Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Myung-Wung Chung e la Nona di Mahler al Teatro La Fenice: un’esperienza quasi mistica.

Come sapete non sono facile ai trionfalismi, ma in quest’occasione è difficile mantenere compostezza nello scrivere.

Myung-Wung Chung lo ricordo, ormai cinque anni fa, quando tra un atto e l’altro del Simon Boccanegra che aprì la stagione lirica della Fenice di Venezia si mise seduto in posizione yoga sotto al leggio. Tutto intorno a lui era un rimestio di sensazioni e sentimenti, che preludevano al trionfo finale.
Dopo averlo ascoltato, nel frattempo, tante altre volte a Venezia e non solo, credo di poter affermare che lo straordinario risultato artistico ottenuto con la Nona sinfonia di Mahler sia figlio di quel singolare atteggiamento di qualche anno fa. Voglio dire che Chung, che negli anni ha raggiunto un rapporto simbiotico con la splendida Orchestra del Teatro La Fenice, dà la sensazione di affrontare in pace con se stesso qualsiasi pagina musicale. Dirige a memoria, sul podio è composto, elegante, sobrio; non concede nulla al pubblico, semmai con lo sguardo e con un gesto più vigoroso chiede all’orchestra. Chi ascolta, invece, esce da teatro più ricco e, magari solo per qualche ora, più felice e risolto.

Inoltre, e bisogna assolutamente sottolinearlo, la compagine veneziana e il maestro sudcoreano hanno lavorato contemporaneamente al Don Carlo di Verdi, di cui domani ci sarà l’ultima recita, e a quella vetta altissima, ricca di insidie, che è questa sinfonia di Mahler. Il tutto in condizioni ambientali che definire difficili è incauto eufemismo.

La Nona di Mahler è un complicato puzzle formato da centinaia di pezzi e, se manca una visione d’insieme dell’architettura generale della pagina, gli esiti artistici possono essere anche imbarazzanti. È noto come la Nona sia una specie di confine virtuale delle composizioni sinfoniche tout court e della vita stessa del compositore. C’è un corposo prima e un flebile dopo la Nona.

I quattro movimenti sono, per certi versi, quasi in contraddizione tra loro e riuscire a dare un senso di compiutezza a una musica che fa della frammentarietà la sua cifra distintiva è difficile, oltretutto dovendo gestire un organico orchestrale enorme.

Della straordinaria esecuzione di ieri sera posso dire che mi è parsa definitivamente chiara l’ironia, anzi il sarcasmo, del Secondo movimento, quel Ländler che nell’apparenza così innocua cela abissi di inquietudine che poi diventano palesi nel successivo Rondo-Burlesque, in cui lo smarrimento, il disagio emotivo, quasi stordiscono.

Poi, certo, c’è l’Adagio finale, in cui l’ascensione alle vette più alte dello spirito sembra spesso interrompersi a causa di una fatica che però si rigenera di volta in volta per poi perdersi, ritrovarsi di nuovo sino a scomparire in una commozione feroce.
Accomuno l’Orchestra della Fenice e il Maestro Myung-Wung Chung non in lodi di carattere tecnico ma, più semplicemente, in un ringraziamento.
Ora la Terza Sinfonia di Mahler che si svolgerà nel prossimo aprile, già in agenda da tempo, diventa un’urgenza e una necessità dell’anima.

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