Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione addolorata di Aida di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: o vista, o vista orribile!

Allestire due opere così difficili in due giorni successivi è impresa sovrumana. Il rischio di sbagliare qualcosa è alto e, effettivamente, in questa produzione qualcosa è andato storto. C’è da dire che quando dovrò terrorizzare i miei nipoti avrò un’altra freccia in faretra: il racconto dell’entrata dei prigionieri etiopi oppure la spaventosa scena dei pomodori coltivati nel deserto (strasmile).

Mi piace considerare Giuseppe Verdi come il cantore della diversità, per il grande coraggio che dimostrò nel mettere in scena le vicende dei dropout: Violetta, Rigoletto, Azucena, Otello, Alvaro, per certi versi anche Falstaff e sicuramente Aida. Sono personaggi che si muovono in contesti verticistici, geometrici e claustrofobici disegnati dal potere, dalla borghesia, dal rango sociale, dalla famiglia. Ambienti discriminatori in cui le condizioni di puttana, gobbo, zingara, negro, meticcio, schiava o, semplicemente, anziano, sono di per sé motivo di dileggio, di disapprovazione ed emarginazione. Un mondo in bianco e nero, dove torto e ragione sono distinti – in teoria – in modo netto e inequivocabile. Ma sono proprio i contatti, le relazioni pericolose tra questi due mondi a creare quei cortocircuiti che attraggono l’attenzione di Verdi e ne scatenano la creatività compositiva.
Aida si può definire un’opera paradigmatica della produzione verdiana, che ovviamente dagli anni di galera in poi è andata maturando nutrendosi di stimoli e suggestioni molteplici, ma ha sempre conservato l’urgenza di una drammaturgia stringente e di una narrazione teatrale serrata.
La scelta, per molti aspetti intelligente e lungimirante, di proporre Turandot e Aida in due giorni ha penalizzato pesantemente l’opera verdiana, che è stata presentata in un allestimento davvero modesto, sempre affidato alla regia di Katia Ricciarelli e Davide Garattini Raimondi.
Sullo sfondo del palco era collocato lo stesso enorme pannello riflettente già visto in Turandot ma, in questo caso, elementi scenici e costumi erano così scontati e sciatti da farmi pensare che vederli solo una volta fosse più che sufficiente. Una specie di perversa metafora del ritratto di Dorian Gray, in cui però a invecchiare per l’angoscia era lo spettatore. Non so descrivere l’imbarazzante scena che apriva il terzo atto, con degli arbusti (i palmizi indicati nel libretto, immagino) che ricordavano a tratti delle siepi malconce e altri una coltivazione artigianale di pomodori. Le altre scene erano ispirate, seppure al ribasso, all’iconografia più classica dell’Aida di tradizione. Le coreografie hanno sofferto non tanto di piattezza quanto di un corpo di ballo che non riusciva ad andare in sincrono neanche per scommessa, con l’eccezione di alcune ballerine adolescenti o giù di lì. Ed è strano, perché provenivano dal teatro di Odessa, dove la preparazione nella coreutica dovrebbe essere consolidata.
Per fortuna la parte musicale è stata decisamente più convincente, con qualche doveroso distinguo.
Molto buona la direzione di Fabrizio Maria Carminati, attenta a evitare certi clangori, anch’essi “di tradizione” nei momenti più solenni dell’opera, come la Marcia trionfale. Già dal Preludio, ben calibrato nelle dinamiche, si è notata un’inconsueta raffinatezza. Nell’arco dell’opera si è manifestato qualche minimo scollamento col palcoscenico – del resto giocoforza le prove sono state poche – ampiamente compensato da una brillante gestione dei tempi e dei mille colori della straordinaria partitura verdiana, che vive di impalpabili atmosfere notturne e di tormentate riflessioni. In questo senso, al netto di qualche imprecisione che nella musica dal vivo c’è sempre, ancora una volta è sembrata eccellente l’Orchestra del Verdi.
Gianluca Terranova era negli ingrati panni di Radamès, una delle parti tenorili più difficili in assoluto, e nel complesso la sua prestazione è stata discreta, anche se qualche tensione è emersa soprattutto nella sortita. Buono senza riserve, invece, l’accento e apprezzabili sia il fraseggio sia la presenza scenica.
Aida è stata interpretata con generosità da Svetlana Kaysan, al debutto a Trieste e arrivata last minute in sostituzione di un’altra collega. Il soprano, nell’ambito di una prestazione positiva, ha palesato un notevole volume – nei concertati spiccava nettamente – e un registro centrale vigoroso, ma la dinamica è sembrata limitata, circostanza che non le ha consentito di tratteggiare il personaggio in tutte le sue sfaccettature.
Molto centrata l’interpretazione di Anastasia Boldyreva, Amneris ferina e al contempo fragile vittima della propria devastante gelosia. La linea di canto, nonostante gli acuti suonino metallici, è omogenea anche nelle discese ai gravi e la voce ha un colore gradevole schiettamente mezzosopranile. Ottimo il rendimento nel fondamentale quarto atto, in cui ha fatto valere anche l’imponente presenza scenica.
Il baritono Andrea Borghini, Amonasro, è stato protagonista di una discreta prova, alternando qualche accento un po’ troppo greve ad altri più sfumati ed espressivi.
Solido ed efficace, Cristian Saitta ha ben delineato un autorevole Ramfis con la sua piacevole voce di basso.
Una nota calante non ha inficiato il rendimento complessivo di Fulvio Valenti (Il Re), mentre positive sono sembrate le prove del tenore Blagoj Nacoski nell’insidiosa parte del Messaggero e di Rinako Hara (Sacerdotessa).
Il Coro, con l’aggiunta di alcuni elementi del Teatro dell’opera di Odessa, è risultato meno compatto del solito ma pur sempre più che sufficiente.
Teatro gremito, che ha accolto con grandi applausi tutta la compagnia artistica e ha tributato un trionfo a Fabrizio Maria Carminati e ad Anastasia Boldyreva.
Credo sia doveroso chiudere con un ringraziamento a tutte le maestranze del teatro triestino, che hanno reso possibile col loro impegno la realizzazione di questa specie di monumentale dittico Turandot/Aida.

Aida Svetlana Kasyan
Amneris Anastasia Boldyreva
Radamès Gianluca Terranova
Amonasro Andrea Borghini
Ramfis Cristian Saitta
Il Re Fulvio Valenti
Un messaggero Blagoj Nacoski
Una sacerdotessa Rinako Hara
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Maestro del coro Francesca Tosi
Regia Katia Ricciarelli e Davide Garattini Raimondi
Scene e luci Paolo Vitale
Costumi Teatro di Odessa, ripresi da Giada Masi
Movimenti scenici e assistente alla regia Anna Aiello
Coreografie Morena Barcone
Assistente alle coreografie Angelo Melolascina
Orchestra, coro e tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste con la partecipazione del coro e del corpo di ballo del Teatro di Odessa

6 risposte a “Recensione addolorata di Aida di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: o vista, o vista orribile!

  1. Furio Petrossi 3 dicembre 2019 alle 1:25 am

    Emozione in loggione per l’Inno d’Italia:
    “Eh! Quando iera i americani e i faxeva l’ìno veniva zò el teatro!”
    e comunque sempre grande emozione e piacere nel sentire l’Aida in una versione acusticamente di soddisfazione.
    Faccio mia la critica di una loggionista (che però, essendo wagneriana, è forse di parte…): il coro attacca e prosegue in ritardo, almeno quando non è in anticipo.
    Personalmente quel grande tendone bianco mi ricordava le recite parrocchiali: se non c’è scena, date l’Aida sotto forma di concerto!
    (Gli specchi richiamano la regia del 2009?)
    Le voci degli interpreti di Aida e Radames erano belle calde, anche pronte a dolci mezze voci; non per questo mi esimo dal denunciare una certa oscillazione dell’intonazione per entrambi, con note raggiunte con pazienza, ma non subito e non sempre. L’interprete di Amneris risultava più precisa e confermo l’apprezzamento per il “suo” quarto atto.
    Ho trovato la “marcia” trattata in modo sbrigativo; certo è molto attesa dal pubblico, per la notorietà e soprattutto per gli ff che diventano ffff e che il mio professore di violino, Simini, chiamava direttamente “cloaca” e la cui intensità considerava direttamente proporzionale ai successivi applausi. Bravi i suonatori delle chiarine, trombe “egizie”, soprattutto sapendo la difficoltà di intonazione dello strumento (era quella verdiana a un pistone? mah!).
    Il balletto… beh… almeno c’era, ormai non si vedono quasi più opere con il balletto, che viene trasformato in pantomima o omesso (come le danze polovesiane di una regia londinese trasformate in… campo di papaveri…).
    Mia moglie dice che faccio come i triestini, che criticano tutto, ma non è vero, è tutto amore per la musica e le critiche non mi hanno impedito di gustare l’opera, di applaudire e di gridare “Bravo!”.
    Quindi in sintesi: Bravi!

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    • Amfortas 3 dicembre 2019 alle 9:41 am

      Furio, ciao. Quando i americani iera a Trieste questo allestimento sarebbe stato valutato antico 🙂
      Il coro ha avuto qualche difficoltà sia per la collocazione scenica sia per la convivenza forzata con elementi esterni. Quanto al resto, la volontà di fare bene non è mai in discussione ma alla fine contano i risultati. Sulla Marcia Trionfale aveva ragione il tuo prof di violino, io ne ho sentite di terribili, anche dirette da maestri super famosi. Carminati, invece, è sempre misurato.
      Un caro saluto, Paolo

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  2. giuliano 3 dicembre 2019 alle 9:03 am

    “storna da questa il ciglio” : io facevo così, in loggione 🙂
    e guardavo l’orchestra, che è sempre bella da vedere. O magari una vicina di posto, se era il caso. Però tu devi pur fare la recensione, capisco.

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    • Amfortas 3 dicembre 2019 alle 9:43 am

      Giuliano, ciao, ottima tattica quella di guardare l’orchestra ma non dalla mia posizione privilegiata…perché non si vede 😀
      E, in effetti, devo scrivere qualcosa che sia civile ma anche obiettivo…lo devo ai lettori e al Teatro.
      Ciao e grazie!

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  3. Pier 7 dicembre 2019 alle 1:22 am

    Caro Paolo, buona la terza! San Nicolò ci ha portato un’Aida completamente soddisfacente dal punto di vista musicale, il che ha fatto dimenticare la miserrima messinscena – nulla da aggiungere alla tua (non?)stroncatura. Teatro gremitissimo e pubblico soddisfatto. Anna Litvinova grande interprete di Aida, che mi dicono essere una parte non facile: dolce e potente. Terranova convincente e subito in partita con Celeste Aida: forse ha smaltito le incertezze del debutto. Bravissima Boldyreva (criticata dalla recensione – ohibò- del Piccolo), che mi ha fatto amare il personaggio di Amneris, donna dai sentimenti contrastanti. Interpretazione eccellente. E così tutto il cast, compreso (concordo) il bravo e fugace messaggero. Persino il corpo di ballo è stato impeccabile (non è colpa sua se la coreografia non sia stata granché).
    Troppo entusiasta? Devi tener conto che sono l’ultimo degli esperti e che quindi il mio commento tecnico non vale niente. Ma ce la siamo goduta. Alla prossima.

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    • Amfortas 7 dicembre 2019 alle 8:15 am

      Pier, ciao. Guarda, io lo dico da sempre, quello che conta è il giudizio del pubblico, non certo quello della critica. Sono contento per la prestazione di Terranova, che mi dicono abbia affrontato Radamès con un po’ di timore; passata la paura della prima è abbastanza normale che si sia trovato più a proprio agio. Mi spiace di non aver ascoltato la tua Aida, ne avevo intenzione, ma come forse hai visto dalle recensioni pubblicate nelle ultime due settimane non avevo proprio tempo.
      Per quanto riguarda le recensioni di altri non esprimo mai pareri, sai come si dice…de gustibus!
      Ciao e grazie!

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