Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

La zia quantistica (ovvero di questi tempi premiano chiunque).

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Con ogni probabilità i miei happy few si aspettano la recensione del Rigoletto di cui avevo scritto la presentazione pochi giorni fa. Purtroppo un malessere che mi ha colpito come fulmin scagliato da Dio, tanto per restare in tema, mi ha costretto alla ritirata [non scendo in particolari sordidi, ma è il termine appropriato (strasmile)] dopo il primo atto.
Vi devo però un’altra notizia, bella per me – per quanto riguarda voi se avrete voglia mi direte – che riguarda un’altra delle mie passioni: la scrittura, che insieme alla fotografia, è uno dei modi in cui esprimo la (piccola) mia parte migliore.
Tempo fa ho letto che la benemerita Associazione de Banfield organizzava un concorso letterario sul tema dei caregiver e ho deciso di partecipare assieme – ho saputo poi – a un altro centinaio circa di persone.
Bene, il mio racconto si è classificato quarto e, soprattutto, ha ricevuto la Menzione Speciale dell’Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia, che è un riconoscimento che mi onora.
Dal momento che in vent’anni di blog ho pubblicato altre volte racconti ed elucubrazioni varie nate dalla mia vecchia ma ancora attiva testolina, lo propongo e mi riprometto – come faccio sempre, peraltro –  di rispondere in tempo ragionevole a tutti coloro che avessero domande o curiosità.
Si intitola…

La zia quantistica

“Dai, forza, se continui a fare esercizi vedrai che tornerai a camminare di nuovo.”
Mentivo sapendo di mentire. Infatti, con un sorriso bonario e stanco, papà mi rispose così: “Sei sempre stato un gran motivatore, ma come bugiardo non valevi un cazzo neanche da piccolo.”
Fu l’ultima cosa che mi disse, perché poche ore dopo se ne andò da questa vita, uscendo da casa a testa in giù in una sacca nera. Certo, io per fargli l’ultimo omaggio lo feci accompagnare dalla sua prediletta Terza di Mahler diretta da Bernstein, quasi a volerlo tenere di qua ancora un po’. Un gesto ruffiano che ho fatto più per me che per lui, peraltro, quasi a volermi assolvere dal fatto che sono stato un figlio così così, nella migliore delle ipotesi.
Ora bisognava affrontare un’altra questione, ed era terribilmente seria: chi e come avrebbe dato la triste notizia a sua sorella, mia zia?
La quale zia aveva un nome antico, gentile, ma l’indole era quella di un pitbull che non mangia da un mese. O meglio, lo era a suo tempo, prima che un ictus ne domasse le esuberanze caratteriali e la dotasse di singolari super poteri.
Sorniona, segaligna, incanutita e ormai quasi calva, distesa (sì, distesa) sulla sedia a rotelle riconosceva (forse) solo la badante. Noi nipoti e pronipoti eravamo troppi e ci chiamava con nomi a caso innescando surreali siparietti.
“Paolo, senti…”
“Zia, sono Franco.”
“Ok, Giacomo devi dire a Paolo che…”
“Zia, Giacomo non è qui, viene più tardi. E io sono sempre Franco, non Paolo.”
“Franco, avverti la moglie di Paolo, Elena, che domani…”
“Zia, no, la moglie di Paolo è Betta.”
E così via.
Nonostante il permanente stato confusionale continuava a fare le parole crociate, una delle passioni della sua vita, e quando leggeva, che ne so: 10 verticale, Padre di Aida, otto lettere, il suo Amonasro usciva subito. Non ne sbagliava una.
Negli ultimi anni aveva scritto, in triestino, una specie di albero genealogico della famiglia a partire dal 1850 in poi e se le chiedevi come si chiamasse la moglie di qualche nostro trisavolo non solo lo sapeva, ma snocciolava anche le date di nascita e morte.
Era zitella e aveva tutte le caratteristiche che nell’immaginario collettivo si attribuiscono alle donne non sposate e arrivate più o meno felicemente a una certa età. Negli anni era stata fiera e scorbutica oppositrice (eufemismo) di tutte le femmine che entravano – o cercavano di farlo, poverette – a far parte della nostra problematica famiglia. Lo faceva a prescindere, ex ante, la sua era una missione: trovare difetti e lati oscuri anche nelle pretendenti più limpide. Rossini, che amava molto, le aveva scritto il mantra: “Le femmine d’Italia son disinvolte e scaltre, e sanno più dell’altre l’arte di farsi amar.”
Quest’atteggiamento aveva creato anche situazioni paradossali, tipo che mio nonno – suo padre, col quale abitava, rimasto vedovo giovanissimo – doveva lottare duramente per portare ogni tanto a casa la donna con cui stava da quasi trent’anni. Il nonno, che era un ragazzo del 99 – quello vero, il 1899 – e aveva fatto la guerra in trincea, diceva – scherzando? –  che neanche gli shrapnel gli avevano messo tanta paura.
Del resto, dal 1940 in poi circostanze luttuose l’avevano destinata a fare da mamma a stuoli di maschi infoiati, maldestri e testosteronici incapaci d’intendere e di volere e, soprattutto, non in grado di tenerselo nei pantaloni; perciò si era guadagnata sul campo il diritto di eseguire il lavoro sporco di selezione: qualcuno doveva pur farlo e lei era entusiasta dell’incarico.
Tutte queste asperità si erano però stemperate in pochi attimi, quando la sua mente uscì da un ictus liscia, levigata, rendendola un’altra persona malgrado l’aspetto fosse sempre lo stesso. E, appunto, aveva perso quasi del tutto la memoria a breve termine.
Io e mio fratello, visto che le circostanze ce lo imponevano, ci dividemmo i compiti: a me papà, mentre lui si sarebbe occupato di zia.
Ci rivolgemmo a un’agenzia specializzata che trattava l’allocazione di badanti, quasi tutte provenienti dall’Est europeo, che per noi triestini in molti casi è a pochi chilometri da casa.
La legge sull’assunzione di queste benedette signore, dopo la giungla dei primi anni, era diventata più severa e più giusta ma imponeva anche costi davvero rimarchevoli. Insomma, si prospettavano sacrifici importanti e rinunce dolorose.
Beh, a posteriori posso affermare con certezza che non rimpiango certo i soldi spesi, perché almeno abbiamo garantito una vita dignitosa ai nostri cari.
Per poter assumere la badante regolarmente era necessario darle la residenza nell’abitazione della zia e ristrutturare l’appartamento. Ci sembrava un ostacolo insormontabile, perché la vegliarda era vissuta sempre con mio nonno o da sola, quando lui se ne andò perché non era stato capace di uscire da un bicchiere.
In realtà le nostre erano preoccupazioni eccessive perché, approfittando di una sua forzata sosta in ospedale, mettemmo tutto a posto in una quindicina di giorni. Quando tornò a casa non si accorse di nulla, credo: neanche che avevamo violato la sacra camera del nonno, che era rimasta chiusa a chiave per quarant’anni.
Zia sopravvisse a papà per quasi un decennio e col tempo le sue condizioni fisiche e psicologiche peggiorarono molto. Parlava di rado e spesso i suoi discorsi erano inintelligibili come certi quadri d’avanguardia in cui, a stento, si intuisce qualcosa. Spesso fummo costretti a ricoverarla in ospedale e lei neanche se ne accorgeva, non aveva più orizzonti, era persa in una nebbia persistente e senza tempo in cui lo spazio, il passato, il presente e il futuro erano diventati concetti vuoti. In un certo senso si può dire che abbracciò le teorie di Einstein.
Ormai quasi trasparente, respirava piano, con un soffio impercettibile, tanto che qualche volta guardandola non si capiva se fosse viva o morta: la Zia di Schrödinger.
Ma torniamo al punto.
Il giorno dopo la dipartita di papà io e mio fratello andammo a casa sua per portarle la triste notizia. Eravamo più terrorizzati che addolorati, tanto temevamo di aggravare la sua condizione psicologica.
Entrammo e lei, con uno sguardo vuoto, ci fissò. Era palese che non ci avesse riconosciuti.
Dissi con tono grave: “Zia…” ma lei mi bloccò e mi chiese subito: “Come sta papà?”
Gelo.
“Zia – ripresi – stanotte papà è morto.”
Silenzio.
“Che bel mulo… – disse guardando il soffitto – el iera un bellissimo mulo”.
E scoppiò in un pianto dirotto, che strappava l’anima.
Siamo stati lì ancora un po’, a chiacchierare con la sua badante, guardando e riguardando l’ultima foto in cui fratello e sorella erano insieme, scattata un paio d’anni prima. Erano entrambi provati dalle malattie e da una vita ingenerosa, ma sembravano felici.
Poi ce ne andammo, ognuno a casa propria.
Passarono un paio di settimane e tornai da lei a portarle dei biscotti.
Appena entrato mi guardò e disse: “Come sta papà?”
“Zia, papà è morto, te l’ho detto poco tempo fa.”
Silenzio.
“Che bel mulo… – disse guardando il soffitto – el iera un bellissimo mulo”.
E ricominciò a piangere, forse ancora più violentemente della prima volta.
Ero sconcertato e tristissimo perché a queste situazioni nessuno è mai preparato.
Me ne andai e tornai a casa, ma dentro di me c’era una burrasca di sentimenti contrastanti.
Allora, soprattutto per sincerarmi che stesse bene la chiamai al telefono. Rispose la signora slovena che la accudiva:
“C’è Paolo per te, te lo passo?”
“Chi?” – sentii dire –
“Paolo, tuo nipote.”
“Sì, passamelo.”
“Ciao zia, come va?”
“Ah, solito, papà come sta?”
Sorrisi amaro, ma sorrisi. Perché aggiungere dolore a dolore, che diritto avevo? Allora risposi.
“Bene zia, papà sta bene e ti saluta.”
Che poi, chissà, era anche vero.

8 risposte a “La zia quantistica (ovvero di questi tempi premiano chiunque).

  1. Andrea Quaglia 10 Maggio 2022 alle 5:13 PM

    Bel racconto. Congratulazioni per il meritato premio!

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  2. vittynablog 10 Maggio 2022 alle 8:56 PM

    Congratulazioni Paolo, il racconto è bellissimo colmo di sentimento e vero. Premio molto meritato. E’ bello leggerti!!!! ❤ 🙂

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  3. SERGIO SESTOLLA 11 Maggio 2022 alle 6:31 PM

    Caro Amfortas, un quarto posto in graduatoria fra un centinaio di concorrenti, nonché una Menzione dell’Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia per un racconto presentato in un concorso letterario è cosa altro che valida! Complimenti!

    L’ho letto più volte e mi ha veramente colpito per la vivacità intellettuale ivi profusa. Complimenti !

    Ho sempre apprezzato i tuoi interventi — oltre che musicali, ovviamente – in campo fotografico e letterario, tant’è che spesso sono intervenuto in versi, al punto che il tuo “Tutto chiuso” del secondo trimestre del 2020 è diventato un volume della mia biblioteca.

    Anche ora, se non ti disturbo, desidero intervenire, anche perché grande simpatia ha destato in me la tua imperterrita zia,, ben ferma e viva nelle sue idee, per cui la conclusione del tuo racconto

    “Bene zia, papà sta bene e ti saluta.”
    Che poi, chissà, era anche vero.

    quel “vero” appare come ‘veramente vero’! Per la sorella (e per me, se permetti) il fratello continua ad esistere. Nel suo mondo, il ricordarlo è farlo ancora, e sempre, vivo.

    Se non sbaglio, il mondo naturale, quantisticamente parlando, non è mai indipendente dall’osservatore, per cui si può azzardare a dire che . . .

    LA MORTE NON ESISTE
    (Parafrasi di un testo antico ( 1 )

    “Non esiste la morte, figlia mia.
    La gente muore solamente quando
    viene dimenticata via via”.
    Questo mio padre mi stava spiegando

    poco prima di andarsene, ed in più:
    “Se ricordarmi tu saprai con te
    sempre sarò”. Ed io a testa in giù
    promisi: “Certo, senza ma e se”.

    Poi mi prese la mano e con gli occhi
    mi disse quanto quanto lui mi amava,
    nel mentre che . . . mi tremano i ginocchi . . .
    lo sguardo suo si annebbiava.

    E la vita da lui lenta uscì,
    con leggerezza quasi di farfalla,
    lasciando me come . . . non so . . . così . . .
    come dal monte rotola una palla,

    come chi in mar da giù risale a galla,
    ma resta senza fiato, e mente sballa.

    (Sergio Sestolla)

    ( 1 ) “La morte non esiste, figlia. La gente muore
    solo quando viene dimenticata”,
    mi spiegò mio padre poco prima di andarsene.
    “Se saprai ricordarmi, sarò sempre con te”.
    “Mi ricorderò di te” gli promisi.
    Poi mi prese una mano e con gli occhi mi disse
    quanto mi amava, finché il suo sguardo non divenne nebbia
    e la vita uscì da lui.
    (Anonimo)

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    • Amfortas 12 Maggio 2022 alle 7:42 am

      Sergio, buongiorno. Ti ringrazio per i complimenti e la stima. Ricordo bene, ovviamente, il buio periodo del “Tutto chiuso” e scrivere ci ha aiutati un po’ a superare un momento piuttosto difficile. Per quanto riguarda il raccontino ne sono soddisfatto ma, essendo competitivo avrei preferito arrivare primo 😂😂😂. Sull’argomento persone che non muoiono fino a quando qualcuno ne conserva il ricordo è stato pure girato un film: Mortacci, firmato da Sergio Citti, con un cast formidabile di attori, da Gassman alla Melato, da Proietti ad Aldo Giuffrè. Fu ovviamente stroncato dalla critica ma a me piacque molto. Il grottesco mi ha sempre attirato, non so perché. Ti ringrazio una volta di più per i tuoi versi che, come sempre, completano brillantemente il post. In questo momento mi manca molto Giuliano, che qui lasciava sempre interventi di spessore, è che sarebbe stato felice del mio racconto e del piccolo risultato raggiunto. È proprio vero, quindi, finché qualcuno ci ricorda non moriamo mai veramente.
      Ciao, Paolo

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  4. CASSANDRO 12 Maggio 2022 alle 6:37 PM

    E chi non ha letto questo dialogo di Yoice, e non ha pensato che Furey fosse più vivo che mai?

    “”

    “Era un giovinetto quando lo conobbi,” rispose lei, “si chiamava Michael Furey. Cantava spesso quella canzone: La ragazza di Aughrim. Era molto delicato.”
    Gabriel taceva. Non voleva che lei pensasse che il ragazzo delicato lo interessasse.
    “Mi sembra ancora di vederlo,” riprese Gretta dopo un momento. “Con quegli occhi grandi, scuri! E che espressione avevano, che espressione!”
    “Ne sei proprio innamorata, eh?” disse Gabriel.
    “Facevamo spesso delle passeggiate insieme,” precisò lei, “quando ero a Galway.”
    Un pensiero attraversò la mente di Gabriel.
    “Forse è per questo che volevi andare a Galway con quella Ivors?” chiese freddamente.
    Lo guardò con stupore. “E perchè?”
    I suoi occhi gli diedero un senso di disagio. Si strinse nelle spalle.
    “Che ne so io? Forse per vederlo.”
    Distolse gli occhi da lui e in silenzio li rivolse verso la finestra, lungo la striscia luminosa.
    “E’ morto,” disse dopo un bel po’. “E’ morto a soli diciassette anni. Non è terribile morire così giovani?”

    “”

    E così confermiamo, caro Amfortas, il tuo “È proprio vero, quindi, finché qualcuno ci ricorda non moriamo mai veramente”.

    Il che vale sia che si abbiano 17 anni, oppure molti di più, come è augurabile, per mettersi “in viaggio verso Occidente”.

    E’ ricorrente in letteratura, e quindi nella realtà, il concetto che il ricordo annulli quasi la morte: il pensiero prevale sempre. Tutto a questo mondo è “di testa”, anche se a volte ci si scherza sopra, specialmente quando si sta . . .

    VERSO LA FINE DEL DIALOGO
    — Però, papà, noi ti vogliamo bene!
    — Figlie lo so, ma me ne debbo andare . . .
    D’altronde resto nelle vostre vene.
    Puranco il sole deve tramontare.

    — D’accordo, sì . . . però lui torna poi!
    — E che? Siamo a Catullo . . . ai basia mille . . .
    Vedete che lo sono dentro voi,
    in queste menti che fanno scintille . . . . .

    — . . .e che dobbiamo a te che ci hai insegnato
    a credere nel bello e nel sapere.
    Sapessi tu che guida che sei stato

    per cui ti vogliamo ancora avere.
    — Così sarà, se io ricordato
    sarò in due o tre . . .vostre preghiere.

    Comunque . . . non mi è mica pesato
    far ciò che ho fatto. Dio sia lodato!

    . . . pure per queste figlie che mi ha dato!

    Però non dite ” . . . Che guida sei stato!”,
    al limite usate “Ci hai provato . . .

    sperato . . . a far da guida”, chè non c’è
    uomo che lati bui non abbia in sè,

    che mai in vita abbia fatto errori . . .
    i miei fra un po’ . . . li copriranno i fiori.

    Spicciamoci . . . se no vengono fuori!

    (Cassandro)

    Buona serata, unitamente ai miei sentitissimi complimenti per il “non tanto piccolo” risultato in campo letterario.

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    • Amfortas 13 Maggio 2022 alle 7:54 am

      Buongiorno CASSANDRO e grazie anche a te per il graditissimo intervento. Joyce è uno degli scrittori, insieme a Svevo, che sento più affini. Non credo sia un caso. Come sempre a tema i tuoi versi e grazie ancora per i complimenti. Ciao, Paolo

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