Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Uno per tutti e tutti per uno: Francesca Tosi si racconta e immagina il futuro dei teatri.

Dopo le quattro chiacchiere con Chiara Molent, primo contrabbasso dell’Orchestra del Teatro Verdi di Trieste, ho chiesto anche a Francesca Tosi, Maestro del coro della fondazione triestina, che ci faccia il punto della situazione sul particolare momento che stanno attraversando i teatri.
Il coro, inteso come complesso di artisti che cantano insieme per ottenere un buon risultato, mi pare una bella metafora di quello che dovrebbe essere una comunità, soprattutto in tempi difficili come quelli che stiamo vivendo.

 

Francesca, due parole per presentarsi ai nostri lettori.

Da musicista, quando apro una partitura assaporo fin dalla prima nota la traccia indicata dal compositore senza domandarmi dove mi porterà, così nella professione ho iniziato gli studi del pianoforte nella mia regione, la Toscana, che storicamente ospita istituzioni musicali di alto livello e mi sono diplomata col Maestro Daniel Rivera, mio mentore.
Grazie alla Scuola di Musica di Fiesole e alle Masterclass che grandi pianisti come Ciccolini, Perahia e Lonquic tenevano a Firenze ho sviluppato la mia preparazione musicale ed ho conosciuto il mondo del teatro lirico da cui non mi sono più allontanata. Prima al Teatro del Maggio Musicale e al Festival Puccini, poi al Teatro dell’Opera di Nizza fino ad arrivare alla bellissima Trieste, per me scoperta inaspettata e meravigliosa.

Lei è arrivata a Trieste in seguito alla tragica scomparsa di Paolo Vero e un breve interregno di Fulvio Fogliazza, suo predecessore. Com’è stato l’impatto iniziale?

La scomparsa del Maestro Paolo Vero ha lasciato un grande dolore, ho cercato di infondere una profonda motivazione negli Artisti del Coro perché continuassero ad affermare il grande valore artistico che il Coro del Verdi ha sempre dimostrato.

Il ruolo di direttore di coro è defilato in confronto ad altri, all’interno di un’organizzazione teatrale. In realtà, chi è del mestiere, sa benissimo che non è così. In sintesi, come descriverebbe il suo lavoro?

È vero, il Maestro del Coro lavora dietro le quinte e non ha grande visibilità, ma ha il privilegio di fare una professione ricchissima di sfaccettature e di stare a contatto con tutte le maestranze del teatro. Infatti, dopo la fase di puro studio della partitura, che rappresenta il momento dell’intuizione musicale, organizzo le prove musicali in sala con il coro accompagnato al pianoforte.  Vengono subito di seguito le prove in palcoscenico dove gli artisti del coro uniscono l’arte attoriale a quella vocale, e qui collaboro strettamente con il regista, lo scenografo, il costumista, i Maestri di palcoscenico, il Direttore di palcoscenico ed il Direttore d’orchestra per ottenere il miglior risultato possibile. Il Teatro d’Opera è una fantastica interazione di Arti.

Come ricorda i molti anni passati al Festival Pucciniano di Torre del Lago? Che difficoltà ulteriori si incontrano per preparare un’esibizione open air?

Gli anni al Festival Pucciniano li ricordo con grandissimo     affetto e riconoscenza, lì ho imparato cosa significa lavorare in teatro.  Rappresentare Puccini nel luogo dove il Maestro ha vissuto e composto è un’occasione unica al mondo, anche se ritengo sia più difficile fare opera all’aperto.

Qual è la differenza fondamentale, se ce n’è una, tra un direttore d’orchestra e un direttore del coro?

Dirigere in senso assoluto ha un significato univoco, credo si tratti piuttosto di conoscere le peculiarità della voce e quelle degli strumenti per dirigere bene entrambi.

Con la pandemia del COVID-19 i teatri stanno vivendo, come tutti, un momento che definire particolare è davvero un eufemismo. Cosa si fa, a Trieste, per tenere desta l’attenzione su quella che è la maggiore realtà culturale della regione, un pezzo di storia nato nel 1801?

In questo momento difficile credo sia molto importante tenere vivo l’interesse del pubblico e il Teatro Verdi realizza attraverso le proprie pagine social una campagna promozionale ricchissima, proponendo non solo video musicali realizzati da casa dagli artisti del Verdi anche ma interviste, lezioni, esecuzioni di repertorio

Queste attività, intraprese a Trieste e altrove, possono contenere in nuce qualche pericolo per la sopravvivenza della musica dal vivo?

Non credo che la musica del vivo corra alcun pericolo, queste iniziative sono molto utili per mantenere viva la fiamma, la musica tornerà a scaldarci nei teatri e nelle sale da concerto

Il Teatro Verdi è stato costretto a cancellare le produzioni di La Bohème, Pagliacci e Macbeth. Quale è stata, per lei, la rinuncia più dolorosa?

Naturalmente è strettamente personale, ma dover rinunciare a Pagliacci mi ha toccato particolarmente, la considero un capolavoro, inoltre mancava da parecchi anni nel nostro teatro.

Ci dia una specie di personale rendering di una recita teatrale che si svolgerà nel dicembre 2020. Come se la immagina?

Se nella memoria collettiva ci sarà come credo un prima e un dopo Corona Virus mi immagino due spettacoli nella stessa serata, un’opera di repertorio e una inedita di nuova composizione. Mi auguro fortemente che il pubblico potrà sedersi in teatro senza la mascherina perché vorrà dire che abbiamo superato questo momento e siamo tornati alla normalità, forse con un pizzico di coscienza in più.

Grazie per la disponibilità, Francesca.

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