Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Uno splendido allestimento di Madama Butterfly al Teatro Verdi di Trieste.

Ok Butterfly l’abbiamo vista e rivista, ma quando tutto funziona bene è un meccanismo teatrale perfetto anche per chi la conosce a memoria.

Non voglio dire che m’abbia fatto dimenticare il mal di schiena che mi perseguita, ma quasi (strasmile).

Nella concezione di Alberto Triola, regista di questa nuova produzione di Madama Butterfly, la triste e breve parabola di Cio-Cio-San si compie in un Giappone riconoscibile ma appena tratteggiato da pochi elementi scenici che quasi galleggiano in uno spazio onirico, un non luogo in cui – forse – Butterfly fantastica con la sua mente di donna appena adolescente.
Ed è proprio l’incontro/scontro tra un mondo infantile e delicato e quello adulto e cinico a essere la chiave di volta della regia che riporta in modo deciso Butterfly alla sua dimensione più fragile: quella di una bambina in balia di eventi più grandi di lei che le distruggono i sogni e il futuro, tanto da rendere quasi inevitabile l’estremo sacrificio finale che si compie, in linea con l’impostazione registica, fuori scena e senza clamori.
La delicatezza e la sobrietà caratterizzano anche la recitazione dei protagonisti, che con pochi e ben studiati movimenti – talvolta uno sguardo o solo un cenno – interagiscono virtuosamente impreziosendo il canto di conversazione sommesso che caratterizza il lavoro di Puccini.
Allo stesso modo, filtrati attraverso un velario, ben si alternano tenui e malinconici colori pastello con un raffinato gioco di ombre in controluce. Lo spettacolo si presenta perciò omogeneo nell’ispirazione e ben realizzato grazie alle scene minimaliste di Emanuele Genuizzi e Stefano Zullo, ai cortesi costumi di Sara Marcucci e alle nobili luci di Stefano Capra che danno tridimensionalità e al contempo cromie premurose all’allestimento.
Sul podio di un’Orchestra del Verdi in forma smagliante che, storicamente, con Puccini esprime il meglio delle proprie cospicue qualità, Nikša Bareza è andato di pari passo con la regia evitando quegli eccessi zuccherosi che snaturano la musica del grande compositore toscano e la sviliscono a colonna sonora di un anonimo fotoromanzo destinato alle anime belle. Gli ampi squarci melodici sono stati valorizzati da dinamiche incisive ma mai prevaricanti e le agogiche, rilassate ma non certo letargiche e slentate, hanno favorito un passo teatrale spedito alla narrazione teatrale. Il respiro sinfonico e l’anima dura e spigolosa, tipicamente novecentesca, dell’opera, si sono percepiti chiaramente in tutta la loro cruda chiarezza appena screziata da una sottile malinconia.
Liana Aleksanyan ha impersonato una Butterfly convincente per musicalità e fraseggio, oltre che per pertinenza stilistica e vocale. La sua Cio-Cio-San “nasce”, sin dalle prime note, come un grande personaggio tragico e, in questo senso, forse viene a mancare quella crescita psicologica che segna il passaggio dalla bambina alla donna matura. Ritengo però che sia una lettura lecita, considerato che il vissuto della protagonista – la povertà, la tragedia del padre, l’anatema del goffo ma devastante Kami sarundasico – possono averla resa più consapevole dell’effettiva età anagrafica.
Piero Pretti ha vestito con eleganza gli immondi stracci di Pinkerton, personaggio esecrabile come pochi nella nutrita galleria di uomini detestabili della lirica. Il tenore canta benissimo, l’emissione è omogenea, gli acuti squillanti e il fraseggio mobile, curato ed espressivo. Manca solo un po’ di volume, che nello specifico sarebbe servito a tratteggiare meglio l’arroganza dello sventato marinaio ignorante, che offende i costumi di un paese nobilissimo dileggiando gli ottokè di Butterfly. Però, quell’attacco dolcissimo di Viene la sera è cosa che si possono permettere pochi tenori del panorama operistico attuale.
Cantante solido e affidabile, Stefano Meo ha restituito uno Sharpless di notevole spessore artistico, connotando di una disarmata e trattenuta impotenza la disapprovazione per un matrimonio combinato di cui conosce bene le drammatiche conseguenze. Il baritono, imponente in scena, è stato efficace ed eloquente sia nella recitazione sia nel canto di conversazione grazie a un fraseggio espressivo.
Le stesse considerazioni valgono per Laura Verrecchia, Suzuki accorata e severa custode delle tradizioni e della dignità di un popolo. Buona l’intesa con il soprano nel celebre Duetto dei fiori, che dal punto di vista scenico è stato uno dei momenti più felici della serata.
Molto bravo anche Saverio Pugliese, che ha reso senza eccessi caricaturali la figura ambigua e viscida del sensale di matrimoni Goro.
Efficace Fulvio Valenti nei panni dello zio Bonzo, tanto minaccioso quanto insensato nel suo furore e allo stesso modo adeguato Dario Giorgelè quale respinto Principe Yamadori.
Ancora una volta premurosa e delicata Silvia Verzier nella parte – ingrata – di Kate Pinkerton.
Completavano più che degnamente la compagnia artistica Giuliano Pelizon (Commissario imperiale) e Giovanni Palumbo (Ufficiale del registro). Brava anche Annalisa Esposito, onirico “doppio” di Butterfly.
Ottima la prova del Coro, ben preparato da Francesca Tosi.
Teatro affollato da un pubblico che mi è sembrato mediamente meno giurassico del solito e che ha apprezzato senza eccezioni lo spettacolo festeggiando tutti i protagonisti con applausi e numerose chiamate al proscenio.

Madama Butterfly Liana Aleksanyan
F.B. Pinkerton Piero Pretti
Sharpless Stefano Meo
Suzuki Laura Verrecchia
Goro Saverio Pugliese
Il Principe Yamadori Dario Giorgelè
Lo zio Bonzo Fulvio Valenti
Kate Pinkerton Silvia Verzier
Il commissario imperiale Giuliano Pelizon
L’ufficiale del registro Giovanni Palumbo
Mimo Annalisa Esposito
Direttore Nikša Bareza
Regia Alberto Triola
Regista collaboratore Libero Stelluti
Scene Emanuele Genuizzi e Stefano Zullo
Luci Stefano Capra
Maestro del coro Francesca Tosi
Orchestra e coro del Teatro Verdi di Trieste

 

5 risposte a “Uno splendido allestimento di Madama Butterfly al Teatro Verdi di Trieste.

  1. Furio Petrossi 15 aprile 2019 alle 8:24 pm

    Asciugando le lacrime, specie dopo il secondo atto (bravissima la Aleksanyan)… ho due piccole osservazioni, forse inutili.
    Nel primo atto la presenza dell’orchestra mi è sembrata un po’ invadente: è vero che gli interpreti hanno voce, ma si possono perdere le sfumature, delle voci e dell’orchestra. Oren non lo avrebbe fatto.
    Sulla regia: c’è un aspetto che mi fa pensare: la rozzezza razzista di Pinkerton è in parte affascinante per Cio Cio, perché rappresenta il rifiuto di una società che l’ha tradita; spesso si sottolinea questo aspetto con una bandiera, una sedia, un elemento occidentale come simbolo; ciò non avviene nella regia – neppure il bambino si vede – resta ancorato alle parole.
    Inutili osservazioni per un grande spettacolo che ancora ci porta, anche l’ennesima volta dove vuole Puccini, anche grazie agli interpreti.

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    • Amfortas 16 aprile 2019 alle 8:37 am

      Furio, ciao. Grazie delle tue considerazioni. La regia si prestava a più letture. Io per esempio non ho apprezzato particolarmente l’entrata dalla platea dello Zio Bonzo, perché l’ho visto lì che aspettava prima di comparire in sala. Trovo che dal punto di vista drammaturgico sia un problema, perché l’entrata dovrebbe essere improvvisa e devastante, sorprendente. D’altro canto dal loggione, per esempio, non credo si notasse e perciò può andar bene. Considera poi che potrebbe anche essere valutato, proprio perché entra da fuori scena, un improvviso riaggancio alla realtà per Butterfly, che vive in uno stato onirico.
      Ciao e grazie!

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  3. Pier 19 aprile 2019 alle 12:03 am

    Caro Paolo, bene il cast B, appena visto e sentito (defezione di Pretti a favore di Rados). Occhi gonfi fin dal primo atto, come sempre mi succede con quest’opera. Onirica, dici tu: vero, e la bella messinscena lo conferma. Ma per me anche attualissima, in cui vengono sciorinate tutte le sopraffazioni maschili sulle donne: la seduzione, il possesso, l’inganno, l’abbandono, il tradimento, l’assenza di responsabilità, la sottrazione dei figli fino al suicidio/femminicidio, sfiorando la pedofilia e il turismo sessuale. Dall’altra parte il candore, l’innocenza, la fiducia, l’ingenuità, la dedizione, l’amore. Se non si considera questo allora Pinkerton è un caso-limite e Cio Cio San (come l’hai definita in un tuo vecchio link?) un caso psichiatrico.
    Cast B all’altezza, con Daniela Terenzi musicalmente valida e attorialmente (ehm, si può dire?) strepitosa. Sono d’accordo, la regia è OK, a parte un eccessivo traffico di pannelli Bergamin nel primo atto e una troppo insistita pioggia di foglie fin dentro casa (abbiamo capito, è autunno) nel secondo. Bene l’orchestra anche se all’inizio e in un paio d’occasioni ha “coperto” i cantanti. Resta comunque memorabile l’esecuzione dell’interludio tra il secondo e terzo atto: modernità e melodia. Non sono forse già qui le radici dei successivi Gershwin e Bernstein?

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    • Amfortas 19 aprile 2019 alle 8:44 am

      Pier, ciao. Come ho già scritto la regia si presta, nonostante l’apparente semplicità, a molte interpretazioni. Le foglie ricorrenti e un po’ invasive potrebbero simboleggiare l’eterno autunno dell’anima della protagonista. Quanto al resto, sono d’accordo con te. Dal mio punto di vista Pinkerton è proprio un personaggio immondo e nel suo essere un archetipo della violenza sulla donna risulta attuale a dir poco. Mutatis mutandis ne leggiamo ogni giorno le gesta nella cronaca.
      Puccini in Butterfly guarda tanto avanti con la sua musica e i tuoi accenni a Gershwin e Bernstein sono tutt’altro che fuori luogo.
      Ciao Pier, a presto, Paolo

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