Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione semiseria del dittico A hand of Bridge/Il castello del Principe Barbablù al Teatro la Fenice di Venezia: dura, la vita.

Che questo blog invecchi, come il suo tenutario, peraltro, si può arguire anche da alcune circostanze laterali. Per esempio, Giuseppe Palella, del cui lavoro troverete nelle righe a seguire ampio apprezzamento, qualche anno fa commentava qui gli articoli. Ora ne ha fatta di strada, tanto da essere insignito del Premio Abbiati 2018 per i costumi.
Io non vinco mai niente, porca miseria (strasmile).
Nella programmazione del Teatro La Fenice di Venezia ci sono molti pregi: uno è di sicuro che – per quanto in misura minore rispetto al passato – il cartellone prevede anche qualche titolo desueto.
È stato il caso della produzione di un dittico piuttosto interessante, a cui sono arrivato in fotofinish all’ultima recita di sabato 25 gennaio e cioè A hand of Bridge/Il castello del Principe Barbablù.
Fabio Ceresa, che ha firmato la regia, ha fatto un eccellente lavoro pensando due allestimenti del tutto diversi senza lambiccarsi inutilmente nel trovare elementi comuni a opere affatto  differenti per tinta musicale e argomento.
Scritta da Samuel Barber nel 1959 per il Festival di Spoleto, su libretto di Giancarlo Menotti, suo compagno per oltre trent’anni, A hand of Bridge è una fulminea riflessione sui disastri dei rapporti coniugali forzatamente perpetuati nel tempo.
Due coppie di amici (David e Geraldine, Bill e Sally) giocano a bridge ma, in realtà, più che pensare alle carte sognano amaramente a occhi aperti sulle occasioni perdute, sui fallimenti personali, su quello che avrebbe potuto (forse) essere la loro vita e su ciò che invece (sicuramente) è diventata.
A me, che ascoltavo l’opera per la prima volta, la più terremotata dal lato emotivo è sembrata la povera Sally, che cerca di trasferire i suoi tormenti esistenziali sulla frivola scelta di un cappellino. Del resto, l’acquisto compulsivo di beni di consumo come espediente per sospendere la realtà è indagato dalle discipline psicologiche da più di un secolo.
La regia di Ceresa è impreziosita da un team formidabile di grandi artisti: lo scenografo Massimo Cecchetto, il light designer Fabio Barettin e soprattutto il magico costumista Giuseppe Palella, oltre che a Mattia Agatiello che ha pensato i movimenti coreografici.
L’Orchestra della Fenice, in formazione cameristica e con l’aggiunta di un pianoforte, ha risposto con l’ormai consueta affidabilità alle sollecitazioni di Diego Matheuz, che tornava a dirigere nella città lagunare dopo qualche tempo. Matheuz, alle prese con una partitura brevissima ma ricca di suggestioni, ha saputo mantenere alta la tensione narrativa senza appesantire una pagina che conta anche numerosi spunti jazzistici.
Ottime, per pertinenza vocale e disinvoltura scenica, le prove dei cantanti: Gidon Saks (David), Aušrinė Stundyte (Geraldine), Christopher Lemmings (Bill) e Manuela Custer (Sally).

Il castello del Principe Barbablù (A Kékszakállú herceg vára) è l’unico, affascinante e tenebroso, lavoro operistico di Béla Bartók, scritto da Béla Balász e tratto (molto vagamente, a dire il vero) dalla “fiaba” di Perrault e dal meno noto dramma Ariane et Barbe-Bleue di Maurice Maeterlinck.
Nella vicenda il simbolismo è così acclarato che Fabio Ceresa, credo, abbia dovuto prima di tutto evitare di approntare uno spettacolo stucchevole, didascalico e manierato. E, a mio parere, ci è riuscito pienamente, grazie a una lettura tutt’altro che banale del testo, che ha scrutato tra le pieghe della figura di Barbablù e assegnato alle quattro mogli e alle sette porte una valenza metaforica stimolante. Le porte come tappe del percorso della vita, le mogli come fasi di una giornata, in uno scorrere inesorabile che porta alla morte e, forse, alla serenità.
L’imponente e apparentemente monolitico castello (Massimo Cecchetto) fa da sfondo allo snodarsi della vicenda, che è correttamente preceduta dal Prologo recitato (purtroppo in italiano, scelta incomprensibile) dal bravo Karl Heinz-Macek. All’aprirsi delle porte si apprezza lo straordinario lavoro di Fabio Barettin per le luci e di Giuseppe Palella per i costumi, e anche in questo caso sono parsi assai centrati i movimenti coreografici di Mattia Agatiello.
Gidon Saks domina la parte di Barbablù, tutta giocata su un declamato teso, nervoso, che ben esplicita la lacerante psicologia del personaggio. Bravissima anche Aušrinė Stundyte (Judit), in una parte vocalmente ingrata in cui fraseggio e cura della parola scenica devono esaltare il carattere di disperata caparbietà di una donna destinata alla sconfitta.
Molto buona la lettura di Diego Matheuz il quale, grazie a una splendida prestazione dell’Orchestra della Fenice, dà vita a una partitura in cui convivono molteplici ispirazioni. Il cupo inizio, il tripudio orchestrale all’apertura della quinta porta (che guarda sull’immenso “regno” di Barbablù) sono stati i momenti più emozionanti.
Teatro non esaurito ma comunque piuttosto affollato, a riprova che bisogna avere il coraggio di uscire dalla consueta programmazione basata sui soliti titoli di repertorio presenti a tutte le latitudini.
Successo pieno per tutta la compagnia artistica, che mi sento di condividere in toto.
A seguire la locandina e la recensione di OperaClick, che si riferisce alla prima del 17 gennaio, quando io mi occupavo di veleni!

David (HB)
Barbablù (Kv)
Gidon Saks
Geraldine (HB)
Judit (Kv)
Aušrinė Stundytė
Bill (HB) Christopher Lemmings
Sally (HB) Manuela Custer
Regös (Cantastorie) Karl-Heinz Macek
Fantasie (HB)
Doppi (Kv)
Fattoria Vittadini:

Noemi Bresciani*,
Maura Di Vietri,
Sebastiano Geronimo,
Pia Mazza*,
Samuel Moretti,
Francesca Penzo*,
Filippo Porro,
Filippo Stabile

(* anche come prime Mogli di Barbablù)

Direttore Diego Matheuz
Regia Fabio Ceresa
Movimenti coreografici Mattia Agatiello
Scene  Massimo Checchetto
Costumi Giuseppe Palella
Luci Fulvio Barettin
Orchestra del Teatro La Fenice

3 risposte a “Recensione semiseria del dittico A hand of Bridge/Il castello del Principe Barbablù al Teatro la Fenice di Venezia: dura, la vita.

  1. gabrilu 29 gennaio 2020 alle 11:07 PM

    che cosa meravigliosa, è quest’opera di Bartók…a me però piace ascoltarla. Non sento il bisogno di “vederla” se non con gli occhi della mia mente. Succede, eh…

    Piace a 1 persona

  2. Amfortas 30 gennaio 2020 alle 9:10 am

    Ciao Gabrilu, capisco la tua esigenza, succede anche a me qualche volta. Poi ovviamente dipende dalla regia, alcune volte mi verrebbe voglia di tornare a casa!
    Del resto la musica di Bartók si presta più di altre a un ascolto solitario che lasci spazio all’immaginazione.
    Ciao e grazie!

    "Mi piace"

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