un abbraccio 🙂

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    • Amfortas 8 aprile 2019 alle 8:14 am

      Vitty, ciao. Da quel post sono passati ben 10 anni e ancora oggi, lo vedo dalle statistiche, è uno di quelli più letti. Pazzesco vedere anche il numero di commenti, quando il terribile “like” di Facebook era ancora agli inizi della sua opera distruttrice.
      Ma noi teniamo duro, vero Vitty?
      Ciao e grazie!

      Piace a 1 persona

  3. Enrico 8 aprile 2019 alle 12:13 pm

    L’opera del ‘900 più rappresentata, capolavoro assoluto!
    E dato che si parla di Puccini, una mia curiosità: è corretto dire che “Tosca” (completata da Puccini a fine Settembre del 1899) sia stata l’ultima opera dell’800? E con lo stesso criterio, quale è stata la prima opera del ‘900? Forse “Rusalka” di Dvorak?
    Grazie e Saluti

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    • Amfortas 9 aprile 2019 alle 8:22 am

      Enrico, ciao. Mi fai una domanda alla quale è impossibile rispondere. Mi spiego: la tua potrebbe essere un’affermazione corretta ma, come sai, l’Arte non si presta a suddivisioni e cronologie nette e definitive. Alla fine è sempre un inconsapevole passarsi il testimone tra compositori diversi di nazionalità diversa. Quanto di Mendelssohn o di Mozart c’è in Beethoven? Quanto c’è di Meyerbeer o Bellini in Wagner? Credo che tu abbia capito il senso della mia risposta.
      Un caro saluto, ciao e grazie!

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  4. Giuliano 8 aprile 2019 alle 3:23 pm

    nello sceneggiato di Bolchi (con Alberto Lionello e Tino Carraro) si mostrano apertamente i “capi claque” che chiedono soldi per non fischiare… chissà come è andata davvero. Io propenderei per un mix fra le due cose, cioè da una parte l’opera non ancora perfettamente finita su un soggetto insolito per l’epoca, dall’altra appunto la claque da pagare e in mano a quasi delinquenti. Del resto, anche con Verdi successero cose simili: il primo Boccanegra, per esempio, è uno shock in negativo se riascoltato nella versione originale… (eccetera). Senza parlare del nervosismo e dell’attesa che c’è sempre intorno alle prime rappresentazioni.

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    • Amfortas 9 aprile 2019 alle 8:29 am

      Giuliano, ciao. Mi ricordo bene quella serie, fatta bene e recitata meglio. Altri tempi, come sappiamo. In merito alle sfortunate prime di capolavori assoluti non sapremo mai la verità, troppi fattori in gioco: rancori tra gli stessi protagonisti, liti tra editori, sabotaggi mirati. La storia è piena di questi cortocircuiti, pensa al casino per la prima del Barbiere di Siviglia con le contestazioni studiate a tavolino. Ancora oggi è così, fidati.
      Ciao e grazie!

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  5. Pingback:Appuntamento alla Feltrinelli, domani alle 18. | Di tanti pulpiti.

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