Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Otello di Giuseppe Verdi: seconda e ultima puntata divulgativa per un ascolto consapevole.

Un fragore impressionante, un violento tornado di suono si abbatte sul pubblico all’inizio di Otello. Sembra quasi che la tempesta che alimenta i marosi intorno a Cipro ci voglia ghermire e trascinare a fondo, nell’oscurità del mare più profondo, negli abissi dell’animo umano. Principia così, in modo devastante, la discesa agli inferi del Moro.


Il 4 novembre si riallestisce al Teatro Verdi di Trieste l’Otello di Giuseppe Verdi, uno dei titoli più ineseguibili, di questi tempi, dell’intero panorama operistico. 
Già ieri ho scritto qualche piccola curiosità su questo lavoro pazzesco.
Ho definito all’inizio ineseguibile quest’opera: intendo dire che sono anni che non si sente un Otello di livello molto buono, non che l’opera non si esegua. Il problema è il tenore, che ha una parte di rara difficoltà.
Degli altri personaggi principali, Jago e Desdemona, abbiamo potuto apprezzare anche recentemente buone interpretazioni.
A questo punto è interessante leggere cosa scriveva sulla vocalità di Otello Victor Maurel, creatore del ruolo di Jago nel 1887: il baritono francese oltre a essere stato un cantante di fama straordinaria, era anche uno studioso della vocalità e del teatro.

“L’ideale della potenza vocale di cui il personaggio necessita è stato dato dal creatore del ruolo, Sig. Francesco Tamagno, con un’intensità stupefacente, ma ci sembra pericoloso permettere che in tutti i futuri interpreti di Otello si formi l’idea che questa straordinaria potenza vocale sia una condizione sine qua non per una buona interpretazione.
Quei tenori che hanno l’ambizione d’interpretare Otello non si lascino intimidire dai racconti, del resto reali, a proposito dello strumento unico che il creatore del ruolo possiede. Devono convincersi di questa importante osservazione: dopo dieci minuti un pubblico si è abituato a qualunque tonalità per quanto potente possa essere, ciò che lo stupisce e lo conquista sempre è l’esattezza, l’energia e la varietà degli accenti.”

È uno scritto chiaro, che ogni artista che ha in progetto d’interpretare questo ruolo dovrebbe imparare a memoria.
La gestazione dell’Otello fu piuttosto lunga.
Giuseppe Verdi e Arrigo Boito lavorarono a stretto contatto, anche con qualche incomprensione.
Giulio Ricordi spesso fece da tramite e pungolo tra i due artisti.
Queste tre eminenti personalità della cultura della fine dell’Ottocento, quando si riferivano al lavoro tratto dal dramma di Shakespeare, adoperavano una specie di codice:

“Dirai a Giulio che sto fabbricando il cioccolatte…”

Che non è bello da dire, ma erano altri tempi ed è sempre meglio di abbronzato, secondo me.
Giuseppina Strepponi, moglie di Verdi,esercitava il suo consueto dovere di pompiere nei rapporti abbastanza tesi tra Verdi e Boito, anche inventandosi metafore ardite (smile):

“Lasciamo che la corrente se ne vada diretta per la sua via al mare. È negli ampi spazi che certi uomini sono destinati ad incontrarsi ed intendersi”

Due parole su Jago, che è personaggio fondamentale sia nell’opera verdiana sia nel dramma teatrale originale di Shakespeare. Anche il librettista Arrigo Boito aveva le idee chiare sulla connotazione psicologica di Jago. Aggiungo che l’opera, per lungo tempo, ha “rischiato” d’intitolarsi Jago e non Otello.
Allora, forse vale la pena conoscere, almeno in sintesi, le opinioni di questi illustri personaggi.
Cominciamo da Boito, scrivendo di Jago.

“Jago è l’invidia. Jago è uno scellerato. Jago è un critico. Nella lista dei Personaggi lo caratterizza così: Jago è uno scellerato, e non aggiunge una parola di più. Jago sulla piazza di Cipro si definisce così: I am nothing if not critical. Fa il male per il male.
Il più grossolano errore, l’errore più volgare nel quale possa incorrere un artista che s’attenta d’interpretare codesto personaggio è di rappresentarlo come una specie di uomo demone! È di mettergli in faccia il ghigno mefistofelico, è di fargli fare gli occhiacci satanici.
Ogni parola di Jago è da uomo, da uomo scellerato, ma da uomo.

Sempre Boito, a proposito di Otello:

Figura forte e leale uomo d’armi. Semplice nel portamento e nel gesto, il suo comando è imperioso, il suo giudizio è pacato. Prima si veda l’eroe, poscia l’amante…Era saggio e delira, era forte e si fiacca, era giusto e probo e delinque, era sano e lieto e geme e cade e sviene…Otello attraversa, fase per fase, le più orribili torture del cuore umano.

Cinzio Giraldi, l’autore della novella da dove Shakespeare trasse il suo capolavoro, dice di Jago: un alfiero di bellissima presenza, ma della più scellerata natura che mai fosse uomo del mondo.
Spigliato e gioviale con Cassio; con Roderigo, ironico; con Otello apparisce bonario, riguardoso, devotamente sommesso; con Emilia (la moglie, specifica Amfortas) brutale e minaccioso; ossequioso con Desdemona e con Lodovico.

Ecco che ne pensava Verdi, di questo personaggio.

“Ma se io fossi attore ed avessi a rappresentare Jago, io vorrei avere una figura piuttosto magra e lunga, labbra sottili occhi piccoli vicino al naso come le scimmie, la fronte alta che scappa indietro, e la testa sviluppata di dietro; il fare distratto, nonchalant, indifferente a tutto, incredulo, frizzante il bene e il male con leggerezza come avendo l’aria di pensare a tutt’altro di quel che dice”

Cioè, sono proprio io eh?

Un contributo decisivo lo diede anche un pittore, Domenico Morelli che disse a Verdi d’aver trovato “un prete che pare proprio lui”.
Verdi, che non vedeva precisamente con favore i preti, rispose:

“Bene, benone, benissimo, benissimissimo! Jago con la faccia da galantuomo! Hai colpito! Oh lo sapevo bene, ne era sicuro. Mi par di vederlo questo prete, cioè questo Jago con la faccia da uomo giusto!”

Ovviamente ci sarebbe molto altro da dire su tante cose, dall’uso del coro all’orchestra e anche sui personaggi di secondo piano, fondamentali per lo sviluppo della vicenda. Io, però, mi fermo qui.

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2 risposte a “Otello di Giuseppe Verdi: seconda e ultima puntata divulgativa per un ascolto consapevole.

  1. Leo 62 2 novembre 2022 alle 8:58 PM

    Bella introduzione @Amfortas. E’ veramente un’opera straordinaria, tra le più grandi di Verdi, ma come dici tu richiede una grande interpretazioni delle voci e del direttore. Non è una di quelle opera per cui possa bastare un direzione “tecnica”. L’Orchestra canta insieme alle voci e fornisce un colore che Verdi prima non aveva mai trovato, se non in alcune parti del Don Carlos.
    L’ho vista a Teatro una sola volta nel 2008 a Roma, diretta da Muti con Antonenko e la Poplavskaja. Non fu indimenticabile. Anche perché l’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma ha da sempre dei problemi, che nemmeno Muti può risolvere.
    Ricordo quella in TV di Kleiber nel 1976, con la regia di Zeffirelli, che fu di ben altro livello, anche se fece storcere il naso a molti.
    A quello che hai detto ti aggiungo un aneddoto. Il Giovane Puccini, che al tempo della prima dell’Otello Verdi abitava a Monza, dove lavorava all’Edgar, utilizzò le sue entrature milanesi ed il rapporto con Ricordi che gli aveva già pubblicato Le Villi, per entrare clandestinamente nella tipografia dove si stavano stampando le parti per la rappresentazione alla Scala e leggere per primo la musica, che lo fece sbalordire. Mai avrebbe pensato che il vecchio Verdi sarebbe stato capace di rinnovarsi in quel modo.

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  2. Amfortas 3 novembre 2022 alle 9:08 am

    Leo buongiorno. Ero alla prima dell’Otello che citi, nel 2008.
    La mia impressione fu buona per la direzione perché Muti interpretò bene la partitura, con grande attenzione a dinamiche e agoniche. L’orchestra, che avevo sentito qualche mese prima mi pare nel Mefistofele, fu comunque trasformata in meglio. I cantanti così così. Grazie per l’aneddoto. Ciao, Paolo

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