Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione seria di Turandot di Puccini al Teatro Verdi di Trieste: Kristina Kolar, che meraviglia!

Diciamo buona la prima, anche se come sempre qualche criticità emerge, anche in serate complessivamente valide.
Ma non è finita qui, perché domani c’è Aida. Mi tocca fare gli straordinari (strasmile)!37172BB9-7776-437E-8ED8-DEB3C20D365F

Turandot, Principessa di gelo, ha scaldato i cuori del pubblico triestino in occasione dell’apertura della stagione operistica, che domani avrà un’inconsueta prosecuzione con la prima di Aida.
Allestire due opere famose, entrambe impegnative – sotto ogni punto di vista –  a dir poco: quella intrapresa dal teatro triestino è una sfida ambiziosa che in ogni caso ha già ottenuto un risultato tutt’altro che trascurabile: da ieri sino a domenica prossima il sipario si alzerà ogni giorno, come succede ormai da anni nelle maggiori città europee.
Turandot è, lo sanno tutti, l’ultima sofferta fatica di Puccini e l’annosa questione del finale dell’opera è stata risolta nel modo più semplice, e cioè calando il sipario dopo la morte di Liù, mentre una voce amplificata ricordava al pubblico che a quel punto il Maestro, il 29 novembre del 1924, se ne andò per sempre.01C6AE98-BB9A-4B54-A803-A64061C41E7A
L’allestimento, affidato alla regia di Katia Ricciarelli e Davide Garattini Raimondi, è di stampo tradizionale (ammesso che quest’aggettivo abbia un senso) e ampiamente rassicurante, cucito su misura per un pubblico stanziale come quello locale. Se penso che proprio oggi, sul quotidiano triestino, c’è chi si lamenta per “l’ambientazione particolare” dello spettacolo mi assale uno sconforto nietzchiano.
Il palcoscenico è sostanzialmente diviso in due: in alto si muovono Turandot e la corte imperiale, sotto alligna il popolo, mentre le Maschere fanno da metaforico trait d’union tra due condizioni sociali del tutto differenti e incompatibili. Complessivamente lo spettacolo è convincente, nonostante i costumi davvero bruttini, coreografie non proprio esaltanti e un impianto luci didascalico, semplicistico e manierato nelle cromie.
I movimenti scenici degli interpreti sono coerenti con il resto: coro perlopiù schierato e fermo, gesti melodrammatici d’antan da parte dei protagonisti, per fortuna screziati da un certo dinamismo delle tre maschere. Va bene così, probabilmente.
Più interessante la parte musicale che ha visto protagonista assoluto Nikša Bareza, che di Turandot ha dato una lettura al calor bianco, barbarica, forse un po’ troppo sbilanciata sul forte o fortissimo nelle dinamiche e ondivaga nelle agogiche ma vivacissima, efficace e convincente. Il passo teatrale è spedito, gli effetti coloristici – la genialità di Puccini al massimo livello – ben evidenziati e nonostante qualche decibel di troppo la struttura architettonica dell’opera non cede, anche grazie all’ottima prova dell’Orchestra del Verdi, che risponde compatta alle telluriche sollecitazioni del podio.7C8AD9DB-D8A4-4E5E-B0AD-F98E0F009857
Buona la prova del Coro, vero e proprio personaggio dell’opera, e altrettanto positiva la prestazione dei Piccoli Cantori della Città di Trieste.
Eccellente Kristina Kolar nei panni di Turandot, che ha tratteggiato in modo imperioso grazie a una voce grande e importante, svettante negli acuti e omogenea nella linea di canto. Nella mia non breve esperienza teatrale, ricordo pochi soprani capaci di risolvere così brillantemente la parte più difficile scritta da Puccini per questo registro vocale.
Bravissimo anche il tenore Amadi Lagha, un Calaf di lusso per baldanza vocale, generosità e voce dal bel timbro solare. Gli acuti spettacolari, la dizione chiara e la buona pronuncia fanno quasi scordare una certa pigrizia nel fraseggio, che potrebbe essere più curato. La sensazione è che l’artista canti un po’ troppo aperto, circostanza che a tratti inficia la nobiltà del personaggio. Avercene, comunque, di tenori così brillanti ed empatici.
Desirée Rancatore è stata protagonista di una recita in crescendo, in cui è sembrata più a proprio agio nel terzo atto che all’inizio, in linea con quella che è di solito la prestazione dei soprani che interpretano la sfortunata Liù. Per l’artista era un debutto nella parte, è perciò ragionevole pensare che nelle prossime recite il rendimento, già discreto, possa migliorare ancora.44E92B35-8BC1-4DCA-A690-1EB43FA641E0
Convincente e incisivo il basso Andrea Comelli nella parte del vecchio Timur, reso bene anche dal punto di vista scenico.
I tre interpreti dei Ministri o Maschere, il cui rendimento è fondamentale per la buona riuscita dell’opera, vanno associati in un comune elogio per pertinenza stilistica e vocale e per il dinamismo in scena: il baritono Alberto Zanetti (Ping) e i tenori Saverio Pugliese e Motoharu Takei (rispettivamente Pang e Pong).
Solido e apprezzabile l’apporto di Max René Cosotti (Altoum), Giuliano Pelizon (Mandarino), Anna Katarzyna lr (Prima ancella) ed Elena Boscarol (Seconda ancella). Completava il cast Roberto Miani nelle ingrate vesti del Principe di Persia.
Successo indiscutibile per tutta la compagnia artistica, che ha ricevuto applausi intensi ed è stata più volte chiamata al proscenio dal numerosissimo pubblico.

Turandot Kristina Kolar
Calaf Amadi Lagha
Liù Desirée Rancatore
Timur Andrea Comelli
L’imperatore Altoum Max René Cosotti
Ping Alberto Zanetti
Pong Saverio Pugliese
Pang Motoharu Takei
Un mandarino Giuliano Pelizon
Prima ancella Anna Katarzyna lr
Seconda ancella Elena Boscarol
Il Principe di Persia Roberto Miani
Maestro concertatore e direttore Nikša Bareza
Regia Katia Ricciarelli e Davide Garattini Raimondi
Scene e disegno luci Paolo Vitale
Movimenti scenici e assistente alla regia Anna Aiello
Costumi ripresi dal Teatro di Odessa Giada Masi
Coreografia Morena Barcone
Maestro del coro Francesca Tosi
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste in collaborazione con Odessa National Academic Theater of Opera and Ballet
Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste con la partecipazione del Coro e del Corpo di ballo dell’Odessa National Academic Theater of Opera and Ballet
“Piccoli Cantori della Città di Trieste”, diretti dal Maestro Cristina Semeraro

5 risposte a “Recensione seria di Turandot di Puccini al Teatro Verdi di Trieste: Kristina Kolar, che meraviglia!

  1. Pier 1 dicembre 2019 alle 1:17 am

    Caro Paolo, a te la prima; noi invece oggi abbiamo visto la seconda, che essendo interpretata dal cast B è.. la prima della seconda (strasmile). Cast del tutto godibile. L’olandese Gabrielle Mouhlen regge bene la difficile parte musicale di Turandot e si dimostra anche perfetta attrice (per quanto lo consenta il ruolo), davvero spietata e crudele. Rudy Park accontenta il pubblico (e il sottoscritto) nell’atteso “nessun dorma”, con voce potente e liberatoria, suscitando incauti applausi a scena aperta. Me lo ricordo, credo qualche anno fa a Trieste, molto più acerbo, mentre ora sembra aver contemperato la potenza con una più matura coloritura nel canto. La giovane Filomena Fittipaldi è all’altezza di una convincente e dolce Liù, brava a chiudere con una commovente “Tu che di gel sei cinta”. Fantastici i tre ministri e il resto del cast, tutti bravi, Park in testa, a sopravvivere alle “telluriche sollecitazioni” e ai decibel del maestro direttore (cfr Amfortas, 2019).
    Per il resto sono d’accordo con la tua stroncatura (o no?) della messinscena. Aggiungerei, dando ragione alla lettrice di Segnalazioni, il cervellotico schieramento di impalcature, tanto brutte quanto faticose, su una delle quali il pesante Park ha iniziato ondeggiando pericolosamente il suo “nessun dorma” (poi per fortuna finito a terra).
    Inoltre, a me che piacciono i finali dei film, trovo molto snob chiudere tutto con la morte del maestro (come Agnelli, very very snob, che, orologio sul polsino, lasciava la partita della Juve dopo il primo tempo). E forse con poco rispetto anche per il difficile lavoro di completamento di Alfano, vessato dal dispotico ma sicuramente competente Toscanini.
    Comunque.. spettacolo che ha meritato il prezzo del biglietto.
    Un abbraccio, ci sentiamo per l’Aida (per me venerdì).

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    • Amfortas 1 dicembre 2019 alle 9:05 am

      Pier, ciao 🙂
      Non avevo dubbi sul fatto che Rudy Park fosse all’altezza della parte, ha voce da vendere; mi fa piacere che anche il resto del cast abbia fatto la sua parte.
      Sulla regia non ho molto da dire: la mia non è una stroncatura ma solo una considerazione generale. La signora che ha scritto al giornale ha mescolato pere e mele, perché se è vero che – per esempio – a Lubiana non si vedono “le solite opere”, è anche vero che le regie non sono di stampo tradizionale, anzi. Ho visto alcuni allestimenti, riusciti o meno, che provocherebbero una moria di abbonati al Verdi. A me non va giù proprio dal punto di vista culturale che il pubblico triestino sia tenuto nell’ignoranza e non gli sia data la possibilità di vedere un teatro diverso. Non sempre migliore, non sempre peggiore, semplicemente diverso. È sbagliato, è insensato. Nel teatro di prosa, che frequento assai meno di quanto vorrei, le regie moderne sono all’ordine del giorno al Rossetti, al Bobbio, ovunque. E, guarda caso, i giovani ci vanno, alla prosa. Tutto qui.
      Quanto al finale, ribadisco che a me non spiace, una tantum, che si chiuda sulla morte di Liù. Avrei evitato la frase strappalacrime preregistrata, quella sì.
      Ciao bel, Paolo

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  2. Huang Ande 1 dicembre 2019 alle 5:01 pm

    Ma perché non far sentire una volta il finale di Berio invece dell’annuncio funebre o, boitianamente, funèbre? Troppo ardito per i timpani locali?

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