Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Recensione seria di Tosca di Giacomo Puccini al Teatro Verdi di Trieste: buona la prima, andateci!

Tralascio volutamente ogni considerazione sulla situazione in Ucraina: non mi sento all’altezza di dire nulla, se non che sono addolorato.

Scrivere cose inaudite non è prerogativa esclusiva dei critici musicali, anche i grandi protagonisti della musica ogni tanto sono scivolati su quelle che, a posteriori, si sono rivelate bucce di banana.
Così scriveva Gustav Mahler alla moglie Alma dopo la sua prima Tosca:

Ieri sera dunque sono stato a vedere la «Tosca» di Puccini. Esecuzione ottima sotto ogni punto di vista, si resta veramente strabiliati di trovare qualche cosa di simile in una città austriaca di provincia. Ma l’opera! Nel primo atto solenne processione con un continuo scampanio (le campane si sono dovute far venire dall’Italia). Nel secondo atto un tale viene torturato tra urli orrendi e un altro pugnalato con un acuminato coltello da pane. Nel terzo atto di nuovo immenso scampanio su una veduta di tutta Roma dall’alto di una cittadella – di nuovo un’altra diversa serie di campane – e un tale viene fucilato da un plotone di soldati. Prima della fucilazione mi sono alzato e sono andato via. Non occorre aggiungere che il tutto è messo irisieme come sempre con abilità da maestro; al giorno d’oggi ogni scalzacane sa orchestrare in modo eccellente.

A distanza di più di un secolo, la qui sopra vilipesa Tosca è diventata una delle opere più rappresentate in tutto il mondo ed è incontrovertibile che sia tra i lavori più amati dai melomani.
La produzione di questa sera al Verdi di Trieste proviene da Bologna, dove ha debuttato poco più un mese fa con grande successo di pubblico.
Chi, come me, è uno spettatore di lungo corso fa fatica a considerarla come un “nuovo allestimento” perché quella del regista Hugo De Ana sembra piuttosto una summa delle sue regie precedenti (in particolare quella dell’Arena di Verona del 2006) del capolavoro di Puccini.
Tutto molto gradevole, certo, ma – come ha scritto il collega Silvano Capecchi – in più di un’occasione faceva capolino una sensazione di dejà vu che sedava la tensione emotiva che la vicenda dovrebbe trasmettere.
Spettacolo all’insegna della tradizione, dunque; scenografie imponenti e ricche di dettagli, costumi appropriati, recitazione sobria ed essenziale. Molto belle le luci, di chiara ispirazione caravaggesca.
Discutibile la collocazione di un velario per le proiezioni, che mi sono sembrate del tutto superflue quando non fastidiose, come durante lo splendido Intermezzo che introduce il terzo atto.
La direzione di Christopher Franklin si è rivelata in perfetta simbiosi con la regia: accurata, precisa, armoniosa, poderosa nelle dinamiche ma forse un po’ pigra nelle agogiche. Ottima la gestione della complessa partitura pucciniana, che prevede tra le altre cose interventi del coro fuori scena, voci bianche e un uso importante di percussioni. Amorevole l’accompagnamento ai cantanti, molto esposti nelle loro celeberrime arie. I momenti più riusciti mi sono sembrati la liquida bellezza del suono orchestrale che introduce l’aria di sortita di Cavaradossi, il magmatico Te Deum e la dolcezza presaga di catastrofe della scena che precede la fucilazione.
Splendida in tutte le sezioni la prestazione dell’Orchestra del Verdi e brillante anche il rendimento del Coro della fondazione e delle voci bianche.
Molto affidabili i coprotagonisti: il pavido ma convincente Sagrestano di Dario Giorgelè, l’accorato Angelotti di Cristian Saitta, il viscido Spoletta di Motoharu Takei, lo Sciarrone di Min Kim e l’umanissimo carceriere di Giuliano Pelizon. Un po’ emozionata ma brava anche Maria Vittoria Capaldo (Pastore).
Maria Josè Siri ha interpretato una pregevole Tosca sia dal lato vocale sia da quello scenico. La voce è importante e il soprano può contare su acuti penetranti – il Do della lama è stato folgorante – e al contempo è sembrata a proprio agio nel più sommesso canto di conversazione, inficiato solo occasionalmente da una dizione perfettibile. Il complesso personaggio di Tosca è stato esplorato in tutte le sfaccettature: temperamento, fierezza, disperata determinazione e dolcezza. Riporto solo per dovere di cronaca una leggera esitazione nell’attacco di Vissi d’arte, nell’ambito di una prestazione vocale immacolata.
Mikheil Sheshaberidze è stato un buon Cavaradossi ma il personaggio, a mio parere, è da rifinire soprattutto nella prima parte, quando dovrebbe subire con divertita rassegnazione le sfuriate di gelosia di Tosca. Il tenore georgiano è parso più a proprio agio nei passi più drammatici della parte per temperamento e accento. La voce è di bel colore scuro e gli acuti facili ed esibiti con orgoglio. Disinvolto in scena, imponente nella figura, il suo Cavaradossi alla fine ha convinto.
Molto interessante la prestazione di Alfredo Daza nei panni (scomodissimi) di Scarpia, di cui ha reso la violenta perfidia con accenti insinuanti ma sottotraccia, privi di un’acclarata volgarità che mal convivrebbe con un potentato esponente della nobiltà romana. Uno Scarpia autorevole e autoritario al contempo, insomma, che forse sono esattamente le caratteristiche del personaggio.
Prima dell’inizio il sovrintendente Giuliano Polo, accompagnato dal sindaco Roberto Dipiazza, ha rivolto un pensiero alle tristi vicende contingenti che parlano di guerra, mentre all’esterno il teatro era illuminato con i colori della bandiera ucraina.
Il pubblico, piuttosto numeroso e con la presenza di molti giovani che hanno sfruttato una favorevole promozione sui costi dei biglietti, ha lungamente applaudito tutta la compagnia artistica, riservando il successo più caloroso a Maria Josè Siri.

ToscaMaria José Siri
CavaradossiMikheil Sheshaberidze
ScarpiaAlfredo Daza
AngelottiCristian Saitta
SagrestanoDario Giorgelè
SpolettaMotoharu Takei
SciarroneMin Kim
Un carceriereGiuliano Pelizon
PastorelloMaria Vittoria Capaldo
  
DirettoreChristopher Franklin
Direttore del CoroPaolo Longo
  
Regia, scene e costumiHugo De Ana
LuciValerio Alfieri
  
Coro I Piccoli Cantori della Città di Trieste, diretto dal Maestro Cristina Semeraro
  
Orchestra e Coro del Teatro Verdi di Trieste

6 risposte a “Recensione seria di Tosca di Giacomo Puccini al Teatro Verdi di Trieste: buona la prima, andateci!

  1. Raffaella Cervetti 5 marzo 2022 alle 5:13 PM

    Buonasera, segnalo che la voce del pastore nella prima rappresentazione di Tosca è di Maria Vittoria Capaldo. Prego gentilmente di provvedere a errata corrige. Maria Vittoria ha cantato il 3 e il 4 marzo e sarà nuovamente in scena il 6 e il 10 marzo. Nelle altre recite (5, 8 e 12) si esibirà Isabella Bisacchi.
    Grazie!
    Raffaella Cervetti

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  2. Amfortas 5 marzo 2022 alle 5:30 PM

    Buonasera Signora Cervetti, correggo subito come già fatto in altri luoghi. Purtroppo, a meno che non abbia preso un granchio, il cartellone mi ha “imbrogliato “. Grazie per l’intervento, Paolo

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  3. Pier Brovedani 6 marzo 2022 alle 4:16 PM

    ..e io ci sono andato! Ascolterei la Tosca ogni anno, è un’opera bella in tutte le sue parti, senza alcun punto di caduta, la migliore di Puccini (la consiglio tra le cinque opere in assoluto da vedere per i neofiti come me). Il cast 2 è stato all’altezza ed è piaciuto al pubblico gremito (pochi posti vuoti) con tantissime/i giovani silenziosi e attenti.
    Non ho l’esperienza (né l’orecchio come vorrebbe Jannacci) per giudicare la conduzione, ma stretto come sono tra la tua “pigrizia nelle agogiche” e “qualche tempo affrettato di troppo” di Patrizia Feriali del Piccolo (a proposito: sono tornate le recensioni della concorrenza! – strasmile) posso solo dire che almeno nel primo atto Franklin mi è sembrato coprire un po’ troppo i cantanti, in particolare il bravo Raffaele Abete, a dir il vero un po’ in sordina nell’attacco di “recondite armonie”. Per il resto interpretazione convincente con applausi a scena aperta dopo “e lucean le stelle”. Applausi anche per la croata Kristina Kolar dopo “vissi d’arte”,anche se scenicamente un po’ più legnosa del partner. Niente da dire su Stefano Meo, perfetto come Scarpia.
    Per quanto riguarda la messinscena.. be’ hai visto che non ci cade il cielo sulla testa se si resta fedeli all’epoca storica (doppio strasmile)? Daccordissimo con la tue critiche alle proiezioni, ridondanti e addirittura fuori tempo soprattutto quando nel terzo atto ricomparivano gli sbirri con torce e cani mentre l’Angelotti er già ben che morto e sepolto.
    Nell’intervallo ho incontrato un collega in pensione come me, insigne anatomopatologo, e ci siamo chiesti cosa mi ci facesse quell’ingombrante e gigantesco pezzo anatomico di avambraccio sulla scena..
    Un abbraccio, alla prossima.

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    • Amfortas 6 marzo 2022 alle 7:08 PM

      Pier, ciao.
      Innanzitutto sono molto contento che il quotidiano locale dia spazio al Verdi, a prescindere dalla firma. Sulla questione tempi sai, si va un po’ a orecchio. Insieme ad amici eravamo tutti convinti che ci fosse qualche pausa di troppo…poi boh!
      De Ana è un regista alla Zeffirelli, i suoi lavori sono sempre descrittivi e – come si dice – fedeli al libretto. Mi dicono che a Bologna, dove lo spettacolo ha debuttato un mese fa, le proiezioni non c’erano per volere di Daniel Oren che era sul podio.
      La Kolar, ascoltata in altre occasioni, mi ha sempre convinto. Quanto all’avambraccio gigante credo volesse simboleggiare l’oppressione. Boh.
      Una Tosca all’anno? No, eh?
      A Milano fanno contemporaneamente La Dama di picche, Thais e Adriana Lecouvreur: io una delle tre al posto di Tosca la vedrei volentieri, l’anno prossimo.
      Pensione? Mi mancano 3 mesi, mi cambierà pocoma psicolgicamente è importante.
      Ciao bel Paolo

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