Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione quasi seria di Andrea Chénier di Umberto Giordano al Teatro Verdi di Trieste.

Complessivamente buona la prima, con qualche criticità sia nell’allestimento sia nella parte vocale.
La cosa migliore è che l’Andrea Chénier mi ha ricordato che le rivoluzioni non sono mai indolori, ma sono possibili.
Eh sì, soffro per quello che mi tocca vedere ogni giorno in Italia. Abbiate pazienza.

Andrea Chénier è una delle tante opere che, neanche troppi anni fa, si mettevano in scena con una certa continuità, mentre ora compare con parsimonia nella programmazione dei teatri italiani. All’estero la situazione è diversa: solo per nominare le città più note, nel 2019 sarà rappresentata a Budapest, Siviglia, Monaco, Berlino, Vienna, Melbourne e Sidney. Ottima, perciò, la scelta del management del Teatro Verdi di Trieste – impegnato ora in Giappone per definire i particolari della tournee del prossimo autunno –   di inserire in calendario il lavoro più noto di Umberto Giordano, che mancava dal 2002 a Trieste.
La produzione vista ieri sera è stata importata, nell’ambito di una collaborazione pianificata, dal teatro sloveno di Maribor dove ha debuttato qualche settimana fa.
Premesso che con opere così caratterizzate dal punto di vista storico – il periodo del Regime del Terrore, subito dopo la Rivoluzione francese – i registi hanno spazi di manovra piuttosto angusti, credo che nel 2019 si possa pretendere qualcosa di più di una mise en place piatta, oleografica e stereotipata come quella apparecchiata da Sarah Schinasi, che firma l’allestimento. Si dirà: regia tradizionale e si ripeterà il consueto mantra rispettosa del libretto. Dal mio punto di vista solo un’occasione persa, perché gli spettacoli tradizionali – ne ho visti molti interessanti, anche a Trieste – non devono per forza essere scontati ed escludere ex ante qualsiasi approfondimento sulla psicologia dei personaggi. A meno che non si voglia considerare come tale la proiezione di un insipido filmino sulla triste adolescenza di Carlo Gérard.
Nelle note di sala la regista ci informa che ha studiato a fondo le fonti letterarie e il contesto storico della vicenda – quasi tutti i protagonisti sono realmente vissuti – ed è un bene: resta il fatto che l’approfondimento non mi è sembrato portare alcuna intuizione di rilievo. O, forse, io non ne ho colte, che è pur sempre una possibilità.
Le piacevoli scene di William Orlandi consistono in due grandi elementi semoventi di stampo neoclassico, che col loro movimento diventano l’ambiente dei quattro quadri in cui si svolge la vicenda. Belli i costumi di Jesus Ruiz, che non mancano di una certa sfarzosità nella scena iniziale. L’impianto luci, di cui non è indicato in locandina il responsabile, è sembrato funzionale allo spettacolo.
Fabrizio Maria Carminati ormai ha abituato il pubblico triestino a prestazioni davvero molto buone. L’intesa con l’Orchestra del Verdi, che anche ieri ha suonato in modo impeccabile, mi pare sia evidente.
Il direttore ha colto in pieno il senso della partitura di Giordano che si fonda su di un sottile equilibrio tra un’oratoria espressiva che non deve scadere mai in enfatica retorica. Una cifra interpretativa che riguarda, tra l’altro, anche le parti di Gérard e Chénier. Il merito maggiore di Carminati è stato quello di differenziare con chiarezza le varie atmosfere dell’opera. Così, alla leziosità ingessata di un’alta società provinciale e bigotta, tutta concentrata su se stessa, si è contrapposta la cruda e dirompente vitalità di Sua grandezza la miseria nel primo quadro. Le scene di massa sono state gestite con precisione e vigore e allo stesso tempo nelle numerose arie gli afflati melodici hanno goduto di attenta cura. Ottimo il lavoro del primo violoncello nell’accompagnamento dell’aria di Maddalena nel terzo quadro, ma tutte le sezioni dell’orchestra triestina si sono distinte per qualità. Brillante anche il rendimento del Coro, anche dal lato scenico.
Prima di passare alla valutazione dei protagonisti, volevo spendere una parola di elogio per tutte le parti di secondo piano o di contorno, che in Andrea Chénier sono fondamentali per la buona riuscita di una produzione. Una volta di più mi ha colpito la prestazione di Giuliano Pelizon (Schmidt/Maestro di casa), artista solidissimo del coro triestino, che non delude mai. Allo stesso modo bravi Giovanni Palumbo (Fouquier Tinville), Gianni Giuga (Pietro Fléville/Il sanculotto Mathieu) e Francesco Paccorini (Dumas).
Ottimo anche l’apporto di Saverio Pugliese (Incredibile/Abate) che ha ben cantato la non facile aria Donnina innamorata. Robusto Francesco Musinu nella parte di Roucher ed efficace anche Anna Evtekhova quale Contessa di Coigny.
Dolce e determinata allo stesso tempo, Albane Carrère ha tratteggiato una Bersi accorata. Isabel De Paoli ha ben figurato nella piccola ma coinvolgente parte della vecchia Madelon.
Kristian Benedikt è sembrato faticare un po’ nel title role, nell’ambito di una prestazione sufficiente ma non del tutto convincente, perché il poeta idealista dal carattere ardente è sembrato uscire più dal lato scenico che da quello del recitar cantando. Il tenore ha buone intenzioni interpretative ma, almeno ieri sera, è sembrato mancare di quella spavalda sfrontatezza vocale che una parte come questa richiederebbe.
Svetla Vassileva ha caratterizzato molto bene Maddalena, spensierata e civettuola all’inizio e travolta dalla vicenda in seguito. Il soprano ha un’ammirevole capacità di stare in scena e sa fraseggiare con proprietà nonostante una pronuncia perfettibile. La voce è esile ma il registro centrale è sonoro, mentre gli acuti risultano episodicamente stridenti ma comunque efficaci. Buona l’interpretazione della grande aria del terzo quadro e ancora più incisiva mi è sembrata l’artista nel duetto finale.
Devid Cecconi è stato il trionfatore della serata e, francamente, non avevo dubbi in merito perché la parte di Gérard gli calza a pennello sia per vocalità sia per caratteristiche intrinseche. Voce importante, generosa e facile agli acuti sono peculiarità che il baritono ha dagli esordi. Col tempo e l’esperienza ha imparato anche a domare un carattere artistico esuberante che qualche volta lo portava a strafare. Nella sua grande aria Nemico della patria, cavallo di battaglia di tutti i baritoni dediti al repertorio più pesante, ha dato il meglio di sé. Mi piace sottolineare però anche la cura del fraseggio, sempre eloquente, e la dizione chiara e precisa. Meritatissimi i consensi a scena aperta che ha ricevuto.
Il pubblico, che avrei sperato essere più numeroso, ha accolto la compagnia artistica con grandi appalusi; ovazioni per Devid Cecconi e per Fabrizio Maria Carminati, ma il successo è stato pieno per tutti.

Andrea Chénier Kristian Benedikt
Maddalena di Coigny Svetla Vassileva
Carlo Gérard Devid Cecconi
Madelon Isabel De Paoli
La Contessa di Coigny Anna Evtekhova
Bersi Albane Carrère
Roucher Francesco Musinu
Un Incredibile/L’Abate poeta Saverio Pugliese
Pietro Fléville/Il sanculotto Mathieu Gianni Giuga
Schmidt/Il maestro di casa Giuliano Pelizon
Fouquier Tinville Giovanni Palumbo
Dumas Francesco Paccorini
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Regia Sarah Schinasi
Scene William Orlandi
Costumi Jesus Ruiz
Maestro del coro Francesca Tosi
Orchestra e Coro del Teatro Verdi di Trieste

 

Annunci

8 risposte a “Recensione quasi seria di Andrea Chénier di Umberto Giordano al Teatro Verdi di Trieste.

  1. Enrico 19 maggio 2019 alle 10:37 am

    Sinceramente non comprendo questa “moda” dei video…pare quasi che si consideri il pubblico un po’ tonto o distratto nel seguire l’opera (pur se quest’ultimo caso, purtroppo, possa anche presentarsi). Nel caso specifico mi sembra che Gérard già sia molto esplicito riguardo alla propria condizione sia all’inizio dell’opera che nel duetto con Maddalena, per cui forse ci sta dire che è già tutto nel libretto.
    Saluti

    Mi piace

    • Amfortas 19 maggio 2019 alle 4:31 pm

      Enrico, ciao. Le proiezioni video, come tutte le tecnologie del mondo, possono essere utili o meno. Qui, dal mio punto di vista, erano non solo inutili ma anche banali. Altri ne hanno fatto usi migliori: penso, per esempio, alla Fura che ha reso vivo ed emozionante anche una pagina musicale difficile come i Carmnina Burana. Potrei farti tanti altri esempi.
      Ciao e grazie!

      Mi piace

  2. Furio Petrossi 19 maggio 2019 alle 7:09 pm

    Domenicale. Stranamente teatro non pieno, per una bella opera con un bel libretto. Era Samuele Simoncini, Chénier? Sono preoccupato per la sua voce: un’emissione forzata, che lo affatica; purtroppo anche un attacco sbagliato alla prima romanza, che ha raffreddato il pubblico. Acuto assente in finale, ma non conosco lo spartito; emissione incerta. Speravo in una voce chiara…
    Gérard domina la scena. Ottima orchestra, a volte invasiva, ma trascinava le emozioni.
    Risentire l’opera così dal vivo è sempre un evento.

    Mi piace

    • Amfortas 20 maggio 2019 alle 8:20 am

      Furio, ciao. Sì, a quanto mi risulta avrebbe dovuto cantare Simoncini. Io l’ho sentito alla generale e, per quanto sia pur sempre una prova e c’è perciò La possibilità che gli artisti si risparmino, ho le tue stesse perplessità e forse anche qualcuno di più.
      In generale, per questo ritorno dello Chénier, avevo altre aspettative. Orchestra invasiva, dici? Qualche volta sono i cantanti che…non passano l’orchestra.
      Ciao e grazie!

      Mi piace

  3. minny1941 19 maggio 2019 alle 11:04 pm

    E’ sempre un piacere per me leggere le pagine serie o semiserie di Amfortas

    Mi piace

  4. Pier 23 maggio 2019 alle 11:32 pm

    Caro Paolo, effettivamente dall’atteso Andrea Chenier mi aspettavo qualcosa di più. Daccordissimo con te sulla misera messa in scena e sulle tue sacrosante considerazioni in proposito, così come l’ottimo giudizio sui comprimari e sul coro. Il tenore lituano non mi ha convinto (ma lo sai che con i tenori sono incontentabile). Potenza sì, qualche volta gridata, ma nell’attacco di Un dì all’azzurro spazio è mancato di passione e forse di melodia. Anche il finale Un bel dì di maggio non mi ha preso. Il tuo amato Carminati (super-applaudito alla fine) non l’ha aiutato, coprendolo per quanto possibile nel corso dell’opera. Cosa che gli è riuscita anche con il bravissimo Domenico Balzani, per il quale è valso il prezzo del biglietto, ottimo nella parte di Gerard. Brava l’altra italiana, Rachele Smanisci, interprete perfetta di Maddalena, anche se la voce dai potenti acuti è parsa priva di malinconia e dolcezza nella Mamma morta. Nel complesso mi pare che la direzione si sia fatta prendere un po’ troppo la mano dall’enfasi della storia (rivoluzione tradita, amore, morte) alzando i toni e costringendo i cantanti ad imporsi più con la potenza che con la musicalità. Ma probabilmente mi sbaglio.
    Ciao, ci sentiamo per la Carmen.

    Mi piace

    • Amfortas 24 maggio 2019 alle 8:39 am

      Pier, ciao. Sulla direzione di Carminati – che certo non ha bisogno di difensori – ho letto opinioni discordanti anche da parte della critica. Io credo che lo Chénier sia un’opera che ha bisogno anche di tinte forti e qualche decibel non mi disturba, ciò che conta è che le dinamiche siano varie e che si percepisca la differenza tra un’atmosfera spensierata e una carica di tensione. Chénier vive di questa dicotomia proprio nella scrittura orchestrale e a me pare che Carminati abbia ben colto la caratteristica. Poi, ti dirò, se il tenore o un cantante non passa l’orchestra perché la voce non è sufficientemente proiettata non possiamo farne una colpa al direttore: sono sicuro che Balzani si sentisse, vero? Ancora, e poi la smetto, conta molto l’acustica della sala: sono innumerevoli le volte in cui, ascoltando l’opera dalla platea o dalla galleria, mi è sembrato di assistere a direzioni opposte; qualche volta addirittura spostandomi anche di qualche fila in platea, per dire.
      Il fatto è che Andrea Chénier è opera di voci importanti e non credo che un direttore faccia un buon servizio alla musica di Giordano se dirigesse come se stesse affrontando Mozart o Donizetti.
      Su tutto il resto sono d’accordo con te però, a onor del vero e completezza di informazione, questo allestimento ha ricevuto molti consensi. Io spero che un giorno, anche a Trieste, si possa vedere un teatro più vivo.
      Ciao Pier, grazie. Paolo

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: