Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Andrea Binetti, in veste di rianimatore, cerca di resuscitare l’operetta al Teatro Verdi di Trieste.

A volte ritornano, o cercano di farlo. Ma, a mio modestissimo parere, l’operetta per come la conosciamo è morta.

Il management del Teatro Verdi da un paio di stagioni ha deciso di dare fiducia ad Andrea Binetti, tenore e soprattutto artista a tutto tondo. È di pochi mesi fa il bell’allestimento di Il castello incantato di Marco Taralli, di cui Binetti era figura centrale e decisiva.
Nel caso di Follie al Principato, gradevole operina tratta (adattamento di Domenico Carboni) dall’opera buffa L’ile de tulipatan di Henri Chivot e Alfred Duru con le musiche di Jacques Offenbach, il tenore firma regia, scene e costumi oltre che interpretare una delle parti principali.
Binetti, nel corso di una carriera piuttosto lunga, si è guadagnato sul campo il titolo di portabandiera dell’operetta di cui, come tutti sanno, Trieste è stata il baricentro per decenni con un festival che raccoglieva pubblico ed entusiasmi enormi. Il festival, sia per questioni economiche sia per una inattualità di contenuti – l’operetta è gentile, il mondo è diventato un posto brutto e volgare e va sempre peggio – si è estinto un po’ alla volta, come il dodo. E, come nella genetica si parla (o sparla) spesso di de-estinzione, allo stesso modo mi pare che il valoroso Andrea Binetti abbia vestito i panni del più classico degli “scienziati pazzi” ma buoni tentando di riportare in vita il genere dell’operetta.
Ne sono conferma, appunto, queste snelle e inattuali Follie al Principato che si dipanano per poco più di un’ora tra dialoghi permeati di un umorismo leggero ma poco incisivo, qualche gag un po’ troppo ripetitiva, arie e duetti.
Lo spettacolo, grazie al grande impegno di tutti i protagonisti, a tratti funziona, ma ci sono anche momenti di stanca che definire noiosi è forse troppo ma che, diciamo così, favoriscono un calo dell’attenzione.
Gli artisti sono tutti bravi nelle loro parti e giocano anche con grazia sulla propria fisicità che diventa un elemento scenografico non dichiarato.
Le scene, i costumi e le luci – curatissime – rimandano con dolcezza al mare e a Napoli, dove la vicenda si svolge tra buffi equivoci e stravaganze caratteriali dei protagonisti.
Ottime sia dal lato vocale sia da quello attoriale le prove dei tenori Francesco Cortese e Francesco Paccorini, e altrettanto brillante è sembrato il rendimento del mezzosoprano Silvia Bonesso; tutti Artisti del Coro della Fondazione, a sua volta impegnato nella produzione.
Il soprano Ilaria Zanetti, che fa sempre piacere rivedere sul palco, ha tratteggiato uno/a spumeggiante Alessio. Per Andrea Binetti (Ermosa) – nonostante un infortunio ne abbia limitato la mobilità – vale solo un aggettivo: vulcanico.
Efficiente come sempre l’Orchestra del Verdi, diligentemente guidata da Takayuki Yamasaki, e spiritosissima la ballerina Cler Bosco nei panni (succinti) di Colibrì.
La trama, seppure con una certa cautela e col sorriso sulle labbra, affronta temi attualissimi come l’omosessualità e l’identità di genere: parlarne fa sempre bene, soprattutto di questi tempi.
Il pubblico, non esattamente numerosissimo, ha apprezzato in toto spettacolo e compagnia artistica.
Le recite si sono susseguite per una settimana, dal 16 al 22 luglio, anche con due appuntamenti giornalieri.
La recensione si riferisce alla recita pomeridiana di sabato 20 luglio.

La locandina

Data dello spettacolo: 22 Jul 2019

Ermosa Andrea Binetti
Alessio Ilaria Zanetti
Cacatois XXII Francesco Paccorini
Teodorina Silvia Bonesso
Romboidal Grancesco Cortese
Colibrì Cler Bosco
Direttore Takayuki Yamasaki
Regia, scene e costumi Andrea Binetti
Maestro del coro Francesca Tosi
Orchestra e coro del Teatro Verdi di Trieste
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2 risposte a “Andrea Binetti, in veste di rianimatore, cerca di resuscitare l’operetta al Teatro Verdi di Trieste.

  1. Enrico 25 luglio 2019 alle 7:33 pm

    Non c’entra con l’operetta, ma dato che dici che è morta come genere qual è il tuo parere sul teatro musicale contemporaneo? Ho visto qualche giorno fa su RAI5 “Pinocchio (mal)visto dal Gatto e dalla Volpe” scritto da Camilleri e Gregoretti e rappresentato al Massimo di Palermo nel 2016, e devo dire che mi è piaciuto, l’ho trovato un mix ben fatto di opera, teatro e musica pop. Credi che questo tipo di lavori possa avere un seguito di pubblico? Io spero di sì.
    Saluti!

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    • Amfortas 26 luglio 2019 alle 8:15 am

      Enrico, ciao. Mi spiego meglio sull’operetta. È morta l’operetta rappresentata secondo i canoni classici, con i dialoghi adattati alle città in cui viene rappresentata, le battutine in vernacolo, gli ammiccamenti che oggi non fanno ridere ma risultano solo imbarazzanti. Io, oggi, se dovessi mettere in scena un’operetta, taglierei al massimo i dialoghi e lascerei solo quelli indispensabili alla comprensione della trama. Punterei sulla musica, sulle arie e sui duetti, sull’allestimento, su direttori che conoscano il genere e ne sappiano rendere l’atmosfera effervescente screziata di nostalgia. Una volta, tanti anni fa, eravamo diversi noi ed erano diversi gli artisti che recitavano o canticchiavano sul palco: non ti sto neanche a fare i nomi.
      Per quanto riguarda il resto non mi esprimo perché non ho visto lo spettacolo che citi. Credo che quel genere possa funzionare, ma con l’opera o l’operetta non c’entra nulla, è uno spettacolo ibrido. Il musical, poi, è bellissimo, ma per farlo bene ci vogliono vagonate di soldi, come peratro per l’operetta.
      Ciao e grazie!

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