Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Otello di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: buona inaugurazione della stagione lirica triestina.

Otello di Giuseppe Verdi mancava dal teatro triestino dal 2010, quando a dirigere l’orchestra fu Nello Santi. L’atmosfera era tesa perché c’erano state proteste contro l’allora famigerato Decreto Bondi e la prima prevista per il 27 maggio saltò per sciopero.
Sembrano notizie di un paio di secoli fa, ma in questi dodici anni il mondo è cambiato sotto ogni punto di vista e il teatro, che non vive avulso dalla realtà ma anzi ne è parte propulsiva, non fa eccezione. Ieri, dal punto di vista psicologico, credo che tutti gli spettatori celebrassero il ritorno ufficiale alla tanto agognata libertà post pandemia in una specie di rito liberatorio collettivo.
Perciò questa produzione di Otello, firmata come la precedente da Giulio Ciabatti, si è svolta in un clima diverso e più disteso. Il ritorno di Daniel Oren a Trieste, città in cui principiò la carriera artistica, ha catalizzato l’attenzione di molti e scatenato parecchi entusiasmi nonostante la lunga collaborazione abbia potuto contare sì su grandi trionfi di pubblico ma anche su alcune vicende non propriamente limpide. Di là delle prefate considerazioni resta il fatto, inequivocabile, che ieri il Teatro Verdi di Trieste era non esaurito ma molto affollato, ed è una notizia eccellente per chiunque ami la cultura.
George Bernard Shaw affermò paradossalmente che Otello non è un’opera italiana in stile scespiriano ma che Othello è un dramma teatrale affine alla lirica italiana e trovo che sia un’intuizione geniale.
Il libretto di Arrigo Boito, meraviglioso, arricchisce di suggestioni la vicenda anche se, per ovvie questioni di linguaggi artistici diversi, immola sull’altare della brevità e del fuoco personaggi e situazioni della tragedia originale.
La regia di Giulio Ciabatti è gradevole, di impronta minimalista e non si scosta molto dal punto di vista concettuale a quella di dodici anni fa, concentrandosi più sui personaggi che sul contesto storico della vicenda. La scena è fissa, un ampio spazio delimitato da colonne con una pedana al centro sulla quale si svolge l’azione, e nel proseguo dell’opera cambia solo la disposizione, ma direi meglio la prospettiva, dei protagonisti.
Ciabatti cura con attenzione le interazioni tra i personaggi con particolare riguardo, mi è sembrato, per quanto concerne il rapporto Otello/Jago e le scene corali come la settima del terzo atto, quando all’esplodere dell’ira di Otello nei confronti di Desdemona tutti distolgono lo sguardo a eccezione di Jago e Roderigo. Il “fuoco di gioia” trova una corrispondenza visiva con delle figuranti vestite di rosso che metaforicamente simboleggiano il guizzare delle fiamme. Nel grande duetto che chiude il primo atto Otello e Desdemona sono forse un po’ troppo distanti e, a parer mio, ne risente la temperatura emotiva del momento.
Le luci, spesso livide, di Fiammetta Baldiserri e i sobri costumi (Margherita Platè) contribuiscono alla riuscita dell’allestimento che, come sto per dire, si inserisce nel solco di quella mai troppo indagata prassi registica ed esecutiva che si definisce di tradizione.

La direzione di Oren – che si alternerà sul podio con Francesco Ivan Ciampa – mi è sembrata appunto andare di pari passo con la regia, e non è certo un male. Il passo teatrale è sicuro, omogeneo, favorito da dinamiche controllate e agogiche anche sin troppo meditate con l’eccezione di una chiusura un po’ frettolosa del secondo atto. L’accompagnamento ai cantanti è paterno nel gesto e anche nella gestione volumetrica del suono orchestrale che rimane sempre limpido ma screziato da un fraseggio mobile ed eloquente.
Al netto di qualche veniale imprecisione – eravamo dal vivo, non stavamo ascoltando un disco – eccellente in tutte le sezioni l’Orchestra del Verdi, capace di suoni morbidi e avvolgenti come di fiammate corrusche e presaghe di infelici avvenimenti. Il Coro ha cantato bene, come sempre peraltro, nonostante sia sottodimensionato. Efficace anche la prestazione dei ragazzini del coro di voci bianche.
Arsen Soghomonyan ha interpretato con grande sensibilità una parte notoriamente ostica. Il timbro scuro e una recitazione pertinente, scevra da eccessi, lo aiutano a disegnare un Otello tormentato e autorevole ma non sguaiato che personalmente mi ha convinto. Qualche sfumatura in più non avrebbe guastato ma ragionevolmente credo che il rendimento del tenore possa salire con le prossime recite.
Nessun distinguo per Roman Burdenko, uno Jago già tra i migliori dell’attuale panorama artistico del quale ho apprezzato la caratterizzazione a tutto tondo del personaggio, supportata certo da una disinvolta presenza scenica ma soprattutto da un’interpretazione vocale di rilievo. Interessante come Burdenko abbia centrato la doppiezza di Jago, differenziandone i comportamenti istituzionali e quelli, diciamo così, privati.
Lianna Haroutounian ha interpretato una Desdemona giovane, per nulla manierata, spontanea e aristocratica con gusto scenico controllato e al contempo espressivo. La voce è gradevole, ampia nei centri, timbrata nel registro grave e qualche piccola imperfezione (l’acuto finale dell’Ave Maria è risultato un po’sporco) non inficia una prova di buon livello.
Bravo Mario Bagh nei panni di un Cassio dalla voce chiara e brillante.
Giovanni Battista Parodi è stato un Lodovico autorevole e accorato al contempo.
Buone anche le prestazioni dei coprotagonisti: la sensibile Marina Ogii (Emilia), il ruspante Roderigo (Enzo Peroni), il dolente Montano (Fulvio Valenti) e il sempre solido Giuliano Pelizon (Araldo).
Alla fine successo pieno per tutta la compagnia artistica più volte chiamata al proscenio. Trionfo, meritatissimo, per Roman Burdenko e Daniel Oren del quale, onestamente, contesto solo gli eccessi emotivi sul podio, tra pittoreschi cachinni e un’ipercinesi incontrollabile.

La locandina

OtelloArsen Soghomonyan
JagoRoman Burdenko
DesdemonaLianna Haroutounian
CassioMario Bahg
EmiliaMarina Ogii
LodovicoGiovanni Battista Parodi
RoderigoEnzo Peroni
MontanoFulvio Valenti
Un AraldoGiuliano Pelizon
  
DirettoreDaniel Oren
Direttore del coroPaolo Longo
  
RegiaGiulio Ciabatti
CostumiMargherita Platè
LuciFiammetta Baldiserri
  
Piccoli Cantori della Città di Trieste diretti da Cristina Semeraro
  
Orchestra e Coro del Teatro Verdi di Trieste
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8 risposte a “Otello di Giuseppe Verdi al Teatro Verdi di Trieste: buona inaugurazione della stagione lirica triestina.

  1. Huang 5 novembre 2022 alle 9:10 PM

    L’atteso rientro di Daniel Oren si è consumato e credo si possa dire che è stato il trionfo del previsto. Ma il vero amore è sorpresa. Il direttore torna a Trieste dopo anni e sarà forse amore, ma è di quelli con diversi anni sul groppone, con più
    di una magagna a vista. Charles e Camilla, non certo Harry e Megan. Gemiti, singulti, rantolii di vario genere si insinuano in una lettura orchestrale che regala qualche momento suggestivo e raffinato, in mezzo ad una esagitazione per lo più esteriore e alla lunga noiosa. Un Otello scodellato con la roncola, dove il meraviglioso concertato viene mutilato in modo vergognoso seguendo la più becera delle più becere tradizioni. Il coro è sottodimensionato e per imporsi deve sbraitare come di rado è dato sentire. Cantanti accettabili professionisti abbandonati a se stessi in una insipida “messa in scena”. Il teatro che ti induce pensare, a crescere, a cambiare… è altra cosa.

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  2. Pier 8 novembre 2022 alle 7:01 PM

    Caro Amfortas (o Jago, noi gemelli possiamo permetterci diverse personalità) come ben sai preferisco le regie minimaliste a quelle distopiche o moderniste. Ma in questo caso la scena è troppo misera: la circonvenzione e il tradimento scespiriano si consumano su una panchetta di San Giacomo con Otello e Jago vestiti con i chiodi da “bobe de Campanelle” (dirai: perfetto per la nostra periferia). Le modeste luci non aiutano e i movimenti sono ridotti al minimo.
    Più attoriale Burdenko e, a mio incompetente parere, il migliore tra le voci. Soghomonyan è dotato, ha studiato, ma è un po’ soffocato,trattenuto, non si esprime da tenore. La soprano (zitto, ho la moglie femminista) Haroutounian (che casino scrivere i cognomi con il correttore automatico) ha tanta voce (bene per difendersi da Oren) che ogni tanto “scappa” in libertà ed è poco dolce quando serve.
    Intenso e intrigante il Verdi dell’Otello. Wagner? Non lo so, non sono così preparato per rispondere. A orecchio però la canzone del salice mi prefigura qualcosa di Puccini. E chiedo venia.

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  3. Amfortas 9 novembre 2022 alle 10:28 am

    Ciao Pier, ripensando alla recita che ho visto credo che oggi riscriverei le stesse cose. Non mi pare che tra di noi ci siano divergenze sostanziali nella valutazione 😀
    In ogni caso, ora non la trovo, mi pare proprio che gli aggettivi che attribuisci al tenore siano quelli che voleva Verdi per il suo Otello, ma potrei sbagliarmi. Oggi le voci di tenore, con qualche rara eccezione, hanno un problema comune e cioè mancano di squillo. Io lo dico sempre, siamo a Trieste che è diventata periferica nel microcosmo dei teatri d’opera italiani: in questo contesto l’attuale produzione è da considerarsi sopra la media sia per le voci sia per l’allestimento. L’interprete di Jago è già maturo per i grandi palcoscenici, ne sentiremo parlare. La parte di Desdemona è forse la più “facile” che ha scritto Verdi, non mancano certo interpreti che possano risolverla. La concertazione e la direzione di Oren sono state buone mentire censurabili sono le sue esuberanze caratteriali. L’orchestra ha suonato bene, il Coro, pesantemente sottodimensionato, è stato all’altezza della situazione. Insomma via, non possiamo lamentarci. Un saluto a te e a Geni femminista 😀

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    • Pier 10 novembre 2022 alle 8:44 am

      Carissimo, non volevo assolutamente lamentarmi, tranne che per la regia. Ma visto che si parla della partita, volevo dire qualcosa sul gioco. Sull’orchestrazione non metto becco, sono incompetente. I cantanti sono stati bravi e li ho applauditi a lungo. Qualche buu anche dalla galleria (non mio, non mi permetterei) quando è comparso il grigio regista vestito da grigio impiegato (viva gli impiegati). Un abbraccio 🤗

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      • Amfortas 10 novembre 2022 alle 10:01 am

        Ciao Pier, ho capito benissimo 😀
        Anche a me è sembrato di sentire un paio di contestazioni isolate alla regia (peraltro del tutto ingiustificate dal mio punto di vista) ma non ne ero sicuro perciò ho preferito non segnalarle. Altri, invece, sì. Io non ho mai buato in teatro perché mi pare una manifestazione sciocca, ma ognuno risponde delle proprie azioni. Mi chiedo però quale sia il metro di giudizio: sono passati del tutto indenni a Trieste allestimenti che avrebbero meritato il lanciafiamme metaforico. E comunque a Giulio Ciabatti devo forse la più bella Butterfly che ho visto in teatro, quindi, reverenza 😀
        Ciao, a presto
        Ps dopo il penultimo Verdi mi aspetta l’ultimo, Falstaff alla Fenice tra una settimana.

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