Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Divulgazione semiseria dell’opera lirica: Turandot di Giacomo Puccini. Le cose da sapere e qualche curiosità sull’estremo capolavoro di Sor Giacomo.

L’inizio della stagione operistica a Trieste è alle porte: venerdì 29 novembre, infatti, si parte con Turandot di Giacomo Puccini, che manca dal teatro triestino dal 2005.
Questa mattina si è svolta la conferenza stampa di presentazione della singolare apertura stagionale.
Quest’anno, vista la lunghissima (e fortunata!) tournée del teatro triestino in Giappone, c’è stata necessità di organizzare il cartellone in modo diverso dal solito. Alla Turandot si sovrappone una produzione di Aida di Giuseppe Verdi che potrà contare su tre recite. Perciò nella prima settimana di dicembre il Verdi alzerà il sipario ogni sera alternando, appunto, Puccini a Verdi. Uno sforzo organizzativo non da poco, come potrete immaginare.
Ma andiamo con ordine e cominciamo a preoccuparci di Turandot, opera amatissima e popolare, lasciata incompiuta da Puccini, che morì mentre ne stava scrivendo le ultime due scene, poi completate da Franco Alfano con la supervisione di Arturo Toscanini.
Ripensando a Turandot, la prima circostanza che mi colpisce è l’indicazione temporale in cui si svolge la vicenda: al tempo delle favole, a Pekino (sì, scritto così).
Se ci pensate è molto bello, rilassante, tornare per un paio d’ore al tempo delle favole: è proprio l’essenza di ciò che dovrebbe essere il teatro, una momentanea sospensione della (e dalla) realtà che, come ben sappiamo, non è che sia poi così allegra e spensierata per nessuno.
Il libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni fu tratto da una nota fiaba di Carlo Gozzi, già messa in musica con esiti alterni da Antonio Bazzini e Ferruccio Busoni.
Le cosiddette fiabe, lo affermo da sempre, andrebbero rilette con gli occhi di un adulto, perché nascondono significati simbolici piuttosto inquietanti che per fortuna da bambini non si colgono. Pensate alla produzione dei fratelli Grimm o di Hans Christian Andersen, che non a caso sono definite fiabe iniziatiche. Per fortuna mio papà si è limitato a raccontarmi Il pesciolino d’oro di Aleksandr Puškin che, come potete vedere, effetti nefasti ne ha causati non pochi (strasmile).
Comunque, la trasposizione teatrale non segue fedelmente il testo originale, tanto che per esempio il personaggio di Liù – centrale in Puccini – è inventato di sana pianta e non esiste in Gozzi. Puccini aveva ben presente le esigenze teatrali e anzi, si riteneva investito di scrivere solo ed esclusivamente per il teatro. Di conseguenza grandi dibattiti, tantissima corrispondenza, qualche volta spiritosa, altre pungente, con i librettisti. I librettisti, poveri, sono proprio maltrattati per default dai compositori…si pensi a Verdi e Piave o Cammarano, solo per citare un caso.
Puccini si arrovellò tanto sul finale dell’opera, scrivendo e riscrivendo la musica, scartando molti versi che gli venivano proposti dai librettisti: non trovava una quadratura che lo soddisfacesse del tutto. Purtroppo la malattia che lo minava da tempo non indugiò, invece; morì il 29 novembre del 1924 per i postumi dell’operazione a cui era stato costretto.
Per l’editore Ricordi quindi ci fu il problema di affidare a qualcuno la scrittura del finale dell’opera, sulla base degli appunti lasciati da Puccini. La vicenda è complicata, non voglio farla troppo lunga.
Il compito fu affidato a Franco Alfano, supportato (o meglio, osteggiato) da Arturo Toscanini. Il risultato è che il finale probabilmente si avvicina abbastanza all’idea di Puccini ma ne confonde lo stile compositivo, anche nella versione rivista da Toscanini.
Ancora nel 2002 Ricordi affidò a un compositore contemporaneo la stesura di un altro finale. Luciano Berio, a parer mio, fece un gran lavoro proprio perché volle differenziare la “sua” musica da quella di Puccini. Ma queste sono speculazioni personali e perciò del tutto risibili.
In cuor mio sono del parere di Toscanini, che la sera della prima rappresentazione – Teatro alla Scala, 25 aprile 1926 – interruppe l’esecuzione dopo il corteo funebre che segue la morte di Liù: sono perciò molto soddisfatto che sarà proprio questa la soluzione che si adotterà per la prima al Verdi, che appunto cade nell’anniversario della morte del compositore.
Turandot è un’opera che si stacca nettamente, a mio parere, dal resto della produzione di Puccini, tanto che in molti si sono chiesti come mai sia diventata così popolare. La risposta sta nel genio di Sor Giacomo, capace di far convivere nella partitura elementi di assoluta novità insieme a certi stilemi più tradizionali. Le parti melodiche ci sono, ma paiono quasi dejà vu o meglio illusioni di una musica ormai estinta, fagocitata dal Moloch del Novecento, il secolo della follia. Non è un caso che Webern consideri “importante” Turandot, e lo scriva al suo maestro Schönberg, padre della musica seriale.
Le percussioni hanno un’importanza fondamentale e sono usate sia a scopi coloristici sia per tingere di esotico, di quell’oriente che era ai tempi l’ultimo grido della moda, la partitura. Il coro assume le vesti di un vero personaggio, e le sorti di una buona riuscita dell’opera passano in modo rilevante proprio per il coro.
In quanto ai cantanti le difficoltà sono notevoli, soprattutto per quanto riguarda la parte della “Principessa di gelo”: scrittura ostica, acuta e difficile anche dal lato interpretativo oltre che tecnico.
Il tenore è condannato, oggi, a un Nessun dorma che si avvicini all’idea che ha la vulgata di “Vincerò”, un’aria che non è mai stata scritta (strasmile).
Liù ha difficoltà vocali moderate, ma il fraseggio e l’accento devono essere convincenti, altrimenti il personaggio ne esce insipido. Tutto sommato abbordabile la parte da basso di Timur. Decisivo il rendimento delle “maschere” o ministri Ping, Pong e Pang: se la loro prestazione non è all’altezza sono problemi seri perché reggono in modo decisivo la parte centrale dell’opera.
Ovviamente il direttore deve trovare la giusta misura, soprattutto nelle dinamiche che possono essere insidiose. Come in tutto Puccini, fondamentale è il lavoro di concertazione che deve rendere preciso il canto di conversazione.
Ah sì, c’è anche Aida, un’operina minore di tale Giuseppe Verdi: ne parlerò presto.

 

7 risposte a “Divulgazione semiseria dell’opera lirica: Turandot di Giacomo Puccini. Le cose da sapere e qualche curiosità sull’estremo capolavoro di Sor Giacomo.

  1. Furio Petrossi 26 novembre 2019 alle 4:49 PM

    Indipendente dalla musica di Puccini, il finale originale di Alfano, quello lungo, che non viene quasi mai messo in scena, è tuttavia bella musica, anche se non c’entra molto.
    Altre cinesine sono state più gentili di Turandot: ricorderò una canzonetta cantata da Maurice Chevalier, il cui finale veniva cantilenato da mio papà, facendomi saltare sulle ginocchia:
    Un jeune officier de marine / Un soir rencontra dans Pékin / Une petite Chinoise divine / Qu’on promenait en palanquin,
    En l’apercevant la toute belle / Arrêta bien vite ses porteurs: / “Mon gentil petit Français, dit-elle, / Veux-tu connaître le bonheur! ”
    {Refrain:} Chin’, Chin’, Chin’, Chin’ / Viens voir comme en Chine / On sait aimer au pays bleu / Chin’, Chin’, Chin’, Chin’
    Je serai câline / Si tu veux bien m’aimer un peu / Tous deux nous ferons un joli duo / Oh! Oh! Oh!
    Timélou, lamélou, pan pan timéla / Paddy lamélou, concodou la Baya! (2 volte)

    Un ufficialetto francese incontra una cinesina in portantina che gli offre il suo amoh oh ore (e prosegue in una lingua inventata).
    L’ufficialetto francese e la cinesina, dice il seguito, si amarono per una settimana in una torre di porcellana.
    Ah Turandot! Quanto avresti da imparare!

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  2. Furio Petrossi 26 novembre 2019 alle 10:04 PM

    Ritorno, più seriamente, sul finale dell’opera.
    Turandot è un’opera incompiuta. Sarà moderno lasciare le cose incompiute, ma non era questa l’intenzione iniziale di Puccini, anche se pare si fosse infine risolto a farla rappresentare così. Una ventina di pagine di pezzi e abbozzi lo testimoniano. Il libretto ha avuto più versioni nel finale, Puccini vivente, e sul piano drammaturgico c’era il bisogno di dare il tempo alla principessa di compiere la sua evoluzione psicologica. I tagli fatti da Toscanini sul finale di Alfano (che può essere udita cercando su Youtube ‘Original Alfano Ending Version’) sono inaccettabili sul piano di questa evoluzione. E’ vero che Alfano ci mise anche troppo del suo nella prima versione del finale, come descritto in https://www.jstor.org/stable/3878265 , ma lui il problema l’aveva capito; certo Toscanini lo rimproverava di aver tralasciato dei pezzi abbozzati da Puccini e in questo aveva forse le sue ragioni, tuttavia il finale doveva reggere ed essere credibile. Certe sottovalutazioni del lavoro di Alfano, come quella presente nella Guida a Turandot de La Fenice

    Fai clic per accedere a TURANDOT.pdf


    in cui si afferma ” un collega onesto come Franco Alfano, ma del tutto
    estraneo ai nodi della drammaturgia pucciniana ecc. ecc.”, le considero poco approfondite: è vero che gli indirizzi musicali di Alfano erano diversi, ma i due si conoscevano e il problema del finale era chiaro nella sua mente.
    Il problema resterà controverso nel tempo, più delle diverse versioni del Boris, che in fondo si differenziano per orchestrazione e posizione dei diversi pezzi, non per la necessità di ricostruire da materiali frammentari un finale.
    Resterà quindi sempre un senso di incompletezza, anche se meno doloroso per noi, moderni, ormai abituati alle brusche interruzioni che lasciano irrisolti i nodi della trama.

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    • Amfortas 27 novembre 2019 alle 9:22 am

      Furio, ciao. Innanzitutto scusa per il ritardo della pubblicazione del secondo commento, che è stato bloccato dall’antispam di WordPress.
      A seguire grazie per l’aneddoto e la canzoncina, davvero divertenti.
      Sul discorso del Finale di Turandot io non la penso come te e, anzi, preferisco tout court il finale di Berio. Le tue però sono motivazioni più che rispettabili e, come succede sempre, completano il post fornendo ai lettori ulteriori spunti di riflessione.
      Ciao e grazie!

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  3. giuliano 28 novembre 2019 alle 11:54 am

    non sapevo dei ritocchi di Toscanini sul finale di Alfano, grazie 🙂
    per il resto sono d’accordo con te, far “terminare” da un altro qualcosa di incompiuto è un’operazione interessante ma sempre discutibile. Anche lavorare sui frammenti lasciati dall’autore non è la perfezione: l’autore magari li avrebbe scartati, chi lo può dire.
    E’ molto bello, di Berio, il lavoro sulla sinfonia di Schubert (Decima?) della quale esistono solo alcuni momenti, “Rendering”.
    E poi, tristissimo, in tv e non solo ho sentito definire “canzone” l’aria di Calaf. Mah.

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    • Amfortas 28 novembre 2019 alle 4:09 PM

      Giuliano, ciao.
      Sì, la penso come te (anche su Berio). Come sai e si è potuto leggere anche qui nell’intervento di Furio, le due scuole di pensiero sono collidenti. Ci sono peraltro tanti esempi di “incompiute” poi rimaneggiate: alcuni riusciti, altri meno. Poi c’è l’argomento revisione delle opere con modifiche fatte dallo stesso autore: proprio alla Scala sembra che Chailly voglia recuperare qualche nota scartata da Puccini. A me queste operazioni puzzano un po’ di marketing, boh, ma può essere che mi sbagli.
      Ciao e grazie, Paolo

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