Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Partita la stagione sinfonica al Teatro Verdi di Trieste. Gianluigi Gelmetti e lo Stabat Mater di Rossini incantano un pubblico non esattamente numeroso.

Mi interrogavo, ieri sera, sulle motivazioni che mi spingono a continuare ad andare a teatro. La risposta è una sola: perché alla fine di un concerto, di un’opera, sto meglio.
Perciò anche quest’anno, chi segue il mio ormai vecchissimo – ai tempi di Internet – blog, potrà essere informato su ciò che succede al Teatro Verdi di Trieste e…in altri siti, come Venezia, Lubiana e tanto ancora.
Insomma, buon teatro a tutti!

La stagione sinfonica del Teatro Verdi di Trieste è cominciata ieri sera e il primo concerto presentava almeno due grandi motivi di interesse: il ritorno sul podio dell’orchestra triestina di Gianluigi Gelmetti, che forse segna il ricomponimento di qualche incomprensione degli anni passati e, ovviamente, lo Stabat Mater di Rossini, una delle pagine musicali più complesse scritte dal Cigno di Pesaro.
A proposito dello Stabat Mater scrivevo, nel 2012:

La tribolata genesi di questa sequenza liturgica in musica è singolare e appartiene al periodo in cui Rossini si era ritirato a vita privata e non componeva più. Nel 1832 il fortuito incontro con un prelato spagnolo spinse il compositore pesarese a un ripensamento, non troppo convinto evidentemente, perché in un primo tempo furono scritti solo sei dei dieci pezzi dello Stabat. Solo una complessa controversia giudiziaria convinse poi Rossini all’ultimazione del suo lavoro, che fu eseguito per la prima volta nel 1842, ovviamente a Parigi dove raccolse un successo strepitoso. In Italia lo Stabat Mater arrivò qualche mese dopo, a Bologna, e a dirigerlo – ancora con straordinario successo – fu Gaetano Donizetti.

Di là di questo, ritengo che lo Stabat Mater sia una di quelle composizioni che si possono definire metaforicamente di confine, nel senso che è enigmatico, sospeso com’è tra un retrogusto teatrale sottotraccia e una sacralità non ostentata ma ben percepibile sia in alcuni interventi dei solisti sia nello splendido e liberatorio fugato finale affidato al Coro.
Gianluigi Gelmetti, al quale non manca certo né esperienza rossiniana né vigorosa presenza artistica, mi è sembrato privilegiare o meglio sottolineare più la teatralità quasi operistica che la sacralità della composizione. E trovo che la circostanza debba far riflettere su come gli interpreti riversino le loro esperienze di vita nella musica: le note sono le stesse, ma l’amalgama timbrico, l’espressività, l’impasto dei piani sonori si manifestano condizionati dall’approccio psicologico alla pagina musicale.
Perciò, coadiuvato ottimamente dall’Orchestra del Verdi – compatta, capace di un suono omogeneo e gradevole –  Gelmetti ha optato per un’interpretazione della partitura che definirei virile ed estroversa, ma non certo priva di quelle finezze che traspaiono nei momenti in cui la riflessione e il ripiegamento meditativo emergono con chiarezza: una direzione equilibrata, varia nel fraseggio e anche molto attenta al carattere artistico del quartetto vocale, che nonostante le poche prove ha trovato un buon affiatamento anche nei due difficili quartetti.
Il Cuius animam è un’aria di stampo prettamente operistico e Stefano Secco come tale l’ha affrontata, con baldanza e accento esuberante. L’artista ha superato, con un minimo di cautela, anche lo scoglio del re bemolle, una nota impegnativa per un tenore che si dedica abitualmente al repertorio drammatico.
Positiva anche Angela Nisi, che nella sua difficile parte e segnatamente nell’Inflammatus – che prevede un attacco insidioso e due do piuttosto pesanti – si è ben disimpegnata.
Brava anche Monica Bacelli, che nonostante qualche opacità iniziale è sembrata a proprio agio nella tessitura del bellissimo Fac ut portem e ha trovato una buona intesa col soprano nel duetto del terzo movimento.
Ottimo Mirco Palazzi, dalla voce ben timbrata e sonora, partecipe interprete dell’aria Pro peccatis e del successivo recitativo Eia, Mater col Coro. Coro che, ben preparato da Francesca Tosi, ha fornito una prestazione brillante in tutte le sezioni.
Il pubblico – a dire il vero non foltissimo – ha applaudito calorosamente tutta la compagnia artistica, più volte chiamata alla ribalta.
Come di consueto questo pomeriggio, alle 18, ci sarà la seconda recita.

Soprano Angela Nisi
Mezzosoprano Monica Bacelli
Tenore Stefano Secco
Basso Mirco Palazzi
Direttore Gianluigi Gelmetti
Direttore del coro Francesca Tosi
Orchestra e Coro del Teatro Verdi di Trieste

Una risposta a “Partita la stagione sinfonica al Teatro Verdi di Trieste. Gianluigi Gelmetti e lo Stabat Mater di Rossini incantano un pubblico non esattamente numeroso.

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