Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Divulgazione semiseria dell’opera lirica: Carmen di Bizet al Teatro Verdi di Trieste. Scomparso Franco Zeffirelli.

Vista la triste notizia di oggi, non posso fare a meno di lasciare l’ultimo saluto a Franco Zeffirelli, spentosi poche ore fa, e uno degli interpreti di riferimento della Carmen di Bizet per la parte registica. Vidi la sua ultima Carmen all’Arena di Verona, ormai molti anni fa.
Riposi in pace.

Venerdì prossimo Carmen di Georges Bizet chiuderà la stagione 2010/2019 del Teatro Verdi di Trieste. Si impone, quindi, la consueta lenzuolata di divulgazione semiseria di quest’opera che, indubbiamente, è tra le più popolari del repertorio.
Popolari e allo stesso tempo attuali, perché il femminicidio, ce lo ricordano ogni giorno gli atroci titoli della carta stampata e dei media in generale, sembra non passare mai di moda, diciamo così.

L’opera è davvero famosa o perlomeno la vicenda è piuttosto conosciuta, se non nota a tutti. Difficile, perciò, scrivere qualcosa che non sia scontato e noioso. Ci posso provare, però, magari cominciando col riportare fedelmente (beh, nella traduzione italiana) un passo della novella di Prosper Mérimée dalla quale Henri Meilhac e Ludovic Halévy trassero ispirazione per il libretto. Ho scritto trassero ispirazione non a caso, come vedremo più avanti.

“Alzai lo sguardo e la vidi. Era venerdì e non lo dimenticherò mai. All’inizio non mi piacque e tornai al mio lavoro, ma lei secondo il costume delle donne e dei gatti, che non vengono quando si chiamano e vengono quando non si chiamano, mi si parò davanti e mi rivolse la parola.” (Don José) 

Poi ecco un breve passo dall’arcinota habanera, sempre tradotto in italiano, dal libretto dell’opera.

“Se tu non mi ami, io ti amo-se io ti amo…bada a te!” (Carmen)

Opera di contraddizioni, di antagonismi, di furori, d’incomprensioni.

Una composizione che ha rischiato il lieto fine e probabilmente, in questo caso, si sarebbe assicurata l’oblio, confusa tra la melassa indistinta delle opere note solo ai musicologi più agguerriti.

Sì, perché i dirigenti del Teatro dell’Opéra Comique di Parigi avrebbero preferito un finale rosa invece che rosso sangue, tanto da consigliare agli spettatori di lasciare a casa madri e figli: uno spettacolo a luci rosse, XXX rated, per quei tempi.

Le cronache dell’epoca (esagerando un po’) parlano di un fiasco alla prima, il 3 marzo 1875. Eppure in qualche modo lo spettacolo dovette colpire il pubblico se appena qualche mese dopo, il 3 giugno, i funerali di Georges Bizet, inopinatamente scomparso, furono seguiti da una marea di persone.

Il musicista francese aveva riscosso un discreto successo solo con Les Pêcheurs de perles (I pescatori di perle), gli altri suoi lavori erano passati quasi inosservati.
Opera di tradimenti.
Il più clamoroso e forse meno noto al pubblico quello di Nietzsche, che di fronte alla concretezza della drammaturgia di Carmen abiurò il suo amore per la musica di un tale che si chiamava Richard Wagner, compositore nebuloso che non aveva certo il dono della sintesi (strasmile).
Opera di folli rincorse.
Nei primi due atti Carmen “corre dietro” a Don José, negli ultimi due a inseguire è proprio il soldato contrabbandiere.
I librettisti fecero un lavoro incredibile, come ho detto all’inizio, tanto da trasformare un umile picador (questo è nel testo originale) nel torero Escamillo: un’icona del machismo, un Don Giovanni senza tormenti interiori. Una botta e via, se due meglio, altrimenti c’è un’altra donna pronta che aspetta da qualche parte. L’antagonista di Don José.

Anche Carmen, personaggio forte, aveva bisogno di un contraltare e allora ecco che i due (librettisti) s’inventano Micaela (non esiste nella novella), che è tutt’altro che una biondina scipita. Micaela è una doppia sfida per Don José, perché è da sposare e soprattutto perché è la sua connessione (in)conscia con la madre lontana.
Torniamo a qualche altra considerazione sulla nostra gitana.

Carmen è un personaggio da “Fuori orario” di Scorsese, che ti catapulta in un mondo che non conoscevi ma che ti attrae.
Anche lei ricorda Don Giovanni, o forse, meglio, il mito di Don Giovanni: fa la vita che le piace, senza pentimenti, sino alle estreme conseguenze. Una donna doppiamente diversa, zingara e libera.
Poi, certo, un musicologo serio o un critico decente parlerebbero degli interventi dei filologi: Oeser, Guirod, Didion, analogie con il genere del Singspiel tedesco, ma da questi pulpiti si ammanisce roba semiseria, mica cultura.

Io la penso così, sulla questione recitativi o dialoghi parlati: recitativi, perché i cantanti sono spesso pessimi attori.

Voglio dire, un compositore che fu costretto dalle bizze della diva di turno (Célestine Galli-Marié) a riscrivere un’aria 13 volte, non meriterebbe tale affronto (strasmile).
Ovviamente anche nel cinema la figura e la musica di Carmen sono state proposte più volte; qui lascio solo qualche briciola, tanto per indicare un cammino che sarebbe ben più lungo.
I film ispirati all’opera di Bizet sono davvero tanti. Io, che ormai sono vecchio, ne ho visti parecchi ma ne ricordo volentieri pochini.
Carmen di Cecil de Mille, con la diva del Metropolitan Geraldine Farrar.
Gli amori di Carmen di Charles Vidor con Rita Hayworth (che piaceva tanto a papà) e Glenn Ford.
Oppure Carmen Jones di Otto Preminger con Dorothy Dandridge e Harry Belafonte, che invece piaceva tanto a mia mamma.
Perché, come dire, anche i critici hanno un cuore e sono mammoni (strasmile).
L’ultimo film col “tema” Carmen che ho visto al cinema è stato U-Carmen di Mark Dornford-May, con Pauline Malefane, ed era davvero assai bello, anche se piuttosto impegnativo.
Carlos Saura prima di firmare un allestimento che si è visto anche a Firenze e poi a Trieste, ha girato anche il film Carmen Story, che a me non piacque per nulla, a dire il vero.
Qui, invece, potete vedere Gypsy Blood di Ernst Lubitsch, con Harry Liedtke (Don José) e Pola Negri (Carmen), di cui devo la scoperta a Loredana Lipperini, che lo segnalò in un libretto di sala del Maggio Fiorentino.

Ma c’è dell’altro, perciò andiamo a vedere come Carmen di Bizet abbia ispirato al genere umano cose sublimi e altre…meno!
In ordine sparso, dallo spot pubblicitario ai cartoni animati, ecco qui un florilegio incredibile di video che hanno un comune denominatore: la musica della Carmen.






 

Poi, ci sono anche altri segni inequivocabili, in un certo senso meno nobili per noi melomani che siamo molto choosy, che Carmen sia un’opera popolare. Per esempio il fatto che delle romanze più famose (Habanera, Toreador, Seguidilla) o della stessa Ouverture, si sia fatto uso anche come suoneria per i cellulari. Una specie di descensus Averni, per usare un’espressione cara a Paolo Isotta, l’ineffabile ex critico musicale del Corriere della Sera che, come sapete, io amo molto (strasmile).
Bene, direi che ora siamo pronti a goderci Carmen in teatro.
Un saluto a tutti, alla prossima!

 

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6 risposte a “Divulgazione semiseria dell’opera lirica: Carmen di Bizet al Teatro Verdi di Trieste. Scomparso Franco Zeffirelli.

  1. Don José 16 giugno 2019 alle 7:28 am

    Come puoi immaginare, adoro Carmen..alla follia!!!Fu l’opera che mi fece innamorare dell’opera lirica(quando a 15 anni mi regalarono i dischi della Carmen di Karajan) e cerco di leggere e vedere tutto ciò che riguarda questo splendido personaggio.Non so se l’hai visto,ma a me era piaciuto molto il film di Aranda,con una affascinante Paz Vega,ove si ripercorre la vicenda di Carmen secondo la novella di Merimmee’.Buona Carmen(anche se…..:-(strasmile))

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    • Amfortas 17 giugno 2019 alle 8:37 am

      Don, ciao. Io invece non sono un grande estimatore di quest’opera per quanto non mi passi neanche per la testa di ridimensionarne il valore. Mi piace a sprazzi, diciamo.
      Non ho visto il film che citi vedo se riesco a recuperarlo in qualche modo.
      Vidi la Kemoklidze agli esordi, quando non la conosceva nessuno. Dopo la risentii solo a Venezia e ne fui un po’ deluso. Spero canti benissimo qui a Trieste.
      Ciao, a presto.

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  2. Giuliano 19 giugno 2019 alle 7:16 am

    Zeffirelli ha partecipato alla Resistenza… qualcuno lo ha ricordato? Io non ho trovato nessuno che ne abbia fatto cenno. Ne parla lo stesso Zeffirelli, sia pure in parte, nel suo film Un tè con XXX.
    Quanto al “controcorrente” di cui invece hanno parlato tutti, beh, chi va controcorrente fa fatica (come i salmoni) invece dal 1945 in qua a Zeffirelli è andato tutto bene o molto bene o benone (ne sono contento per lui, ovviamente). Chi va controcorrente difficilmente si fa una mega villa a Positano…

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    • Amfortas 19 giugno 2019 alle 8:23 am

      Giuliano, ciao. Grazie dell’osservazione. Purtroppo su Zeffirelli ho letto e continuo a leggere pareri tranchant in un senso o nell’altro, come se nella vita fosse tutto bianco o nero. Magari! Sarebbe più facile per tutti. Soprattutto saremmo tutti juventini 😂
      Di là delle facezie, Zeffirelli, che certo non ha mai sdegnato atteggiamenti sopra le righe, si ritrova inconsapevole a perpetuare ciò che ha seminato durante tutta la sua vita: polemiche, perlopiù pretestuose. Io gli riconosco molti meriti – restando in ambito operistico che è quello che mi compete – per alcuni suoi allestimenti. Peccato non abbia saputo rinnovarsi, ne avrebbe avuta la possibilità e i mezzi.
      Ciao e grazie, Paolo

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  3. Enrico 1 luglio 2019 alle 12:29 pm

    Trovo che Zeffirelli avesse ragione quando criticava certe regie moderne che stravolgono le opere; scrisse nel libro autobiografico che sarebbe stato molto meglio che questi registi scrivessero un proprio testo per mettere in scena le proprie idee, senza rovinare il lavoro di operisti e librettisti.
    Detto questo, riguardo alla “Traviata” Areniana di questa stagione (alla quale vogliono evidentemente dare il “colpo di grazia” dato che dopo lo strabollito Nucci ci sarà – per la recita del 1 Agosto – Domingo nel ruolo di Germont padre) trovo che fosse migliore la scenografia di Vick (mi pare del 2004) che questa di Zeffirelli.
    Saluti e buone ferie!

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    • Amfortas 1 luglio 2019 alle 3:35 pm

      Enrico, ciao. Bisognerebbe prima mettersi d’accorso su cosa significhi “stravolgere le opere” e non sarebbe facile per niente. Io credo che l’Arte debba essere libera, senza vincoli, tutto qui. La valutazione poi sarà fatta dal pubblico, dalla critica e dalla Storia. Se Macbeth parla di una storia di potere, dal mio punto di vista l’unica cosa fondamentale è che non si tradisca questo spirito. L’importante è quindi il “perché” e non il “come”, principio che vale per molte discipline artistiche.
      Ciao, grazie delle tue puntali osservazioni e per le ferie vedremo 🙂

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