Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione avvelenata di Boris Godunov al Teatro Verdi di Trieste: in cauda venenum.

Figura di merda del pubblico triestino, lo scrivo subito all’inizio, usando l’alata e incomprensibile metafora che avete appena letto.

Certa gente se lo merita, Sanremo.(Foto di Fabio Parenzan)

Dopo Il Principe Igor dell’anno scorso, il Teatro Verdi ha proposto un altro caposaldo della musica russa: Boris Godunov di Modest Petrovič Musorgskij, che mancava da Trieste dal 2001.
Opera dalla genesi che definire sofferta è pallido eufemismo, Boris Godunov ha dovuto subire molteplici peripezie ex ante – cioè prima di essere rappresentata – e anche ex post, dopo aver visto la luce in teatro nel 1874.
Mi sembra ozioso, in sede di recensione di una serata, ricostruire le vicende della partitura di questo immenso lavoro che si contende da sempre, con Evgenij Onegin di Čajkovskij, il vessillo di opera simbolo della Russia. A mio modesto parere, credo sia importante che la versione scelta – ibrida, nella fattispecie – sia efficace e restituisca il più possibile l’urgenza originaria che spinse il compositore a scrivere la musica. E, in questo spettacolo proveniente dal Dnepropetrovsk Academic Opera and Ballet Theater di Dnipro in collaborazione con la Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, la prefata urgenza mi pare resa a dovere sia dal lato scenico sia da quello musicale.
In ogni caso, per completezza d’informazione, segnalo che nel libretto di sala sono evidenziate le scelte più rilevanti di questa produzione, che sono state volute dal direttore Alexander Anissimov. In particolare, nel terzo atto è stato tagliato il personaggio di Rangoni e il duetto tra Marina e il falso Dimitrij è stato eseguito con l’orchestrazione di Rimskij Korsakov. Nel quarto atto l’opera finisce con la morte di Boris.

L’allestimento è di stampo tradizionale nelle scenografie e nella regia, ma curato sia nei costumi sia nelle interazioni tra i personaggi. Alcune scene sono di grande impatto per maestosità e presenza delle masse corali (il Prologo, la morte di Boris), altre (la scena del convento) per un minimalismo essenziale ed emozionante. Ricorrente l’uso di un’iconografia che rimanda alla cristianità ortodossa, a evidenziare quella religiosità sottesa di cui l’opera è permeata e che induce nel protagonista un insopprimibile senso di colpa che lo colloca nei pressi degli inferni scespiriani.
Alexander Anissimov sembra a proprio agio in questo gioco di labirinti e imprime vivacità e rudezza alla narrazione teatrale. Nel Boris convivono la musica corale, le danze, la musica liturgica e spunti di brani popolari: il tutto immerso in una specie di lattiginosa nebbia, in cui nulla è perfettamente leggibile o comprensibile, tanto che è difficile definire un vero e proprio stile del compositore. Forse in alcuni momenti si sentiva la mancanza di un uso delle dinamiche più marcato ma credo che Anissimov, consapevole delle peculiarità della compagnia di canto, sia stato soprattutto attento a non coprire gli artisti con l’orchestra.
Le pagine più riuscite mi sono sembrate il primo atto, il duetto del terzo atto e il finale.
Eccellente il rendimento dell’Orchestra del Verdi e brillante la prova del Coro, per l’occasione rimpolpato da alcuni elementi del Teatro di Dnipro. Bravi anche i ragazzi del coro Piccoli Cantori della Città di Trieste, nella scena con l’Innocente
Quando si “importa” in toto uno spettacolo da un teatro con artisti residenti si va spesso incontro a qualche rischio, perché la qualità dei cantanti può essere discontinua. Così è stato in quest’occasione anche se ovviamente la preparazione degli artisti russi è comunque di alto livello sia dal lato vocale sia, soprattutto, per l’ottimo coinvolgimento scenico.
In questo senso Taras Shtonda ha convinto nei panni di un Boris imponente e tormentato, ma anche autorevole e al contempo umanissimo.
All’altezza della parte anche Oleksii Strizhak il quale, pur non avendo una voce torrenziale, ha interpretato in modo incisivo l’importante personaggio di Pimen.
Bravo Vladislav Goray che ha connotato di ardore giovanile il suo Impostore e ha trovato un’ottima intesa con la brillante Kateryna Tsymbalyuk, Marina impetuosa e sensuale. Anche Eduard Srebnytskyi, nella parte di Šuiskij, è riuscito a restituire tutta l’ambiguità del personaggio.
Del resto della compagnia di canto – che trovate in locandina – si può dire che abbia dignitosamente contribuito al successo dello spettacolo, e non è merito da poco.
Il teatro presentava numerosi vuoti in platea e i palchi erano semideserti, segno dell’orribile decadimento culturale di una città che una volta era il centro della Mitteleuropa. Oltretutto molti spettatori hanno pavidamente abbandonato durante i due intervalli, uscendo a testa bassa, umiliati dalla loro stessa pochezza intellettuale.
I pochi rimasti hanno tributato un successo pieno allo spettacolo.

Boris Godunov Taras Shtonda
Pimen Olesii Strizhak
L’Impostore (Grigorij) Vladyslav Goray
Vasilij Ivanović Šujskij  Eduard Srebnytski
Ksenija Yuliya Lytvynova
Marina Mnišek Kateryna Tsimbaliuk
La nutrice di Ksenjia Svetlana Soschneva
Andrej Sčelkalov Andrii Lomakovich
Varlaam Alexander Prokopenko
Misail Igor Tishkov
L’ostessa Anna Evtekhova
L’Innocente Ruslan Zynevich
Nikitič Igor Dudin
Feodor Kimika Yamagiwa
Direttore Alexander Anissimov
Regia storica Yurii Victorovych Chaika
Regia e movimenti scenici ripresi da Victoria Chernova
Scene e costumi storici ripresi da Anatoly Arefev
Maestro del coro Francesca Tosi
Orchestra, coro e tecnici del Teatro Verdi di Trieste con la partecipazione del coro e del corpo di ballo del Dnepropetrovsk Academic Opera and Ballet Theater di Dnipro
Coro I Piccoli Cantori della Città di Trieste diretti dal Maestro Cristina Semeraro

16 risposte a “Recensione avvelenata di Boris Godunov al Teatro Verdi di Trieste: in cauda venenum.

  1. don jose' 8 febbraio 2020 alle 12:27 pm

    Come non essere d’accordo con te….soprattutto per il tuo primo capoverso!!! Ma purtroppo lo sapevamo già….
    Dai,Amfortas, che arriva la Boheme!!!!!!

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  2. Amfortas 8 febbraio 2020 alle 1:23 pm

    Non vedo l’ora, Don, ciao 😂

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  3. Pingback:Da leggere… – 8 Febbraio 2020 | Kurvenal: le recensioni musicali

  4. Roberto Barilli 8 febbraio 2020 alle 3:53 pm

    In perfetto stile Giovanni Neri direi questa recensione triestina che si legge con il sapore dell’autenticità, intesa come un parere espresso senza tante autocensure.
    Recensioni che fanno bene all’arte.
    Bravo il prof ad avercela segnalata!

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    • Amfortas 8 febbraio 2020 alle 7:37 pm

      Ciao Roberto, le recensioni o sono sincere o non sono recensioni, tutto qua. Chi scrive sempre bene di tutto e tutti non è credibile e io, in ormai…ehm…qualche anno di critica mi sono conquistato la libertà di esprimere la mia opinione in modo schietto.
      Grazie per il passaggio a te e a Giovanni per aver segnalato il mio testo.

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  5. Emma RD 8 febbraio 2020 alle 6:59 pm

    Mah, che devo dire… sappiamo che quest’opera è ponderosa in tutti i sensi, quindi bisogna prepararsi prima per riuscire a seguirla e ascoltarla fino in fondo. Anche questa volta mi tocca l’ultima rappresentazione, però intanto nell’attesa me la vedo e me la godo su… “Santo You Tube” e magari i melomani inorridiranno…
    Spero solo di non trovare il teatro mezzo vuoto!

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  6. Amfortas 8 febbraio 2020 alle 7:40 pm

    Emma buonasera, l’opera può non piacere come può non piacere che ne so, Aida. Il punto è che il pubblico triestino non è più quello di una volta di cui lei è una rappresentante ideale: curioso, colto, preparato. Ho visto persone che si occupano di musica e di cultura andarsene al primo intervallo, non esiste proprio. Che stiano a casa direttamente, ne guadagna l’ambiente.
    Mi faccia sapere il suo parere, sa che sono interessato. Paolo

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  7. Enrico 9 febbraio 2020 alle 10:22 am

    Che tristezza…senza nulla togliere ai capolavori del cosiddetto “grande reportorio”, pare che ci sia pubblico (e a volte nemmeno troppo) solo per quelli…

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  8. Roberto Mastrosimone 9 febbraio 2020 alle 12:29 pm

    Anche a Torino il Boris fece un po’ da sfollagente nel 1997 (e dire che si trattava dello spettacolo di Tarkovskij della ROH), a ogni intervallo il pubblico si riduceva a vista d’occhio. Non avveniva però 50 anni fa: feci fatica a trovar posto e il pubblico rimase fino alla morte di Boris. Il Boris tempo addietro era forse più “popolare” di oggi.
    Strano che facciano terminare ancora il Boris con la morte del protagonista: lo fece anche Noseda in una pasticciatissima edizione da lui diretta, mi sorprese da un direttore che fu attivo anche al Marinskij.
    Ciao!

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  9. Amfortas 9 febbraio 2020 alle 1:57 pm

    Ciao Roberto, dici cose assolutamente condivisibili. In merito alla versione adottata mi pare che la mancanza della scena della foresta sia abbastanza grave, perché non si capisce bene – a meno che uno non sia un esperto dell’opera – che fine faccia l’Impostore. Resta il fatto che, come diceva poco sopra Don José, ora è subito Bohème.
    Ciao e grazie!

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  10. Furio Petrossi 12 febbraio 2020 alle 9:02 pm

    Domenicale. Le vicine di loggione ricordavano il Boris con Rossi-Lemeni! Bella edizione, un Boris in forma smagliante, grande interprete, bei costumi, cori ben coordinati, bella direzione.
    La sorpresa per me è l’orchestrazione, scura e scarna, abituato come sono a quella di Rimskij-Korsakov; penso però che noi la si possa apprezzare meglio di quanto potessero farlo nel 1870 e passa: abbiamo un orecchio diverso; Rimskij era per la musica “bella”, per noi è importante che sia significativa e coinvolgente.
    Alcuni cedimenti in regia: il corteo dei pellegrini iniziale non c’è, sono confusi con il popolo e in seguito mancano i gesuiti. Così si perde il discorso delle diverse religiosità: il Patriarcato con i potenti, i monaci veri per il passato (quando non diffondono fake news con i miracoli), i pellegrini millenaristi, i falsi monaci scrocconi e opportunisti (manca la loro seconda scena), i gesuiti sempre con fini di potere, il “sacro” scemo del villaggio profetico. Belle le varietà di cifra musicale; ho colto il tema del Falso Dimitri farsi sempre più “polacco”, per il resto musica popolare, religiosa “alta” e “bassa”, ortodossa e cattolica (qui no, purtroppo) musica di circostanza, filastrocche, canzoni di zone di frontiera e degli stranieri, lamenti, battibecchi responsoriali.
    Folclore russo con strumenti occidentali (Solo in Sadko Rimskij metterà un gusli).
    In loggione forse più pubblico che per Donizetti.
    Un evento che aspettavo da tempo; spero per il prossimo anno la Chovanščina…

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    • Amfortas 13 febbraio 2020 alle 9:39 am

      Ciao Furio, grazie dell’accurata cronaca. Io ieri, invece, sono incappato in un gustosissimo siparietto tra due vegliarde:
      Te ieri in teatro?
      Sì, robe de mati, ga durà tre ore e mesa e iera in russo! 😂😂😂
      Almeno è rimasta sino alla fine…
      Comunque, come ampiamente anticipato, è difficile vedere due versioni uguali del Boris, forse è anche il suo fascino. Anch’io spero nella Chovanščina o Kovancina, Kovantscina, Khovanshchina, in russo: Хованщина 😂😂😂
      Ciao e grazie, Paolo

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  11. Pingback:Profondo russo al Teatro Verdi di Trieste: la magnifica violinista Anna Tifu conquista il pubblico triestino. | Di tanti pulpiti.

  12. Emma RD 19 febbraio 2020 alle 6:53 pm

    Eccomi qua, un po’ in ritardo ma, visto che me l’ha chiesto, ecco il mio parere per quel che vale: ho goduto dell’opera dal principio alla fine e così i miei amici. Però tutti abbiamo pensato che senza la scena della foresta era difficile capire che fine facesse l’Impostore. Facendo zapping qua e la, mi è capitato di trovare un’ esecuzione del Boris in abiti moderni: l’ ostessa era diventata una maitresse, le ragazze si esibivano nella lap- dance… e alla morte dello zar con i boiardi seduti sugli scranni, immobili e impassibili, sembrava di assistere a una seduta del Politburo!
    Purtroppo il teatro era vuotino, ma soltanto poche persone se ne sono andate già al primo atto.

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  13. Amfortas 20 febbraio 2020 alle 9:26 am

    Cara Emma, buongiorno. Non ho nulla da aggingere al suo intervento, ma il Politburo mi ha sempre affascinato molto. La burocrazia politica col suo assetto piramidale è stata una delle trappole sociali più efficaci In Unione Sovietica e non solo. Pensi a Chernobyl o, per restare ai giorni nostri, al coronavirus. In valore assoluto, prosciugando le vicende dagli orpelli, sono storie equivalenti: disastri accaduti per errori umani. Chi ha cercato di fare qualcosa è stato cloroformizzato dal sistema, che deve sempre autoproteggersi.
    A metà degli anni 60 in Italia non avevamo un vero e proprio Politburo, però negli incidenti in cui erano coinvolte le Fiat i giornali dovevano riportare “un’automobile” senza specificare oltre.
    Ancora nei tardi anni 80 del secolo scorso l’editore italiano di The silence of the lambs dovette piegarsi a tradurre il titolo del romanzo in un insensato “Il silenzio degli innocenti”, perché l’originale “Il silenzio degli agnelli” poteva generare pruriginosi sospetti.
    Insomma, abbiamo tutti il nostro Politburo nell’armadio!
    Grazie del passaggio, a presto, Paolo

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