Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Divulgazione semiseria dell’opera lirica: Boris Godunov di Musorgskij al Teatro Verdi di Trieste.

Fëdor Ivanovič Šaljapin

Dopo Il Principe Igor dell’anno scorso, continua la frequentazione russa al Teatro Verdi di Trieste, con Boris Godunov di Musorgskij. Spesso, in questi miei articoli di divulgazione semiseria dell’opera lirica, parlo di genesi sofferta o contrastata dell’opera di cui cerco di dare qualche informazione basica.
Nel caso di Boris Godunov di Modest Petrovič Musorgskij “genesi sofferta” o espressioni simili sono a dir poco pallidi eufemismi, tanto che credo di poter affermare con una certa sicurezza che siano davvero poche le opere che possano vantare tante peripezie ex ante – cioè prima di essere rappresentate – e anche ex post, dopo aver visto la luce in teatro.
Ne sia testimonianza definitiva il comunicato stampa del Teatro Verdi di Trieste che, presentando la produzione che vedremo dal prossimo 7 febbraio, scrive così:

la produzione è infatti basata sulle scelte effettuate di concerto con il Maestro Alexander Anissimov, che ne sarà Direttore e Concertatore, di muoversi lungo la strada tracciata dalla tradizione dell’edizione Lamm – Asafev (1928), e abitualmente utilizzata nel mondo teatrale russo, tenendo conto di alcune prassi esecutive e, non secondariamente, della popolarissima versione nell’orchestrazione di Rimskij Korsakov, in modo da raggiungere la sintesi che darà luogo alla rappresentazione triestina.

il tutto riferito alla versione del 1872 che, in teoria, dovrebbe essere quella in un Prologo e quattro atti divisi in nove quadri eseguita alla prima del 27 gennaio 1874 (8 febbraio del calendario russo) al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo.
Insomma, una gran confusione come succede sempre quando si allestisce Boris Godunov che è un’opera – detto per inciso e senza approfondire troppo perché ci vorrebbero giorni (strasmile) – che conta su altre versioni famose: due di Nikolaj Rimskij-Korsakov (grande amico e sodale di Musorgskij, che intervenne sulla partitura dopo la morte del compositore) e due, novecentesche, di Dmitrij Šostakovič.
Nella fattispecie la produzione proviene dal Dnepropetrovsk Academic Opera and Ballet Theater di Dnipro, e perciò possiamo aspettarci un allestimento di stampo tradizionale, ammesso che voglia dire qualcosa.
Quindi cosa posso scrivere di Boris Godunov per indirizzare gli ascoltatori a un ascolto consapevole?
Una sintesi della trama in primis.

Boris Godunov ha assassinato un giovane, Dmitrij, fratellastro ed erede dello Zar e dopo la morte dello stesso si fa “eleggere” dal popolo sullo scranno più alto. Quasi contemporaneamente, un monaco (Grigorij) scappa dal monastero, si…”smonaca” (strasmile) e va in Polonia, dove finge di essere lo scomparso pretendente al trono Dmitrij. Il cosiddetto finto Dmitrij sposa la figlia di un potentato e attacca la Russia. Immediatamente dopo la notizia della morte di Boris, il falso Dmitrij sfrutta il momento favorevole e prende anch’egli, in modo fraudolento, il Potere.

Poi che io – e sottolineo, io – associo l’opera a Delitto e castigo di Dostoevskij, perché il sentimento della colpa in tutte le sue forme è il vero protagonista della vicenda.
Ancora, che Musorgskij stesso scrisse il libretto dell’opera, traendolo da un dramma teatrale di Puškin e dalla Storia dello Stato Russo di Nikolaj Karamzin.
Poi, che Fëdor Ivanovič Šaljapin è considerato (non da me, ma poco importa) uno dei più grandi interpreti della parte di Boris.  Fu proprio il grande carisma di Šaljapin che rese popolare l’opera, ma nella versione oggi considerata meno fedele allo spirito originario dell’autore, quella di Rimsky ‐ Korsakov.
Questa la scena della morte di Boris.

Ancora due parole sul senso più profondo dell’opera.
Musorgskij tornò più volte nell’arco della sua (infelice) vita sul proprio lavoro eseguendo molti lavori di taglia e cuci, anche o soprattutto per evitare le forbici della censura, che ovviamente mal digeriva vedere rappresentato un omicidio commesso da uno Zar.
La musica del Boris non ha nulla a che vedere con le composizioni coeve e, anzi, per certi versi va contro gli stilemi della lirica della seconda metà dell’Ottocento. È una musica che guarda avanti e che non si cura delle arie e delle melodie tanto care alla grande maggioranza dei compositori del tempo: tutto porta a pensare che Musorgskij sia stato un incommensurabile visionario, anticipatore di un modo di fare teatro più moderno. Nel Boris convivono la musica corale, le danze, la musica liturgica e spunti di brani popolari: il tutto immerso in una specie di lattiginosa nebbia, in cui nulla è perfettamente leggibile o comprensibile. Dal punto di vista vocale, il declamato teso, drammatico e terribilmente coeso alla parola la fa da padrone.
Ho già scritto troppo, perciò rimando alla recensione in cui (spero, strasmile) di riuscire a chiarire i dubbi sulla versione messa in scena e a definire gli esiti artistici della serata.

8 risposte a “Divulgazione semiseria dell’opera lirica: Boris Godunov di Musorgskij al Teatro Verdi di Trieste.

  1. giuliano 2 febbraio 2020 alle 4:58 pm

    mi riporti alla mia prima alla Scala (e all’opera in generale) stagione 1979/80. Abbado aveva lavorato sui manoscritti originali di Mussorgskij, in locandina c’è scritto “Edizione originale integrale a cura di Pavel Lamm riveduta da David Lloyd-Jones”. Un’edizione memorabile, in ogni caso. Nel ruolo del protagonista si alternavano Ghiaurov, Ghiuselev e Raimondi (li ho visti e ascoltati tutti e tre), con Lucia Valentini Terrani come Marina Mnishek, regia di Ljubimov.

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    • Amfortas 3 febbraio 2020 alle 9:50 am

      Ciao Giuliano, esecuzione formidabile quella lì di Abbado, beato te che c’eri! E anche il cast…basta leggere i nomi, hai avuto un battesimo indimenticabile 😀
      Erano bei tempi, non solo dal punto di vista artistico ma soprattutto per la tensione culturale di cui oggi sentiamo la mancanza.
      Ciao, Paolo

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  2. Furio Petrossi 2 febbraio 2020 alle 8:19 pm

    Ah! Quindi c’è l’atto polacco! Bene!
    A proposito del falso Dmitrij arrivò in effetti a Mosca con i gesuiti a tergo: il fatto della religione non garbò molto ai moscoviti; a quanto ne so, dopo averlo ucciso lo tagliarono a pezzi, misero i pezzi in un cannone e li spararono in direzione della Polonia. La grande amicizia tra i due Popoli ha lunga data.
    Il pubblico italiana con quest’opera ha i suoi problemi: anche nei pezzi più coinvolgenti, la scrittura non prevede interruzioni per gli applausi, per cui la sensazione è quella di una accoglienza freddina…
    La regia di Graham Vick era stata sconvolgente e coinvolgente: la malavita russa che prende il potere! Questa è sicuramente sfarzosamente “in costume”, ma questo non pregiudica la bontà dell’operazione.
    Aspetto con un fremito…

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    • Amfortas 3 febbraio 2020 alle 9:54 am

      Furio, ciao. Sì dovrebbe esserci l’atto polacco…ma davvero il comunicato lascia aperta la strada a qualsiasi ipotesi.
      In questi casi di opere poco frequentate, almeno in Italia, non mi spiace un allestimento tradizionale; certo, speriamo non sia una immonda accozzaglia come fu per Aida.
      Bello il trattamento riservato al falso Dmitrij, tutto sommato lo vedrei bene per alcuni politici attuali.
      Ciao e grazie, Paolo

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  3. don jose' 3 febbraio 2020 alle 3:29 pm

    Adoro il Boris!!! Qualsiasi edizione…😉😉anche se quella della Scala(79-80,originale Mussorgsky) mi è rimasta nel cuore…..

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  4. Amfortas 3 febbraio 2020 alle 7:54 pm

    Ciao Don, a me piace ma non fa impazzire. Si vede volentieri, questo senz’altro e sono curioso perché nel 2001 (mi pare) non c’ero.
    Ciao, Paolo

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  5. Amfortas 6 febbraio 2020 alle 9:32 am

    Ciao Furio, grazie del link. Come credo di aver detto io nel 2001 non c’ero…credo che di simile ci sarà il disorientamento del pubblico 😉

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