Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria e considerazioni a latere del Concerto di Capodanno al Teatro Verdi di Trieste: Freddie Mercury, perdonaci.

Ma non perdonare il nostro quotidiano, Il Piccolo, che al Concerto di Capodanno della maggiore realtà della regione ha dedicato questo importante ed esauriente articolo:

Si è rinnovato ieri anche l’appuntamento beneaugurale con il Concerto di Capodanno della Fondazione Teatro Lirico Verdi di Trieste, con l’Orchestra diretta dal maestro Fabrizio Maria Carminati, il Coro diretto dal maestro Francesca Tosi e i tecnici dell’ente . In programma le musiche di Johann Strauss.
(c’era anche una mini-foto)


Ecco, tanto per cominciare bene l’anno e visto che è stato l’articolo più letto anche nel 2019, vi allego la triste storia di Capricornina78.
E auguri a tutti (strasmile).

Teatro addobbato ad hoc e gremito, clima festoso, programma eterogeneo tipico di queste serate beneauguranti, luci e ombre nelle esecuzioni dei brani e brindisi operistici (che di gioioso hanno nulla) a iosa. Il solitamente composto Fabrizio Maria Carminati sul podio dell’orchestra triestina che concede, giustamente vista l’occasione, qualcosa allo spettacolo per il divertimento del pubblico.

La cronaca del concerto del 1° gennaio, introdotto da un breve messaggio augurale del sovrintendente Stefano Pace, potrebbe terminare qui, in poche righe.

In realtà qualcosa si può aggiungere, sottolineando come il violinista Stefan Milenković abbia dato prova di virtuosismo non fine a se stesso sia nella pagina musicale di Saint-Saëns sia nella successiva firmata da Sinding. Milenković è parso meno convincente, invece, nella trascrizione per violino e archi di un classico della musica rock come Bohemian Rhapsody, che mi è sembrata talmente brutta da farmi temere che Freddie Mercury comparisse in teatro con le stesse intenzioni del Commendatore nel Don Giovanni.

Altalenante il rendimento di Béatrice Uria Monzon che mi è sembrata all’altezza solo nelle interpretazioni di Seguidilla e Habanera dalla Carmen, mentre le difficili arie sopranili l’hanno vista in parte per temperamento ma non per vocalità e, soprattutto, pronuncia.

Il basso Stefano Paradiso ha affrontato con il giusto accento l’aria del catalogo del Don Giovanni, ma l’interpretazione è risultata povera di sfumature e la voce leggerina.

Bravi e incisivi tout court gli altri solisti, alcuni impegnati solo con qualche frase (Il mezzosoprano Kimika Yamagiwa e il tenore Motoharu Takei), altri protagonisti a tutto tondo come il tenore Zi Zhao Guo e il baritono Nicolò Ceriani.

Ottimo il contributo del Coro della fondazione – in perenne difetto d’organico – ed eccellente la prestazione dell’Orchestra del Verdi che, grazie all’ormai collaudato affiatamento con Fabrizio Maria Carminati, è passata con disinvoltura dalle vaporose atmosfere dei valzer viennesi ai crescendo rossiniani e dalle turgide e drammatiche sonorità verdiane e del verismo a quelle più spensierate del cancan di quel geniaccio immortale di Offenbach.

Pubblico, come dicevo, numerosissimo e divertito, che ha apprezzato artisti e programma e si è prodigato in applausi e acclamazioni che spero siano vaticinio di un felicissimo anno nuovo per il teatro triestino.

Johann Strauss Ouverture da Die Fledermaus
Camille Saint-Saëns Introduction et Rondò capriccioso in la min.op.28 per vioino e orchestra
Christian August Sinding Suite im alten op.10 in la min. per violino e orchestra
Gioachino Rossini Ouverture da La Cenerentola
Wolfgang Amadeus Mozart Madamina, il catalogo è questo da Don Giovanni
Ruggero Leoncavallo Coro delle campane da Pagliacci
Pietro Mascagni Voi lo sapete, o mamma e Coro e brindisi da Cavalleria rusticana
Francesco Cilea Io son l’umile ancella da Adriana Lecouvreur
Giuseppe Verdi Pace, pace mio Dio e Brindisi da La forza del destino e Otello
Georges Bizet Seguidilla e Habanera da Carmen
Freddie Mercury Bohemian Rhapsody per violino e orchestra
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Soprano Béatrice Uria Monzon
Violino Stefan Milenkovic
Altri solisti Zi Zhao Guo, Motiharu Takei, Nicolò Ceriani, Stefano Paradiso, Kimika Yamagiwa
Maestro del coro Francesca Tosi
Orchestra, coro e tecnici del Teatro Verdi di Trieste

4 risposte a “Recensione semiseria e considerazioni a latere del Concerto di Capodanno al Teatro Verdi di Trieste: Freddie Mercury, perdonaci.

  1. poliziano 3 gennaio 2020 alle 8:58 am

    La “cantante” francese se la potevano anche risparmiare. Voce bruttissima, dizione spaventosa, suoni irregolari, di incerta emissione, spesso stonati all’attacco e poi corretti con evidente sforzo. Non si è mai capito che tipo di voce avesse sia nel repertorio francese di mezzo-soprano (Carmen negli anni 90) e ancor meno in quello italiano come soprano drammatico (Tosca, Adriana Lecouvreur, Gioconda) E incomprensibile come il Teatro Verdi, che probabilmente non ha un budget consistente, non sia capace d’ingaggiare delle giovani e fresche voci italiane che darebbero una nota più naturale e più effervescente a questo tipo di concerti festivi..

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  2. Amfortas 3 gennaio 2020 alle 9:35 am

    Ciao Poliziano 😀, è un piacere rileggerti.
    La Monzon a suo tempo a me non dispiaceva, se devo essere sincero, ma l’altra sera è sembrata in grave difficoltà. In ogni caso siamo di fronte all’ennesima cantante alla quale il cambio, parziale o meno, di repertorio, proprio non ha giovato, anzi.
    Non entro nel merito delle scelte del Verdi, con gli anni ho imparato che bisogna avere una visione globale della situazione e io non ce l’ho. Mi limito a fare il cronista nel modo più onesto possibile, senza alzare i toni e sperando di non offendere nessuno con le mie valutazioni.
    Ciao e grazie!

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    • Poliziano 3 gennaio 2020 alle 3:36 pm

      Carissimo Paolo,
      Anche le mie sono solamente considerazioni e critiche che non vogliono offendere nessuno. Stimo però che quando si viene a cantare nel nostro paese, o si hanno i numeri per sfoggiare delle doti particolari o allora non si può sfuggire a critiche severe e forzatamente a delle comparazioni talmente basilari ed evidenti, sia per l’artista, sia, e soprattutto per colui o coloro che lo hanno scritturato.
      Se tu sapessi tutto ciò di negativo che si dice all’estero sui nostri teatri d’opera, sulle loro scelte artistiche, sulle loro organizzazioni amministrative, a tal punto che molti giovani con delle belle voci preferiscono fare le loro prime esperienze internazionali in altri paesi europei ma soprattutto non in Italia, dove la tradizione, che dovrebbe essere tenuta in alto come un baluardo, ahimé non lo è più, i sentiresti obbligato a porti molte questioni.
      Per quanto mi concerne, scorrendo i programmi dei diversi teatri italiani e delle loro locandine (a parte la Scala e qualche altro grande teatro), mi accorgo che se volessi ascoltare i nostri migliori cantanti o veder dirigere i nostri migliori direttori, non è certo in Italia, dove ci si deve invece accontentare, quasi sempre, d’un livello artistico modesto, certo rispettabile per qualcuno, ma per poco rappresentativo delle nostre tradizioni. Certamente le ragioni sono molteplici e complicate, e per descriverle non è questa la sede.
      Un cordiale saluto e auguri di Buon Anno!

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      • Amfortas 3 gennaio 2020 alle 6:47 pm

        Poliziano, sono più informato di quanto tu possa pensare…fidati. Però, come ti ho detto, mi limito garbatamente a far notare – a Trieste e altrove – quelle che mi paiono criticità. Del resto, il teatro non può vivere in un suo microclima del tutto diverso dal contesto italiano, no? Ti dirò, anzi, che in molte situazioni i dirigenti dei teatri fanno miracoli, considerato lo sfacelo totale (e irreversibile, a parere mio) delle istituzioni. Poi il discorso delle tradizioni lo condivido sino a un certo punto sai? Quale tradizione, a cosa si fa riferimento? Ci sono stati anni d’oro della lirica in cui le superstar erano straniere e non italiane, e vale da sempre. Non ti citerò nomi, perché so che li conosci bene. Molti capolavori del teatro lirico italiano, per esempio, sono stati cuciti addosso a interpreti…francesi, spagnoli o tedeschi! Quindi quando si parla di “tradizione” bisognerebbe specificare più che altro date, nomi e cognomi. Ed anche così andremmo nel gusto personale, perché a un – cito a caso – Bastianini qualcuno potrebbe, legittimamente, proporre un Merrill, oppure a una Freni una…Arroyo 🙂
        Credo che ci siamo capiti, ciao, Paolo

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