Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Grande serata al Teatro dell’opera di Lubiana: Una fiammeggiante Nuška Drašćek Rojko nei panni della Pulzella d’Orléans di Pëtr Il’ič Čajkovskij incendia il pubblico.

Su OperaClick stiliamo la classifica dei migliori spettacoli di ogni anno; credo che per il 2020 difficilmente potrò fare a meno di segnalare questa serata! Insomma, tra Lucrezia Borgia e Pulzella l’anno è cominciato benissimo.
E, con un minimo di orgoglio dico che quando vidi Káťa Kabanová (per il regista) e La Cenerentola (per la protagonista), fui facile profeta.

Ahimè, succede di rado, ma capita ancora di assistere a recite particolarmente emozionanti che fanno pensare che il teatro lirico è lo spettacolo più bello del mondo.
In una di queste serate sono incappato in occasione della prima di La pulzella d’Orléans di Čajkovski al Teatro dell’opera di Lubiana. Il merito va in gran parte – non tutto, perché il teatro lirico è comunque un lavoro di squadra – a Nuška Drašćek Rojko, mezzosoprano residente nel teatro sloveno, che è stata una Giovanna strepitosa sotto ogni punto di vista.
La parte della famosa eroina è trattata da Čajkovski in modo quasi sadico perché la scrittura vocale è anfibia, a metà tra mezzosoprano e soprano lirico spinto, direi quasi paradigmatica di ciò che si intende per soprano Falcon. L’artista slovena è parsa bersi tutte le difficoltà con una facilità disarmante e, soprattutto, di là delle lussureggianti qualità vocali, ha tratteggiato un vero e proprio personaggio credibile e palpitante con l’accento, il fraseggio e con un’immedesimazione scenica degna dell’Actors Studio.
Il regista Frank Van Laecke vede Giovanna come una predestinata, una creatura tormentata che sente un inspiegabile richiamo per il fuoco sin dall’inizio – spesso accende fiammiferi e ne guarda incantata la debole fiamma crepitante – ed è consumata da un altro fuoco, quello interiore, che la porterà poi al martirio sul rogo. Intorno a lei si muovono tutti gli altri personaggi del dramma, nel contesto cupo e tetro dello spaccato di una cittadina circondata dalla guerra. Una guerra che rende quasi indistinguibili vinti e vincitori, nobiltà e popolo, tutti accomunati dal dolore e vestiti con stracci. Per assurdo, nei primi due atti, solo i morti hanno una loro identità, esibiti al proscenio in funebri sacchi neri. Nel prosieguo, nella grande scena del processo a Giovanna, il Re e la sua amante, l’Arcivescovo e i monaci sono protagonisti di un frammento di metateatro, intervenendo dai palchi e dalle gallerie.
Le scene (Philippe Miesch), i costumi (Belinda Radulović) e l’impianto luci (Van Laecke e Jasmin Šehić) contribuiscono alla buona riuscita di uno spettacolo che soffre di un’eccessiva staticità nei primi due atti ma che decolla poi nel finale, quando il lento e inesorabile accatastare degli oggetti di scena a mo’ di pira crea una dirompente tensione emotiva, che si scioglie poi in un rogo non esibito ma lasciato all’immaginazione dello spettatore.
Molto buona anche la direzione di Simon Krečič, che dipinge la partitura come un grande quadro impressionista, grazie a dinamiche spesso anche incandescenti e ad agogiche serrate che danno un passo teatrale spedito alla narrazione.
L’Orchestra del Teatro dell’opera risponde in modo eccellente, con legni e archi straordinari – formidabili i flauti – e una generale bellezza di suono compatto, rotondo e levigato.
Spettacolare il rendimento del Coro, in particolare della sezione femminile davvero strepitosa.
Oltre alla protagonista vanno segnalate almeno le buone prove di David Jagodic, ambiguo Carlo VII, dell’empatico ed espansivo Ivan Andres Arnšek (Lionel) e del solenne e accorato Arcivescovo di Robert Vrčon. Però tutta la compagnia artistica, che trovate in locandina, ha ben figurato.
Teatro gremito e successo pieno per tutti. L’attesa per l’uscita della bravissima Nuška Drašćek Rojko ha creato una tensione positiva palpabile che si è concretizzata in un boato al suo apparire al proscenio, seguito da un quarto d’ora di acclamazioni selvagge per l’intero cast.
Un paio di considerazioni a latere: si dice che l’opera soffra di una certa prolissità, dovuta al fatto che il Čajkovski versificatore – ricordo che scrisse anche il libretto – non fosse all’altezza del sommo compositore. A me non sembra certo così, e dal confronto con certi melodrammoni di metà Ottocento, proposti e riproposti sino alla nausea soprattutto qui in Italia, questa Pulzella non esce certo sconfitta, anzi.
Credo che il motivo per cui non vediamo più frequentemente quest’opera sia soprattutto artistico, sia per quanto riguarda la difficoltà di reperire la protagonista sia per il resto del cast. E poi, e mi pare la circostanza più drammatica, manca alle direzioni artistiche dei teatri la spinta culturale, quella voglia di rischiare e di investire che presuppone una visione di ampio respiro nella programmazione delle stagioni operistiche, che dovrebbero essere emanazione del territorio e, alla fine, della società. Eppure, mutatis mutandis, le Giovanne oggi non mancano, si chiamano Greta o Carola.
(Foto SNG Opera in balet Ljubljana / Darja Štravs Tisu)

Giovanna Nuška Drašćek Rojko
Re Carlo VII David Jagodic
Agnès Urska Arlic Gololicic
Lionel Ivan Andres Arnšek
Dunois Jri Rajnis
L’Arcivescovo Robert Vrčon
Raimond Andrej Debevec
Thibaut Janko Volcansek
Bertrand Rok Bavcar
Lauret Roberet Brezovar
Un angelo Natalija Amina Basic
Un soldato Robert Brezovar
Direttore Simon Krečič
Regia Frank Van Laecke
Scene Philippe Miesch
Costumi Belinda Radulović
Luci Jasmin Šehić, Frank Van Laecke
Maestro del coro Zelika Ulcniik Remic
Orchestra e coro del Teatro dell’opera di Lubiana

 

4 risposte a “Grande serata al Teatro dell’opera di Lubiana: Una fiammeggiante Nuška Drašćek Rojko nei panni della Pulzella d’Orléans di Pëtr Il’ič Čajkovskij incendia il pubblico.

  1. giuliano 22 gennaio 2020 alle 8:02 am

    un’altra opera rara, me ne ero dimenticato del tutto. Di Ciaikovskij conosco bene solo l’Onegin (una meraviglia, dall’inizio alla fine).
    La Giovanna d’Arco di Verdi ha dei bei momenti ma non sono mai riuscito a farmela piacere per davvero. Poi c’è Honegger, con il film di Rossellini…
    Per l’attualità, è soprattutto Greta che fa pensare a Giovanna d’Arco: più che altro per l’età.
    Sono contento che ci siano ancora allestimenti importanti, contento anche per te che non devi soffrire 🙂
    (poltroncine a parte, s’intende)

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  2. Amfortas 22 gennaio 2020 alle 9:38 am

    Ciao Giuliano, sì il Verdi giovanile è piuttosto alterno, Giovanna compresa. A me questo russo tormentatissimo piace un sacco, anche extra opera. Se hai tempo ascoltati anche la Dama di picche, altro capolavoro che si incontra di rado e comunque meno di quello che vorrei.
    Il paragone con le due eroine regge sino a un certo punto, lo so. Però ogni tanto qualche uscita ruffiana me la devi concedere 😀
    Quanto a Fellini, sono stato a vedere una bellissima mostra dedicata a lui e ai suoi capolavori 8 e mezzo e La dolce vita. Approfittando della presenza virtuale di Antonia mi sono pure fatto un selfie con lei, nei prossimi giorni te lo mando.
    Ciao, Paolo

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    • giuliano 22 gennaio 2020 alle 11:40 am

      sì, La Dama di picche… alla Scala con Mirella Freni, dirigeva Ozawa.
      inizia una valanga di recitativi in russo, e poi “se non è vero è ben trovato”, in italiano 🙂

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