Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

La Prima alla Scala (e delle sue implicazioni metaforiche).

Sono stato in dubbio fino a pochi minuti fa, lo ammetto senza problemi. Pubblicare il tradizionale post per la serata inaugurale del Teatro alla Scala di Milano, oppure non farlo?


Non farlo sarebbe stato ragionevole per tanti motivi, non ultimo la scomparsa di una delle colonne portanti di questo blog, e cioè Giuliano, del quale ho appena scritto in circostanze drammatiche. E, dal punto di vista emozionale, ho fatto difficoltà a superare la mia tristezza.
D’altro canto, questa specie di animale preistorico che risponde al nome “Di tanti pulpiti” è nato per parlare di musica: “episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie, sempre tra il serio e il faceto”, così recita il sottotitolo. E, inoltre, sono un sostenitore della necessità di andare avanti nonostante la contingenza sfavorevole. Lo faccio sempre, con i miei metodi, le mie regole e i miei tempi, certo, ma lo faccio.
Perciò, con una punta di nostalgia, ecco qui alcune mie considerazioni sulla Prima alla Scala, com’è tradizione di questo luogo virtuale.
Serata che ovviamente sarà diversa dagli anni scorsi, ma che si presta in ogni caso a qualche speculazione.
Su Twitter, unico social che frequento, poco tempo fa ho lanciato un sondaggio tra i miei lettori e simpatizzanti, che recitava così:

La prima alla Scala di Milano è stata sospesa e sostituita da un concerto di arie d’opera con grandi interpreti che sarà trasmesso su RAI1. Voi avreste preferito un’opera o vi va bene il concerto?
Questo il risultato, che mi pare eloquente:

Opera 80,8%

Concerto 19,2%


Qualcuno potrebbe obiettare che le alternative erano troppo secche e che probabilmente le risposte sono state “di pancia”, ed è vero. Resta il fatto che, almeno per me, delineano una tendenza.
Dal momento che anch’io avrei preferito un’opera, provo ad argomentare.
Si parla tanto, e spesso a sproposito o solo perché fa figo, di “trasformare in opportunità le difficoltà” e, santo cielo, quest’anno le difficoltà non mancano di certo.
La Scala è il più ricco teatro italiano e il più famoso teatro del mondo (a torto o ragione, ora non è importante) e perciò se c’era un luogo dove si doveva mettere in pratica la regoletta di cui sopra questo era il teatro milanese.
I motivi sono tanti e il primo e sicuramente il più importante è che le fondazioni, per statuto, devono diffondere la Cultura (sì, quella cosa con la quale non si mangia).
La scusa del Covid-19 è farlocca perché, se è vero che la prevista Lucia di Lammermoor sarebbe stata troppo onerosa da affrontare in sicurezza per la presenza di numerosi solisti, del Coro e dell’Orchestra, è anche vero che il repertorio operistico è vastissimo e comprende molti titoli che si possono eseguire – soprattutto in assenza di pubblico – con pochi interpreti sul palco e un’orchestra cameristica. Non mi metto neanche a citarli.
Inoltre, si sarebbe potuto proporre qualche capolavoro inedito o dimenticato, facendo così davvero cultura e divulgazione alta e non abbassando l’asticella con un concertone nazionalpopolare il cui significato metaforico è molto, troppo simile al paternalismo dell’attuale Presidente del Consiglio che ci ripete ogni volta che può che “andrà tutto bene”, che “il Natale è una festa spirituale ed è meglio passarla da soli” e altre porcherie del genere.
No, non va tutto bene, della cristianità tirata fuori solo perché fa comodo non me ne frega nulla e, semmai a Conte passasse per la testa di suggerircelo, puntualizzo anche che a colazione mangio quello che voglio.
Accetto e rispetto tutte le regole, con fastidio, ma le accetto. Però le raccomandazioni accorate, l’ottimismo peloso, i buoni sentimenti ostentati mi fanno imbestialire.
L’Italia, paese sfortunato, avrebbe potuto usare una delle sue vetrine più scintillanti e in vista per dare un esempio di attenzione, di professionalità, d’intelligenza.
Invece – e sia detto col massimo rispetto per tutti gli artisti impegnati nel concerto e per tutta la macchina organizzativa, per i lavoratori del teatro – domani in televisione andrà in onda la solita Italia: quella che mortifica gli italiani.
Niente recensione, quest’anno, perché non voglio contribuire in alcun modo a diffondere l’immagine di una classe dirigente politica, teatrale, che non sa rispondere alle esigenze della Cultura, come ha dimostrato più volte anche in questi giorni con iniziative e dichiarazioni (da parte del ministro competente, tra l’altro) aberranti e insensate.
Quindi, “A riveder le stelle”? Magari! Per me, dal punto di vista intellettuale, sarà l’opposto: una descensus averno.
Questa è la mia posizione, a cui aggiungo quella, molto più urbana e intelligente, di Alfonso Antoniozzi, su di un argomento laterale.


20 risposte a “La Prima alla Scala (e delle sue implicazioni metaforiche).

  1. don jose' 6 dicembre 2020 alle 6:54 PM

    D’accordo e solidale con te!!! Firenze,Napoli,Modena e Roma hanno dimostrato come ci si poteva muovere in queste contingenze, soprattutto per il n.1 dei Teatri!! E poi…quanto fastidio per le dichiarazioni di Meier(regalino di Natale…), il cui addio a Vienna aveva fatto stappare migliaia di bottiglie di champagne in Austria.

    "Mi piace"

  2. Laura 6 dicembre 2020 alle 8:01 PM

    Come non essere d’accordo con te? Oggi ne parlavo con mio marito che non è un “fruitore” e ho cercato di descrivere l’evento di domani come un “Sanremone”. Lui mi ha detto che capisce il mio stato d’animo, ma che forse il “Sanremone” piacerà alle persone che vogliono sentire una sequenza di canzoni famose. Forse è questo che hanno pensato di fare, e lo trovo disgustoso a priori. Ma perché? Hai visto il Barbiere da Roma? Quante belle cose si sarebbe potuto fare! Mah. Ti abbraccio. Laura

    "Mi piace"

  3. Amfortas 6 dicembre 2020 alle 8:20 PM

    Ciao Laura cara, è una scelta al ribasso e quindi perdente in ogni caso.
    Facendo un esempio traslando da altri campi, nella NBA hanno fatto un figurone, organizzando una “bolla” a Orlando per portare a termine la stagione e affrontare i playoff; parliamo di centinaia di persone per una platea di milioni di appassionati. Hanno osato e ce l’hanno fatta. Noi facciamo la figura dei peracottari, sempre, e come se non bastasse ci fanno pure la predica.
    Ciao, Paolo

    "Mi piace"

  4. Renza 6 dicembre 2020 alle 9:39 PM

    Certo, è tutto condivisibile ciò che scrivete tu e Antoniozzi.Non capisco le ragioni di trasformare il 7 dicembre della Scala in un Sanremone, non credo che lo spettacolo possa attirare chi non segue abitualmente questa musica. Mi preoccupa , mi spaventa, mi insospettisce molto l’ orientamento del Ministro della Cultura ( !), la sua piattaforma, la sua perentorietà nel chiudere i luoghi meno a rischio covid che ci siano : teatri e cinema.
    Ha ragione Antoniozzi, il pubblico tace, ma tacciono anche gli artisti…
    Che sta succedendo? Siamo stati tutti presi in un maligno incantamento?

    "Mi piace"

  5. Amfortas 7 dicembre 2020 alle 8:32 am

    Ciao Renza, non so che dire, davvero. E tu metti in luce un aspetto inquietante e cioè il sostanziale silenzio di chi dovrebbe, invece, protestare con vigore.
    Nella mia esperienza personale posso affermare che le poche volte che sono stato a teatro in questi mesi gli ingressi erano contingentati, ridottissimi, e le misure di prevenzione uguali a un carcere di sicurezza.
    In merito alla Scala si è persa un’occasione di far vedere che le cose si possono fare per bene.
    Ciao, Paolo

    "Mi piace"

  6. CASSANDRO 7 dicembre 2020 alle 3:43 PM

    Anch’io, per quello che possa contare la mia risposta, avrei preferito l’opera, caro Amfortas-

    Specialmente oggi che viene portato avanti sempre più il terribile problema della “Violenza sulle donne”, argomento messo bene in luce su Repubblica di ieri da Michela Murgia (a proposito della nota odierna prima alla Scala) e che qui riporto, nella speranza che non ti dispiaccia.

    “C’è una storia corale di riscatto femminile nella musica lirica che ancora dialoga col nostro presente, basta ascoltarla.

    Madama Butterfly mette in scena il dramma di una sposa bambina venduta dalla famiglia e innamorata dell’uomo di cui scambia l’abuso per amore; un regista coraggioso oggi l’ambienterebbe in Eritrea ai tempi del colonialismo fascista, evocando quel madamato che in troppi anche di recente hanno cercato di far passare per usanza locale.
    Tosca anticipa il #metoo, mostrandoci l’arroganza del potere che pretende con la minaccia quello che si può avere solo col consenso.
    Le nozze di Figaro cominciano con una serva che confessa al fidanzato le molestie del padrone e la crudeltà della vicenda della Traviata mette alla berlina l’ipocrisia borghese che alle donne ancora oggi perdona tutto, ma non la libertà.
    Nei libretti le eroine spesso muoiono, perché nelle società che vengono messe in scena il solo posto di una donna che vuol essere pienamente se stessa è la tomba. Affinché quella donna possa vivere, di mondo bisogna immaginarne un altro e il palcoscenico è stato per anni un laboratorio di possibilità che fuori dal teatro ancora dovevano venire.
    C’è una partitura d’oro che attraversa i libretti d’opera articolando dall’uno all’altro un’armonia segreta: è l’eterna richiesta di giustizia di chi non ha voce.

    Che ci servisse una platea vuota per tornare a sentirla?”

    Ecco, se ancora permetti, il mio piccolo contributo in versi, che forse hai già letto, sul coinvolgimento dello spettatore nell’opera lirica, con le mie scuse per avere tanto impegnato il tuo splendido post.

    ANDARE ALL ‘ OPERA

    Sempre la stessa solfa o giù di lì
    qui ai concerti d’ogni martedì:

    il primo violino dà il la
    e tutti che accordano . . . taaa-tà.

    Poi entra il direttore serioso:
    tutto compunto con bacchetta in mano,
    spedito avanza e fa l’ossequioso
    al pubblico plaudente ancora piano.

    Silenzio. Batto quattro e quindi via
    parte l’orchestra: più nessun si muove
    e si sta in estasi . . . che monotonia! . . .
    mentre musica va per ogni dove.

    No, ho bisogno io di movimento,
    voglio vedere io una bella scena,
    donne affascinanti e in tormento

    Tosca . . . Liù . . . Violetta . . . Una pena
    vedere sempre facce da convento,
    col direttore sol che si scatena.

    Chi più di andare all’Opera mi frena?

    Tannhauser con Venere in scena
    vedrò, o Norma con la luna piena,

    mentre scompariranno a conti fatti
    Chopin, Beethoven . . . Bach e Scarlatti!

    In sostituzione avrò Puccini
    però, Mascagni, Verdi e Bellini,

    e tanti in moto, ora compassati
    ora frementi o indemoniati.

    Reggeranno questi al confronto?
    Dire di no sarebbe grande affronto.

    Anche perché in sovrappiù bel bello
    ci metto Wagner, e mi tolgo il cappello!

    (Cassandro)

    "Mi piace"

  7. Amfortas 7 dicembre 2020 alle 7:09 PM

    Ciao Cassandro, come sai le tue rime sono sempre gradite 😀, al contrario dello spettacolone che sta andando in onda è che guardò solo perché non ho di meglio da fare.
    Ciao, Paolo

    "Mi piace"

  8. PAOLO PETRINI 7 dicembre 2020 alle 9:41 PM

    Ciao Paolo,Sono completamente d’accordo con te e su quanto affermato da Alfonso Antoniozzi! Ciao

    "Mi piace"

    • Amfortas 8 dicembre 2020 alle 8:41 am

      Ciao Paolo, mi fa piacere rileggerti! Purtroppo l’opera sta diventando intrattenimento…sembra però che questa roba sia stata gradita dai più…perciò le nostre lamentele servono a poco.
      Ciao, Paolo

      "Mi piace"

  9. Caterina 8 dicembre 2020 alle 8:12 am

    Non avrei saputo dir meglio e ancora mi chiedo quale volontà decisionale abbia consentito il “volevamo stupirvi con gli effetti speciali” di ieri sera. Un empito autolesionista mi ha legato alla seggiola e costretto a guardare giù nel baratro lo spettacolone-one-one aspettando tra l’altro il brano da Walkyrie, tagliato in post produzione perché sforava sul tiggí ma regolarmente trasmesso su Arte.
    Evviva Roma, Napoli e in parte anche Firenze!

    "Mi piace"

    • Amfortas 8 dicembre 2020 alle 8:45 am

      Ciao Caterina, grazie per aver diffuso le mie righe.
      Anch’io ho guardato, più che altro per fare qualche battuta su Twitter. La storia del taglio dà esattamente il senso dell’operazione…lo trovo umiliante dal lato intellettuale ma, anche qui, non possiamo farci nulla.
      Ciao, Paolo

      Piace a 1 persona

  10. Roberto Mastrosimone 8 dicembre 2020 alle 10:12 am

    Ciao Amfortas, sono totalmente d’accordo con te. Sono giorni che mi domando che cosa abbia impedito alla Scala di allestire un’opera. C’è riuscita Firenze, Roma, Modena con risultati notevoli. Si poteva inaugurare con un Matrimonio Segreto, un Cosi fan tutte… pochi cantanti, orchestra a organico ridotto ecc. Sarebbe stato meno kolossal? Forse, però che tristezza inaugurare con un gala!

    "Mi piace"

  11. Amfortas 8 dicembre 2020 alle 10:15 am

    Ciao Roberto, non so che dire. Eppure mi pare di capire che a pensarla così siamo una strettissima minoranza. Pensa, invece, che valore culturale avrebbe avuto una proposta seria, ben pensata e realizzata, di un’opera sconosciuta o poco frequentata!
    Che vuoi che ti dica, aspettiamo il Kolossal dell’anno prossimo!
    Ciso, Paolo

    Piace a 1 persona

  12. Emma RD 8 dicembre 2020 alle 6:27 PM

    Grazie per il suo articolo, nonostante il dolore e la tristezza. Io le scrivo dopo aver assistito alla prima e, a prescindere dal valore degli interpreti l’ho accettata come un curato e lungo “gran varieté” d’altri tempi, ma l’opera è tutt’altra cosa. Un solo commento, che probabilmente anche lei avrà letto: “Prima della Scala 2020, Vittorio Grigolo: “Lo facciamo per la fame. Anche noi artisti abbiamo bisogno di lavorare”

    "Mi piace"

  13. Amfortas 8 dicembre 2020 alle 7:23 PM

    Buonasera Signora Emma, sono abbastanza d’accordo con lei. Avrei evitato qualche dialogo recitato di troppo e Bruno Vespa, magari avremmo potuto ascoltare il duetto dalla Valchiria…
    La dichiarazione di Grigolo è un po’ ridondante, ma la capisco: sono centinaia gli artisti che non lavorano da quasi un anno (la fame la lascerei ad altre circostanze, ecco).
    Paolo

    "Mi piace"

  14. Enrico 15 dicembre 2020 alle 6:13 PM

    Purtroppo in questo frangente l’Italia si è “distinta” tra i maggiori Paesi Europei non solo per le improvvide dichiarazioni di certi politici riguardo al teatro, ma anche per aver decretato la chiusura delle scuole superiori ed università. Ennesimo esempio – casomai ce ne fosse stato bisogno – di come la cultura sia considerata nel nostro Paese. Sui politici poi, che la cultura non la considerano certo tra le priorità salvo poi – somma ipocrisia – sfruttarla quando fa comodo per eventi tipo Expo et similia, è bene stendere un pietoso velo.
    Concludo dicendo che mio figlio (10 anni e mezzo) l’ho portato più volte al teatro per assistere a varie commedie, ha sempre dimostrato interesse ed ho notato che alcuni messaggi presenti in quello che ha visto sul palcoscenico gli sono rimasti impressi. Personalmente posso solo ringraziare per la passione e l’impegno profuso le tante compagnie amatoriali (nella forma ma certo non nella sostanza, dato che si comprende il grande lavoro fatto per portare in scena la commedia) che rendono possibile godere del teatro anche in luoghi meno “tradizionali”, ed a prezzi più che convenienti

    "Mi piace"

  15. Amfortas 15 dicembre 2020 alle 6:25 PM

    Nulla da aggiungere, vostro onore 😀
    Ciao Enrico, Paolo

    "Mi piace"

  16. Pingback:La Top Ten degli articoli del 2020. | Di tanti pulpiti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: