Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Turandot di Giacomo Puccini al Teatro La Fenice di Venezia: un’occasione persa.

Le trasferte nell’orrida Venezia regalano sempre qualche gioia. In quest’occasione, per esempio, ho visto per la prima volta il kebab di cioccolato: mi ha ricordato il gira la cote dei versi di Adami e Simoni (strasmile).
Ma passiamo senza indugi alle cose meno serie, e cioè alla cronaca di questa Turandot di Puccini nella versione col finale di Franco Alfano.

Quando si valuta la regia di un’opera lirica, non è mai una questione di “come” bensì di “perché”; tantomeno sono rilevanti – dal mio punto di vista – i mantra sulla vexata quaestio dell’aderenza o meno dell’allestimento al libretto. In seconda battuta una regia, per essere apprezzabile, deve avere un passo teatrale spedito ed essere ben realizzata dal punto di vista scenotecnico. Tutto il resto è noia.
La Turandot di Puccini pensata da Cecilia Ligorio (dopo Semiramide di qualche mese fa) manca di un “perché” ed è per questo motivo che non può essere considerata riuscita. O, almeno, questa è la mia opinione.

Fondazione Teatro La Fenice Turandot
Direttore Daniele Callegari
Regia Cecilia Ligorio Scene Alessia Colosso
Photo ©Michele Crosera

Il tentativo di recuperare l’elemento fiabesco e onirico della vicenda, incorniciando la scena e facendo agire i protagonisti in una sorta di metateatro è sembrato velleitario e, in alcuni momenti, anche indisponente. La metafora la neve cade perché Turandot è la Principessa di gelo ha sortito un effetto involontariamente comico, anche perché sembrava la nevicata del secolo, interminabile. Gli aguzzini Ping, Pong e Pang che si concedono una sigaretta quando non sono impegnati a trucidare gli aspiranti compagni di Turandot sono parsi semplicemente ridicoli, per non parlare dell’esplosione di costumi bianchi nel finale, delle sbuffate di fumo in random o del quarto di luna che cade a guisa di mannaia quando viene giustiziato l’ultimo sfortunato risolutore di enigmi. Inspiegabile il Mandarino vestito da contemporaneo funzionario ministeriale. Insomma, una regia velleitaria, irrisolta e confusa che non centra alcun bersaglio.
Funzionali alla regia sono sembrate le scene di Alessia Colosso, i costumi – non propriamente esaltanti – di Simone Valsecchi e l’impianto luci (bello e curato) di Fabio Barettin.

Fondazione Teatro La Fenice Turandot
Direttore Daniele Callegari
Regia Cecilia Ligorio Scene Alessia Colosso
Photo ©Michele Crosera

Sul podio di una magnifica Orchestra della Fenice Daniele Callegari, invece, ha le idee chiarissime e concerta in modo minuzioso e attento. Il direttore – pucciniano di lungo corso – è consapevole che quella di Turandot è una partitura straordinaria, intrisa di musica di avanguardia di un compositore che fa propria la lezione del visionario Stravinsky. Perciò delle meraviglie timbriche e armoniche dell’estremo capolavoro pucciniano non si perde nulla e, anzi, il rilievo dato alle percussioni è quasi una risposta a chi – ottusamente – considera Turandot ancora musica del secolo precedente perché sono presenti i “numeri chiusi”. Follia, non c’è opera di Puccini che guardi più avanti di Turandot. La direzione di Callegari ha un gran passo teatrale incalzante e tellurico, quasi cinematografico nella sua crudezza, e porta in sé qualcosa di barbarico che seduce e affascina; qualche eccesso di decibel non disturba nel contesto di una visione unitaria della partitura.
Formidabile, una volta di più, la prova del Coro preparato da Claudio Marino Moretti e ottima anche la prestazione del Kolbe Children’s Choir, guidato da Alessandro Toffolo.
Oksana Dyka ha il volume necessario per interpretare la terribile Principessa, peccato però che la voce non sia supportata da altre caratteristiche indispensabili: l’intonazione è ondivaga, gli acuti stridenti, il timbro poco gradevole e l’emissione spesso forzata. Non basta una discreta presenza scenica per risolvere un personaggio così complesso.
Walter Fraccaro è un Calaf di lungo corso e lo si percepisce, nell’ambito di una prova sufficiente, più per una voce che sembra inaridita negli armonici e povera di squillo che per altre qualità. Certo, l’interprete è solido e va considerato che si è trovato proiettato nello spettacolo quasi last minute, per la scomparsa dal cartellone – rimasta senza spiegazioni – di Andrea Carè.

Fondazione Teatro La Fenice Turandot
Direttore Daniele Callegari
Regia Cecilia Ligorio Scene Alessia Colosso
Photo ©Michele Crosera

Buona la prestazione di Carmela Remigio nella parte di Liù, caratterizzata a dovere nel canto, nella recitazione composta e nella cifra espressiva di una convenzionalità dolente screziata però da lampi di orgoglio. Molto belle un paio di messe di voce che hanno riconfermato il magistero tecnico del soprano.
Alessio Arduini (Ping), è sembrato il più convincente del trio di carnefici: sufficiente comunque anche il rendimento di Valentino Buzza (Pang) e Paolo Antognetti (Pong).
Incisivo l’apporto di Simon Lim nei panni di Timur.
Ho trovato poi molto buone le prestazioni di Marcello Nardis (Imperatore Altoum) e Armando Gabba (Mandarino).

Il pubblico, al solito il teatro era quasi pieno, ha apprezzato lo spettacolo in toto: alle uscite singole, grande successo per Carmela Remigio.

Direttore | Daniele Callegari
Regia | Cecilia Ligorio
Scene | Alessia Colosso
Costumi | Simone Valsecchi
Luci | Fabio Barettin

 

CAST

 

Turandot
Oksana Dyka

Calaf
Walter Fraccaro

Liù
Carmela Remigio

Altoum | Marcello Nardis
Timur | Simon Lim

Ping | Alessio Arduini
Pong | Paolo Antognetti
Pang | Valentino Buzza

Un mandarino | Armando Gabba

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro | Claudio Marino Moretti

 

Coro di voci bianche
Kolbe Children’s Choir

maestro del Coro | Alessandro Toffolo

Nuovo allestimento Teatro La Fenice

con sopratitoli in italiano e in inglese

completamento del terzo atto di Franco Alfano

 

 

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6 risposte a “Turandot di Giacomo Puccini al Teatro La Fenice di Venezia: un’occasione persa.

  1. Furio Petrossi 11 maggio 2019 alle 3:07 pm

    Era il finale originale “lungo” o quello ridotto, che si esegue di solito? Se era quello “lungo”, come ti è parso? Si conformava bene allo spirito pucciniano o diceva qualcosa di nuovo?

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    • Amfortas 13 maggio 2019 alle 3:31 pm

      Furio, ciao il finale era quello di Alfano accorciato prima versione: orribile. Ma con Turandot c’è solo da fermare tutto alla morte di Liù, tutto il resto, Berio compreso, a me non piace.
      Ciao e grazie

      Mi piace

  2. Gianna 11 maggio 2019 alle 6:30 pm

    Caro Amfortas, mi trovi del tutto in sintonia con la recensione…ma sarei stata ancora più severa con i cantanti. Il soprano era inascoltabile! Grazie per le tue sempre puntuali cronache.

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    • Amfortas 13 maggio 2019 alle 3:34 pm

      Gianna, ciao. In generale io cerco sempre di non calcare troppo la mano sulle criticità dei cantanti perché so che fanno un mestiere difficile. Allo stesso modo, con poche eccezioni, evito anche di esaltare buone prestazioni.
      Ciao e grazie.

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  3. Enrico 14 maggio 2019 alle 10:48 pm

    Vero, Turandot è pienamente opera del’900 e personalmente la trovo musicalmente vicina alla “Donna senz’ombra” di Strauss. Peccato che il fato non abbia dato la possibilità a Puccini di terminarla…anche se ho letto testimonianze di due/tre persone vicinissime a Puccini che sentirono il finale composto da Puccini (o che Puccini aveva già in mente) e da egli stesso suonato al pianoforte. Personalmente credo che il finale di Alfano così come rivisto da Toscanini sia quello più giusto per il fatto che Toscanini fu in contatto con Puccini mentre questi componeva l’opera, e naturalmente anche per la conoscenza anche personale che aveva con Puccini. Per queste ragioni credo che nessun altro finale possa cogliere lo “spirito” pucciniano.
    Per concludere sulle regie in generale: perché, invece di cercare nuove chiavi di lettura (talora anche astruse) non cercano spunti dal testo letterario dal quale l’opera fu tratta?
    Grazie e Saluti

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    • Amfortas 15 maggio 2019 alle 8:20 am

      Enrico, ciao. In realtà Cecilia Ligorio ha lavorato proprio sulla fiaba di Gozzi. Il fatto è che tra il dire e il fare…con quel che segue. Sono molti i registi che hanno cercato spunti nelle fonti letterarie da cui sono tratte le opere e trovo sia un’operazione interessante. Michieletto lo fece col suo Macbeth, Lavia con i Masnadieri, solo per citare due allestimenti visti alla Fenice. Però è una ricerca, sempre lodevole, che non garantisce risultati: il linguaggio della prosa o della letteratura è profondamente diverso da quello operistico. Trovare un compromesso – in senso buono – è difficile.
      Per tornare a Puccini e a Toscanini, i loro rapporti sono stati controversi e non sempre idilliaci, spesso anche burrascosi: Alfano e Berio hanno indubbiamente fatto un buon lavoro ma, come detto prima, io chiuderei con la dipartita della povera Liù.
      Ciao Enrico, e grazie per gli spunti, Paolo

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