Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Cronaca di una resurrezione annunciata: torna la musica “vera” al Teatro Verdi di Trieste

Finalmente, dopo tre mesi di chiusura obbligata, il Teatro Verdi di Trieste ha riaperto le porte al pubblico.

In queste occasioni è facile cadere nella retorica ma, di là dell’ovvia emozione per essere stato testimone di un momento che entrerà nella Storia del teatro, mi preme fare una considerazione che ho maturato proprio nelle settimane scorse.
Sono state parecchie, e tutte degne di nota, le attività che i teatri hanno intrapreso nel lungo periodo di lockdown – oppure blackdown, dal mio punto di vista – per tenere desta l’attenzione sulle fondazioni liriche.
Soprattutto all’inizio della crisi dovuta al Covid-19 sono state molto gettonate le trasmissioni in streaming: la mia opinione è stata da subito che potevano rivelarsi un boomerang, perché la nostra classe politica ne avrebbe approfittato pensando che in qualche modo i teatri potevano arrangiarsi. Sui social scrissi che “guardare uno spettacolo teatrale in streaming era come lavarsi i piedi con le scarpe” e rimango di quest’idea.
Le successive proteste dei lavoratori dello spettacolo, che in tempi di crisi – qualsiasi crisi – diventano trasparenti quasi praticassero un hobby a tempo perso e non un lavoro vero e proprio me ne hanno dato conferma. Tra decreti governativi e ordinanze regionali, perlopiù cervellotiche e contraddittorie, il comparto è stato sostanzialmente ignorato e perciò ferito e vilipeso pesantemente da un’agenda governativa che ha privilegiato la riapertura di attività sulla cui utilità generale è bello tacere.
Del resto, un ministro della Repubblica pochi anni fa ebbe a dire sfrontatamente che “con la cultura non si mangia”, dove vogliamo andare?
Poi, dopo mesi passati a casa ad ascoltare dischi asettici, oggi sono entrato di nuovo in quel luogo sacro che è il Teatro e ne ho ripercorso tutta la liturgia quasi con avidità.
La piccola fila per entrare e prendere il biglietto, la maschera che ti accompagna al posto assegnato, lo stupore per la bellezza della sala e l’elegante e al contempo rattenuto sfarzo degli arredi, il suono paradisiaco – mai così bello – degli strumenti che si accordano, la tensione durante quei secondi in cui si abbassano le luci, l’entrata del direttore.
È stato il Prete rosso, Antonio Vivaldi, a dare inizio al concerto con la sinfonia da La verità in cimento.
Sono poi seguite due sinfonie di Rossini (Italiana in Algeri e Scala di seta) e tre pagine verdiane: la sinfonia dal Nabucco, il Preludio del terzo atto dalla Traviata e i Ballabili dal Macbeth.
Anche il Coro, giustamente, ha partecipato a questa festa, con l’esecuzione del Coro a bocca chiusa dalla Madama Butterfly di Puccini e l’immancabile Va’, pensiero ancora dal Nabucco.
Paolo Longo, sul podio della splendida Orchestra del Verdi di Trieste ha riconfermato una volta di più la sua bravura. Il Coro della Fondazione, preparato da Francesca Tosi, si è destreggiato benissimo.
Spero che nessuno, leggendo queste brevi note, si aspetti che giustifichi anche di sfuggita il mio giudizio lusinghiero sul concerto, che si è svolto in una sala spettralmente vuota per le inderogabili necessità di ottemperare alle misure di sicurezza: eravamo duecento, giovani e forti, e siamo risorti.
Questo era il primo concerto della programmazione estiva del Verdi, potete trovare qui il programma completo.

4 risposte a “Cronaca di una resurrezione annunciata: torna la musica “vera” al Teatro Verdi di Trieste

  1. giuliano 22 giugno 2020 alle 12:38 pm

    cose?
    c’erano anche i fiati… in tv mi aveva fatto tristezza vedere un programma scelto accuratamente con soli archi.
    sullo streaming, ho trovato su Repubblica un’opinione di Mario Brunello che era l’unico favorevole, ampiamente favorevole: “I giovani possiedono i linguaggi tecnologici e hanno modalità di ascolto differenti dalle nostre. Noi adulti non siamo abituati al digitale e vorremmo coccolarci in eterno nella musica dal vivo, demonizzando il resto. Dalle musiche nelle corti si è passati nei teatri e poi negli auditorium. Ora è il momento di adattarsi agli schermi e agli iphone senza fare tante storie.” (Venerdì di Repubblica, 5 giugno 2020)
    Lì per lì sono rimasto senza parole, poi ho pensato che probabilmente è come per Coppola e i fratelli Coen che elogiano Netflix, i soldi ormai arrivano da queste cose qui. Si sa che i soldi servono, la spiegazione mi sembra adatta a quello che dice Brunello, altrimenti non saprei spiegarmela: come fa un concertista a dire queste

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  2. Amfortas 22 giugno 2020 alle 4:23 pm

    Ciao caro Giuliano, ho letto anch’io le dichiarazioni di Brunello e ne sono rimasto colpito perché lo conosco come persona seria. Non so davvero che dire…se non che forse hai ragione tu.
    Ieri, pur in emergenza, ho riassaporato con grande soddisfazione il concerto e anche certe imperfezioni acustiche, probabilmente dovute alla sala quasi vuota, contribuiscono a creare quella magia che è la musica dal vivo.
    Se vedo Brunello proverò a chiedergli un chiarimento: in estate suona sulle montagne, chissà che non lo incroci!
    Ciao, Paolo

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  3. SERGIO SESTOLLA 23 giugno 2020 alle 6:57 pm

    “Torna a fiorir la rosa che pur dianzi languia” . . .

    Da Parini ad Amfortas “Torna la musica vera a teatro, a riprendere il suo posto, sia pure fra mille restrizioni, che essa però ben riesce a bypassare, eterea per come è, e finalmente a fare ‘risorgere’ i dovutamente pochi spettatori, ripagandoli del periodo di forzata astinenza”.

    Sei riuscito, caro Amfortas, perfettamente come al solito, a “fotografare” per noi la sensazione di assaporamento della “liturgia” che accompagna l’inizio di un concerto, la quale forse da oggi ci sembrerà ancor più da godere di quanto lo sia stato fino ad oggi, quando la davamo per scontata, ebbri come eravamo della conclusione del concerto stesso, che ci porta di volta in volta a “migliorare”.

    Da sempre, in epoca non sospetta, che sembra ormai un sogno, ho amato il “prima” e il “dopo”, appartenendo, purtroppo, alla categoria di quegli “adulti che vorrebbero “coccolarsi in eterno nella musica dal vivo” (e che si sentono privilegiati per averla potuto godere fino ad oggi, temendo fortemente, peraltro, che un giorno non debbano raccontarla)

    PRIMA DEL CONCERTO
    E DOPO IL CONCERTO

    Mi piace il cicaleccio di una sala
    nel mentre che aspetto che abbia inizio
    il concerto: è un fiume che cala
    a valle, e sempre più a precipizio.

    A questo parlottare a voce bassa
    fanno riscontro i suoni brevi e fini
    degli strumenti, i corni, i violini,
    i flauti, le arpe e la grancassa.

    E’ un mix che sembra separato,
    che si completa vicendevolmente:
    è un concerto “ante-concerto” nato

    così, senza intervento della mente
    di un musicista dal genio toccato
    e che si esegue assai modestamente,

    che applausi avrà mai dalla gente.

    Poi tutto tace, improvvisamente,
    chè il direttore entra. Non si sente

    più volare una mosca, e . . . via . . . si spande
    la musica che fa mente più grande,

    e rasserena il cuor . . . Nessuno ignora
    che dopo ogni ascolto si migliora.

    (Sergio Sestolla)

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  4. Amfortas 24 giugno 2020 alle 8:38 am

    Ciao Sergio, effettivamente, come dici tu, non ricordo una sola volta che uscendo da teatro non mi sia sentito se non migliore almeno meglio.
    Purtroppo, da quello che leggo in giro, anche in questo campo la normalità pare ancora lontanissima. Tra un po’ inizia il prestigioso Festival di Lubiana e anche lì la capienza è limitata a 200 persone a evento, più tutte le consuete frustranti misure di sicurezza.
    Sarà dura e molto lunga, dobbiamo armarci di pazienza.
    Ciao, Paolo

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