Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Considerazione serie e semiserie sulla nuova stagione del Teatro Verdi di Trieste.

È stata presentata, questa mattina, la nuova stagione del Teatro Verdi di Trieste che, anticipo subito, mi sembra diversa – in meglio – di quelle degli anni precedenti. Un po’ è una questione di scelte di titoli ma soprattutto mi pare sia la prima stagione degli ultimi anni pensata con una programmazione coerente e un progetto definito. Suppongo che sia fondamentale la circostanza che la situazione economica, lungi dall’essere brillante – come ovunque, sia chiaro – ha però intrapreso una strada che induce all’ottimismo.
Credo che, come hanno giustamente fatto il sovrintendente Stefano Pace, il direttore artistico Paolo Rodda e il direttore generale Antonio Tasca, il primo ringraziamento d’obbligo debba andare a tutta la “famiglia” dei lavoratori del teatro, dai professori d’orchestra agli artisti del coro, ai tecnici e a tutti coloro che ogni giorno si adoperano perché il Teatro Verdi, prima istituzione culturale della Regione, funzioni senza troppi intoppi.
Di là di questo, mi vien da pensare che la tournée autunnale in Giappone, che deve aver posto non pochi problemi logistici e organizzativi, sia stata un’opportunità per una programmazione degli eventi più consona a un grande teatro. Mi spiego: la stagione sinfonica sino all’anno scorso era poco più che un’intramuscolare che si svolgeva in meno di due mesi. Quest’anno, obtorto collo, è stata spalmata da settembre a maggio. Certo, gli appuntamenti sono sempre sei, ma c’è una sensazione di continuità che prima non percepivo, soprattutto se si considerano i quattro concerti speciali (di cui uno inaugurale per l’ESOF2020) e i cinque eventi collaterali al Ridotto dedicati alle scuole. Insomma, l’attività è intensa, ed è così che deve essere per un grande teatro.
Inoltre, noto con piacere che oltre a puntare su giovani interpreti – alcuni degli anni passati hanno praticamente esordito a Trieste e poi si sono costruiti carriere di spessore (tipo Saioa Hernández, ma non solo) nei cast sono presenti anche alcuni nomi di rilievo: Carmela Remigio, Desirée Rancatore, Devid Cecconi, Roberta Mantegna, Stefan Pop solo per citarne alcuni. Sono artisti che cantano sui più prestigiosi palcoscenici in Italia e all’estero.
Con grande piacere ho notato il ritorno a Trieste di Gianluigi Gelmetti, direttore dal carattere probabilmente spigoloso ma di assoluto valore, e la riconferma della presenza costante di Fabrizio Maria Carminati che garantisce sempre rigore filologico, impegno e serietà.
Alcuni titoli scelti non si vedono a Trieste da un’eternità: Lucrezia Borgia di Donizetti, Pagliacci di Leoncavallo e la chicca del Boris Godunov nella versione Musorgskij che fa da trait d’union col Principe Igor della passata stagione.
Le altre opere in cartellone sono state viste in tempi più recenti ma, a parte La Bohème (2016), Aida (2009), Turandot (2005) e Macbeth (2013) sembrano proposte ragionevoli. La stagione sarà poi chiusa da una prima assoluta, Amorosa presenza di Nicolò Piovani. La divulgazione dell’opera contemporanea è nello statuto della Fondazione, quindi ben venga.
Il balletto, che a me interessa il giusto ma è un problema mio, è presente col Don Chisciotte presentato con la coreografia di Marius Petipa, un pezzo di storia del teatro tout court.
Nella stagione sinfonica, piuttosto variegata, spiccano il pianista Giuseppe Albanese, lisztiano doc, i cantanti Stefano Secco, Monica Bacelli, Mirco Palazzi e Angela Nisi (Stabat Mater di Rossini, con Gelmetti sul podio) e la conferma di Paolo Longo alla testa dell’orchestra triestina in una serata dedicata alla musica del Novecento. E tante altre cose che ovviamente non riporto per brevità, tra le quali anche un contentino al sottoscritto (strasmile) e cioè il Preludio dal Parsifal di Wagner.

Stagione lirica e di balletto

Stagione sinfonica

Dunque, tutto bello bellissimo? Ovviamente no (strasmile).
Pagliacci da solo non regge una serata, sarebbe stato bene affiancargli un’altra opera per un dittico: ce ne sono molte e non necessariamente la scontata Cavalleria rusticana.
Ci sono poi delle criticità come nei cartelloni di tutti i teatri del mondo e, tralasciando la mancanza di titoli o compositori legata soprattutto alle inclinazioni e ai gusti personali, il problema più grande è rappresentato, per me, dalla mancanza di qualche allestimento che si scosti dalla consueta tradizione.
Voglio dire che dal mio punto di vista decidere ex ante che il pubblico di Trieste non sia in grado di apprezzare un teatro moderno, stimolante, che faccia pensare e che non si limiti a tranquillizzare i nonagenari della platea e dei palchi è intellettualmente sbagliato. Al Rossetti le regie, anche disturbanti, non mancano di certo, per esempio.
L’amico Elvio Giudici ha scritto, a suo tempo, che “Il teatro o è di regia o, semplicemente, non è”: io concordo nel modo più assoluto e sogno di poter vedere al Verdi di Trieste spettacoli ambiziosi come mi succede spesso a Venezia, a Lubiana o Budapest o dove diavolo volete. Poi posso pure dare fondo a tutta la mia facondia per distruggerli se sono insensati, certo, e chi mi segue sa che non mi tiro indietro se c’è da lapidare qualche regista velleitario innamorato di se stesso. Ma vorrei che il pubblico conoscesse anche un teatro che non sia oleografico e che si limita alla mise en place del libretto.
Ma, come sempre, non mi mancherà la serenità per poter valutare con calma e rispetto ogni serata.
Detto questo, detto tutto.
Auguri a tutti per la prossima stagione!

Le foto sono di Fabio Parenzan.

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10 risposte a “Considerazione serie e semiserie sulla nuova stagione del Teatro Verdi di Trieste.

  1. fabiana stranich 11 luglio 2019 alle 8:35 pm

    Bene! Finita la stagione precedente si comincia subito a pensare alla successiva, perché la voglia di andare a teatro a vedere ed ascoltare ottime cose non si esaurisce mai (blink!). Grazie per le indicazioni

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    • Amfortas 12 luglio 2019 alle 8:13 am

      Fabiana, ciao. Il bello del teatro è che ci consente di guardare al futuro con ottimismo o perlomeno con un minimo di speranza. Pensa se parlassi di politica, che tristezza…
      Ciao e grazie!

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  2. Furio Petrossi 11 luglio 2019 alle 10:27 pm

    Hai ragione: “Pagliacci” non regge una serata.
    A Riga, in aprile, hanno trovato una soluzione originale, accostandola a “L’incantesimo” di Montemezzi ( https://www.arte.tv/it/videos/087493-002-A/l-incantesimo-di-montemezzi/ ). Bello il libretto di Sem Benelli – quello de “La cena delle beffe” – libretto che raccoglie ispirazione da miti lontani (se mi ami, crea un giardino in pieno inverno…) e forse dalla novella “udinese” del Boccaccio (Madonna Dianora).
    Penso che “L’incantesimo” non sia mai comparsa sul palcoscenico triestino.
    La sua opera “L’amore dei tre re” verrà invece data in aprile alla Scala.

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    • Amfortas 12 luglio 2019 alle 8:18 am

      Furio, ciao. Grazie delle indicazioni 😉
      Si potrebbe fare un elenco delle opere da accostare in un dittico ai Pagliacci. Io, rischiando la blasfemia operistica, ci vedrei bene un Tabarro, tanto il Trittico tutto insieme non si fa mai o quasi. Ma è solo un esempio.
      Ciao e grazie!

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  3. Furio Petrossi 12 luglio 2019 alle 10:34 am

    Scusa, sapresti dirmi quale versione del Boris è prevista? L’ultima volta hanno dato – mi pare – la seconda versione di Rimskij-Korsakov (non ricordo se con o senza l’atto polacco), con le scene del Bol’šoj (una si era un po’ bruciata…). Ora sembra sia quella di Musorgskij del 1872, scura e acerba nell’orchestrazione, ma forse per questo gradita al nostro orecchio moderno. Difficile però che non ci sia lo zampino di qualcun altro e venga data così com’è. Sarà interessante vedere il pubblico, che l’altra volta non applaudiva perché non sapeva quando farlo… Grazie!

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    • Amfortas 12 luglio 2019 alle 10:42 am

      Furio ciao. No, al momento non lo so, mi informerò e magari ti saprò dire. Sicuramente, appunto, non è quella di Rimskij-Korsakov perché l’ha puntualizzato Rodda in conferenza stampa. Ciao!

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  4. Gaby 12 luglio 2019 alle 3:08 pm

    Hallo-hallo!!!Con quello che hai postato non c’entra.Solo per dirti/vi che,se vi farà piacere,potrò fornirvi tuuuutte le informazioni sul Tannhäuser qui da Bayreuth!

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  5. Enrico 13 luglio 2019 alle 6:57 am

    Però noto che manca il ‘900 europeo (intendo opere di autori stranieri)…peccato, lo ritengo molto interessante

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    • Amfortas 13 luglio 2019 alle 7:53 am

      Enrico, ciao. Beh, sì, manca il Novecento ma mica solo quello…del resto è evidente che la programmazione dei teatri non può essere altro che frutto di compromessi (in senso buono). I titoli sono 8 compreso un balletto, qualcosa resta fuori per forza. I Wagner, Mozart o Strauss e Britten ecc ecc sarebbero possibili in una stagione da 15 titoli. Chissà, forse i miei nipoti potranno vedere un cartellone così a Trieste. Ma c’è anche la possibilità che non vedano proprio nulla 🙂
      Ciao e grazie!

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