Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

La lunga estate calda del vecchio blogger.

Chissà, forse qualcuno ha notato (non credo) che ho aggiunto un piccolo particolare all’intestazione del blog. Prima c’era scritto così:

Di Tanti Pulpiti, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Ora è così:

Di Tanti Pulpiti, dal 2006 episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

È importante? Lo è per me, perché di blog, che oggi sono cascami della Rete – nella migliore delle ipotesi – ne sono rimasti “pochi”, distrutti dalla valanga dei social più immaginifici e ineffabili. Perciò chi ha un blog vivo deve curarlo, amarlo, coccolarlo.
In realtà sono un blogger ancora da prima (2002), ma il passaggio tra piattaforme varie (Tiscali e Splinder) è stato crudele e molto è andato perduto. E, a dirla tutta, scrivo sul Web dal 1997. Insomma, sono 25 anni, che pochi non sono.
In questi cinque lustri ne ho viste di tutti i colori sia su queste pagine sia nella vita. Soprattutto nella vita, cristo, ma si va avanti.
Ora, nel 2022, mi si presenta un’estate caldissima non solo dal punto di vista del meteo – che dio maledica il caldo, io vivrei nel ghiaccio se potessi – ma anche dal lato impegni.
Da luglio ai primi giorni di settembre ho in agenda 14 serate in teatro solo tra Trieste e Lubiana; penso che se ne aggiungeranno altre a breve. Ce la farò? Boh, non sono più un ragazzino.
Vedrò e ascolterò musiche dei più grandi compositori di sempre interpretate da grandi artisti: da Anna Netrebko a Juan Diego Florez, da quello che resta di Placido Domingo a Esa-Pekka Salonen sino a Riccardo Muti e tanti, davvero tanti ancora.
Ho avuto agende peggiori, credetemi.
Perciò in questo giurassico luogo virtuale (e su Operaclick), gestito da un ancor più giurassico blogger, potrete leggere di teatro musicale. Non mi considero un critico, ma solo un modesto recensore.
Tuttavia spero di riuscire a raccontarvi bene delle magie e delle meraviglie che, nonostante le continue brutture che ci sbattono in muso, continuano ad accadere nel mondo. E se questo vi darà cinque minuti di serenità, fatemelo sapere.
E poi, dopo aver ricevuto questo premio , sento la necessità di scrivere sempre meglio, ché di cronache, recensioni e articoli vari pieni di errori e orrori ortografici e consecutio agghiaccianti ne abbiamo tutti abbastanza.
Pubblico questo articoletto perché proprio oggi la Zia quantistica avrebbe compiuto 94 anni, un altro modo per ricordarla.
Nel frattempo mi butto in lavatrice per rinfrescarmi.

Lo strano dittico Pagliacci/Al mulino ottiene un buon successo al Teatro Verdi di Trieste. Al mulino, opera di Ottorino Respighi in prima mondiale, è una piacevole sorpresa.

Ultimo appuntamento della stagione del Verdi – è stato aggiunto in luglio un estemporaneo Pipistrello, probabilmente per dare un contentino agli appassionati dell’operetta -, il dittico Pagliacci/Al mulino si è rivelato interessante e coinvolgente. Unica criticità, a mio parere, l’eccessiva lunghezza della serata che si è conclusa a mezzanotte.
Forse il teatro di una città che sta diventando turistica dovrebbe prendere esempio proprio dal modello di Venezia a cui, a torto o ragione, si ispira apertamente e programmare l’inizio degli spettacoli almeno un’ora prima del classico orario delle 20.30, o perlomeno farlo quando la durata supera le tre ore.
Pagliacci di Leoncavallo mancava dal teatro triestino da vent’anni e perciò vale la pena, credo, spendere due parole su quest’opera che un’intera generazione di autoctoni non ha potuto vedere sul palcoscenico di casa.
Fortunatissima da subito, Pagliacci all’esordio a Milano il 21 maggio 1892 beneficiò della direzione di Arturo Toscanini e l’aria più famosa, Vesti la giubba, fu incisa in tempi pioneristici (1903) da Enrico Caruso per la casa statunitense Victor, vendendo qualcosa come un milione di copie.
Erano i tempi in cui cavalcando l’onda del successo di Cavalleria rusticana di Mascagni si componevano opere con soggetti ispirati – a dire il vero con una certa libertà – al movimento culturale del Verismo. Giordano, Cilea, Mascagni e, tirandolo per i capelli, anche Puccini in parte della sua produzione sono da considerarsi compositori veristi.
Personaggi di basso stato spesso sordidi e marginali, ambientazioni fortemente legate a territori specifici, vicende cruente, sono le caratteristiche salienti dell’opera verista.
Nei Pagliacci convergono numerose anime. Può essere vista come un grande esperimento di metateatro, con il famoso Prologo che ci spiega come “il teatro e la vita non sono la stessa cosa” mentre lo svilupparsi la vicenda ci dice il contrario. E, del resto, sembra che per quanto artatamente mascherato il fatto di sangue – l’ennesimo femminicidio e un omicidio – di cui si narra sia realmente accaduto in un paesino calabrese.
Ruggero Leoncavallo, wagneriano fradicio, prese dal nume tutelare la convinzione che un compositore dovesse scrivere il libretto per la sua musica e infatti così è per Pagliacci. Ma se Wagner è ermetico, visionario, criptico ed elegiaco nei suoi versi, al contrario Leoncavallo è diretto, sanguigno, astutamente volgare nel suo libretto. E altrettanto empatica, emotivamente coinvolgente è la sua musica che asseconda e rinforza le parole forti dei versi.
Valerio Galli, sul podio di un’Orchestra del Verdi che si è ben disimpegnata in tutte le sezioni, ha interpretato la partitura con equilibrio e in linea con la regia di Victor Garcia Sierra, a sua volta ben supportata dai costumi tradizionali e colorati di Giada Masi, dalle scene di Paolo Vitale e dall’impianto luci di Stefano Gorreri : i contrasti dinamici e agogici intensi ma calibrati hanno dato rilievo sia ai momenti più tragici sia alle brevi oasi liriche dell’opera. Non è, Pagliacci, opera da salotti raffinati bensì da polverose piazze popolari; il suono rude, grasso ed epidermico è uno stile, come nelle rozze fotografie di strada di Bruce Gilden che immortalano un’umanità borderline stravolta da un flash sparato in faccia.
Nella regia, ridondante solo nelle proiezioni iniziali e con qualche sospetto di horror vacui qua e là, si ritrova tutto ciò che nell’immaginario collettivo deve esserci in uno spettacolo di strada itinerante: donne barbute, figuranti con i trampoli, giostre e accalcarsi di persone col tasso alcolico elevato immerse in un microclima sociale che palesa disagio ed emarginazione. C’è chi vuole qualcosa di più, come Nedda e Silvio, chi ci sguazza come Canio e chi, come Tonio, contribuisce con rabbia a inchiodare a terra le aspirazioni degli altri per vendicarsi di una natura che gli è stata matrigna.
In questo senso, Devid Cecconi colora il suo Tonio con la disperata prepotenza di un personaggio di Dostoevskij: non si può salvare il mondo con la bellezza? Beh, allora portiamolo al livello più sordido con l’abominio morale e l’odio. Un’interpretazione intensa, alla quale il baritono aggiunge una vocalità straripante ma controllata e una recitazione misurata nei gesti e nella mimica.
Valeria Sepe, voce di soprano che si espande negli acuti, è una Nedda minuta e fragile che si fa amare per il suo tragico e inesausto desiderio di guardare le stelle anche se immersa nel fango. Si concede non a Silvio, ma al miraggio di una vita migliore.
Amadi Lagha è un Canio di tradizione, sobrio nella recitazione in una parte che si presterebbe a eccessi e dotato di voce di buon volume e colore mediterraneo. Gli manca, forse, una personalità artistica più marcata che renda incisivo il fraseggio, ma il personaggio è risolto compiutamente.
Senza due bravi interpreti di Silvio e Beppe Pagliacci è monca e l’accorato Min Kim interpreta bene il sogno di Nedda allo stesso modo dell’elegante Blagoj Nacoski nell’insidiosa parte dell’Arlecchino. Completavano dignitosamente il cast Damiano Locatelli e Francesco Paccorini.
Molto bene il Coro, purtroppo ancora costretto alla mascherina, ed eccellente la prova dei ragazzini del coro di voci bianche.
Successo pieno per tutta la compagnia artistica, più volte chiamata al proscenio da un pubblico magari non foltissimo ma partecipe.
Dopo un lungo intervallo è stata la volta della sofferta opera di Ottorino Respighi, Al mulino, rimasta incompiuta. Nel libretto di sala si spiega con dovizia di particolari quali sono state le strategie e le motivazioni di Paolo Rosato e Fabrizio Da Ros – sul podio dell’orchestra in questa prima mondiale – per completare dopo più di un secolo la partitura. Un lavoro ancora in fieri, a detta dei prefati protagonisti.
Dal mio punto di vista l’opera soffre di qualche lungaggine e di un libretto un po’ troppo verboso nel linguaggio, ma questa prima uscita mi ha convinto perché la musica è coinvolgente nella sua enfatica solennità che non affonda mai nelle melmose spiagge della magniloquenza stentorea.
La vicenda è semplice e si svolge In Russia ai primi del Novecento in una famiglia contadina disagiata, dove un padre padrone (Anatolio) maltratta per ignoranza e maschile paternalismo spinto la giovane figlia Aniuska la quale, ovviamente, si innamora di un ribelle oppositore del regime zarista, Sergio. Nicola, operaio segretamente innamorato della bella mugnaia, non vuole in alcun modo che la giovane realizzi il suo sogno e fa il delatore rivelando all’ordine costituito il nascondiglio del fuggitivo Sergio. Aniuska sbrocca alla grande e annega tutti, buoni e cattivi, nelle acque del fiume che alimenta il mulino.
Ed è appunto il mulino protagonista della messinscena di Daniele Piscopo, che firma appunto regia, scene e costumi. Allestimento pienamente riuscito nella sua relativa semplicità, che con la sua cupezza incombente macina i sentimenti dei protagonisti e accompagna una musica spesso tetra, violenta e minacciosa dall’incessante incedere.
I cantanti, “costretti” a un declamato teso e agitato, sono stati tutti all’altezza della situazione sia dal lato vocale sia da quello scenico ma, almeno dalla mia posizione, alcuni sono sembrati sottodimensionati per volume perché l’orchestra è parsa davvero un muro difficile da superare.
A Domenico Balzani non fa certo difetto il volume e con la sua interpretazione ha dato rilievo al viscido Nicola.
Zi Zhao Guo (Sergio) è uscito tutto sommato bene da una parte tenorile che mi è sembrata impervia, mentre Afag Abbasova-Budagova Nurahmed (Aniuska), brava dal lato attoriale, ha palesato i limiti di una voce forse troppo esile e ha risolto il personaggio per impegno e partecipazione emotiva.
Ancora brillante Blagoj Nacoski (Ufficiale) e accettabile, ma meno centrata, la prestazione di Min Kim nei panni del crudele Anatolio. Funzionale allo spettacolo il rendimento di Cristian Saitta (Pope), Anna Evtekhova (Maria) e Giuliano Pelizon (Soldato), mentre nella breve ma impegnativa parte tenorile (“Solo”) è stato eccellente Francesco Cortese. Buona la prova del Coro.
Fabrizio Da Ros ha diretto con grande pathos la compagine triestina, anche in questa occasione brillante, ed è riuscito a trasmettere quella sensazione angosciosa di catastrofe imminente che mi pare la cifra distintiva dell’opera.
Alla fine anche in questo caso il pubblico ha applaudito tutta la compagnia artistica, decretando così un franco successo a questa nuova produzione del Verdi.

Pagliacci
  
Canio/PagliaccioAmadi Lagha
Nedda/ColombinaValeria Sepe
Tonio/TaddeoDevid Cecconi
Beppe/ArlecchinoBlagoj Nacoski
SilvioMin Kim
Un contadinoDamiano Locatelli
Altro contadinoFrancesco Paccorini
  
DirettoreValerio Galli
Maestro del coroPaolo Longo
RegiaVictor Garcia Sierra
ScenePaolo Vitale
CostumiGiada Masi
LuciStefano Gorreri
  
Coro dei Piccoli Cantori della Città di Trieste diretti dal Maestro Cristina Semeraro
  
Al mulino
  
AniuskaAfag Abbasova-Bugadova Nurahmed
NicolaDomenico Balzani
SergioZi Zhao Guo
PopeCristian Saitta
AnatolioMin Kim
MariaAnna Evtekhova
SoloFrancesco Cortese
SoldatoGiuliano Pelizon
  
DirettoreFabrizio Da Ros
Regia, scene e costumiDaniele Piscopo
  
Orchestra e Coro del Teatro Verdi di Trieste
  




Divulgazione semiseria dell’opera lirica: il dittico Pagliacci/Al mulino al Teatro Verdi di Trieste.

Con il singolare dittico Pagliacci/Al mulino si chiude, venerdì prossimo 10 giugno, la stagione operistica al Verdi di Trieste. Una stagione di transizione per vari motivi: Il Covid e l’avvicendamento del sovrintendente sono i più evidenti. Aspetto con ansia il cartellone nuovo, sperando in qualche titolo meno scontato e anche a una stagione sinfonica degna di tal nome.
Pagliacci di Leoncavallo è opera davvero singolare e fortunatissima da subito. All’esordio a Milano il 21 maggio 1892 beneficiò della direzione di Arturo Toscanini e l’aria più famosa, Vesti la giubba, fu incisa in tempi pioneristici (1903) da Enrico Caruso per la casa statunitense Victor, vendendo qualcosa come un milione di copie!
Erano i tempi in cui cavalcando l’onda del successo di Cavalleria rusticana di Mascagni si componevano opere con soggetti ispirati – a dire il vero con una certa libertà – al movimento culturale del Verismo. Giordano, Cilea, Mascagni e, tirandolo per i capelli, anche Puccini in parte della sua produzione sono da considerarsi compositori veristi. Personaggi di basso stato spesso sordidi e marginali, ambientazioni fortemente legate a territori specifici, vicende cruente, sono le caratteristiche salienti dell’opera verista.
Nei Pagliacci convergono numerose anime. Può essere vista come un grande esperimento di metateatro, con il famoso Prologo che ci spiega come “il teatro e la vita non sono la stessa cosa” mentre lo svilupparsi la vicenda ci dice il contrario. E, del resto, sembra che per quanto artatamente mascherato, il fatto di sangue – l’ennesimo femminicidio e un omicidio – di cui si narra sia realmente accaduto in un paesino calabrese.
Ruggero Leoncavallo, wagneriano fradicio, prese dal nume tutelare la convinzione che un compositore dovesse scrivere il libretto per la sua musica e infatti così è per Pagliacci. Ma se Wagner è ermetico, visionario, criptico ed elegiaco nei suoi versi, al contrario Leoncavallo è diretto, sanguigno, astutamente volgare nel suo libretto. E altrettanto empatica, emotivamente coinvolgente è la sua musica che asseconda e rinforza le parole forti dei versi.
Se digitate la chiave di ricerca “Al mulino” sui motori di ricerca vi farete una cultura sugli agriturismi e magari potete prenotare un pranzo. Dell’omonima opera del compositore Ottorino Respighi si trova poco e io ne so nulla (oh, mica si può sapere tutto eh?): perciò mi limiterò a dare qualche notizia ricavata dalla Rete.
Di Respighi come artista, invece, Trieste è sempre stata estimatrice, tanto che il Verdi è uno dei pochi teatri italiani ad aver proposto (troppi anni fa) chicche come La campana sommersa o La fiamma, oltre che, naturalmente, il celeberrimo poema sinfonico I pini di Roma.
Si tratta di un progetto artistico e musicologico fino a ieri considerato impossibile quello di portare in scena “Al mulino”, opera lirica in due atti e un intermezzo, che il compositore Ottorino Respighi, morto a Roma nel 1936, aveva lasciata incompleta. Rosato ha completato l’orchestrazione che Respighi non aveva terminato in seguito ad un diverbio col librettista Alberto Donini, ed ha anche ricostruito il libretto musicato da, compositore nato nel 1879 a Bologna, che solo in parte coincide con quello che Donini aveva scritto, risultando per buona parte invenzione del compositore stesso.
Dopo la rottura tra Respighi e Donini, quest’ultimo aveva affidato il proprio libretto a Leopoldo Cassone e l’opera andò in scena il 17 novembre 1910 al Teatro Vittorio Emanuele di Torino. Anche Respighi si era dedicato ad una nuova opera, Semirâma, su libretto di Alessandro Cerè, che andò in scena il 20 novembre del 1910 al Teatro Comunale di Bologna. A Bologna c’era però stata una prima esecuzione del Mulino respighiano, nella versione per canto e pianoforte, sotto forma di audizione privata nel salotto della cantante Margherita Durante nel giugno del 1908, a testimonianza del fatto che Respighi, grande amante della Russia (dove aveva avuto modo di suonare come violista e di studiare composizione con Nikolaj Rimskij-Korsakov), era comunque legato a questo lavoro. Elsa Olivieri Sangiacomo (moglie di Respighi), spiegò che per portare in scena la musica di Al mulino di Respighi sarebbe stato necessario scriverci sopra un nuovo libretto, ed inoltre si era resa conto che alcune sue parti erano nel frattempo state utilizzate dal marito in altre opere. Infine, il secondo atto risultava orchestrato solo per metà.
Ad oltre un secolo di distanza dalla data di composizione de Al mulino, superate le difficoltà legate ai diritti morali e d’autore, appare di grande interesse storico e musicologico la possibilità di ascoltare un lavoro sì giovanile ma che è già ricco di spunti e modalità propri del compositore più maturo.

L’ambizioso progetto, fortemente voluto dal direttore d’orchestra Fabrizio Da Ros (primo da sinistra nella foto in altro) e avviato con Paolo Rosato (nella foto in alto e in basso) e col benestare della Fondazione Cini di Venezia (che gestisce l’Archivio Ottorino Respighi), vede ora finalmente la luce grazie alla Opera Production di Enrico Copedè e al Teatro Verdi Trieste

A sabato, per la consueta recensione.

Dittico Pagliacci/Al mulino al Teatro Verdi di Trieste

COMUNICATO STAMPA

PAGLIACCI/AL MULINO

Trieste, 7 giugno 2022: Il Teatro Verdi di Trieste chiude il cartellone della Stagione Lirica e di Balletto 2022 con un inedito dittico, Pagliacci/Al Mulino, in scena dal 10 al 18 giugno. Una stagione contraddistinta da un crescendo costante, in termini di presenze, che giunge all’epilogo con un doppio spettacolo e con un’attesa prima esecuzione mondiale.

“Pagliacci”, opera in due atti su musica e libretto di Ruggero Leoncavallo, nel nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, sarà diretto da Valerio Galli, con la regia di Victor Garcia Sierra e le scene di Paolo Vitale. Costumi di Giada Masi, light designer Stefano Gorreri. Maestro del Coro Paolo Longo. Il cast è composto da Amadi Lagha e Rubens Pellizzari (Canio/Pagliaccio), Valeria Sepe e Afag Abbasova-Budagova Nurahmed (Nedda/Colombina), David Cecconi e Stefano Meo (Tonio/Taddeo). E da Blagoj Nacoski (Peppe/Arlecchino), Min Kim (Silvio), Damiano Locatelli (Un contadino) e Francesco Paccorini (Altro contadino). Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione, con la partecipazione de “I piccoli cantori della Città di Trieste” diretti dal Maestro Cristina Semeraro. La prima rappresentazione di “Pagliacci” è andata in scena al Teatro Verdi di Trieste nel 1896, ultima in ordine di tempo nel 2003.

Al Mulino, dramma lirico in due atti di Ottorino Respighi da un libretto di Alberto Donini, ricostruzione del libretto e completamento dell’orchestrazione di Paolo Rosato, nel nuovo allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste e in prima esecuzione mondiale, sarà diretto da Fabrizio Da Ros. Regia, scene e costumi di Daniele Piscopo. Maestro del Coro Paolo Longo. Il cast è formato da Afag Abbasova-Budagova Nurahmed e Rinako Hara (Aniuska), Domenico Balzani (Nicola), Zi Zhao Guo e Motoharu Takei (Sergio), Cristian Saitta (Pope), Min Kim (Anatolio), Anna Evtekhova (Maria), Blago Nacoski (Ufficiale), Francesco Cortese e Dax Veleich (solo-lontano), Giuliano Pelizion e Armando Badia (Soldato). Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione.

“Pagliacci è una delle opere che ho più̀ a cuore – spiega Valerio Galli nelle sue note musicali – la città in cui sono nato e vivo, Viareggio, è stata la culla dei compositori veristi. Puccini, Mascagni, Cilea, Leoncavallo, hanno vissuto la loro quotidianità̀ e la loro arte in questo luogo. Hanno composto qui molte delle loro opere, talvolta scrivendone alcune parti sui muri delle locande, come Leoncavallo con La Candidata e Puccini con La Bohème. C’è una generazione, quella degli anziani del paese, che ricorda ancora moltissimi aneddoti legati alla loro presenza. Mio nonno Carlo mi ha trasmesso la passione per questi compositori e per le loro opere, non sempre apprezzate dai critici e musicisti. Personalmente considero il Verismo un filone importantissimo della produzione musicale italiana, ha avuto la forza di superare lo stile classico verdiano. Leoncavallo aveva una cultura ampia, europea. Ammirava molto Wagner. Il Coro del primo atto di Pagliacci contiene degli echi wagneriani, riporta ad atmosfere tedesche, pur essendo un’opera italianissima”. “Tornare a Trieste a dirigere Pagliacci – sottolinea ancora Galli – per me è una gioia. Mi piace la presenza del mare, è nelle mie corde, dona un prezioso respiro di libertà. Un Teatro sul mare è meraviglioso. Anche Leoncavallo aveva un legame profondo con il mare”.

Tra le sue note di regia Victor Garcia Sierra spiega come “La musica di quest’opera ci fa toccare con mano un arcobaleno di sentimenti: odio, speranza, gelosia e amore. Ho provato a mostrare la parte umana dei personaggi, che non sono lontani da ognuno di noi; la parte oscura di un uomo che sbaglia il modo di amare, un uomo che non riesce ad accettare l’amara verità̀ di una donna che non vuole più̀ stargli accanto. La regia ha intenzione di mostrarvi, in una versione non classica, l’essenza del pensiero del Compositore stesso, in un paese ancora affamato di divertimento, intento ad evadere la monotonia di tutti i giorni; i personaggi del circo diventano calore e colore, ma ognuno di loro porta dentro sé una storia da raccontare e tutto si evolve, cambia e si trasforma”.

Paolo Rosato, parlando di “Al Mulino”, in una riflessione dedicata all’opera, scrive: “Quando alcuni anni fa Fabrizio Da Ros mi chiese la disponibilità̀ a collaborare ad un ambizioso progetto quale quello di portare alla sua prima esecuzione Al Mulino, la seconda opera composta da Ottorino Respighi, che per una serie di vicende non era stata completata nella orchestrazione e che dunque non era mai eseguita se non in una versione per voci e pianoforte, in forma privata, a Bologna nel 1908, accettai con entusiasmo prima ancora di chiedermi come avrei proceduto nel lavoro che mi aspettava”. E conclude: “Si sarebbe potuto procedere con un software, per completare l’orchestrazione. Il software avrebbe avuto però bisogno di un inserimento di migliaia di dati forniti attraverso criteri selezionati comunque da un essere umano. Si è scelto, invece, di affidare ad un umano, che è egli stesso un compositore, con una propria e personale estetica musicale, l’intera operazione. Nonostante i limiti che ciò̀ comporta, e grazie ai correttivi introdotti, il sottoscritto, in accordo con Fabrizio, ritiene che l’operazione, così condotta, possa essere per il momento accettata ….. Anche criticata e giudicata, ovviamente, ma tutto ciò non potrà che giovare al riconoscimento di un capolavoro, riscoperto, del grande Ottorino Respighi. O almeno è questo è ciò che fortemente mi auguro”.

Daniele Piscopo, tra le note di regia, racconta che “quando un pittore si trova davanti a una tela bianca deve scegliere cosa fare, quali colori utilizzare, quale tecnica, quale soggetto e soprattutto quale messaggio vuole comunicare. In questo caso il soggetto lo offre il nostro Respighi, che attraverso le parole di Donini, compone un dramma dalle tinte cupe macchiato dal sangue della guerra. Dare vita a un’opera che non ha mai risuonato in un teatro è una grande responsabilità̀.

Di fronte a un quadro di questo tipo, le scelte sono due: la prima è quella di seguire la strada dell’onirico, ovvero una narrazione frutto dell’immaginazione di un personaggio che condiziona la visione globale della storia; la seconda è quella di scegliere la strada dell’iperrealismo, che ha come scopo una fedele e dettagliata rappresentazione del vero. Io ho scelto la via dell’impressionismo, dove attraverso i contrasti di luci e ombre viene rappresentato lo stato d’animo dei diversi personaggi”.

Pagliacci/Al Mulino sarà in scena: venerdì 10 giugno alle 20.30, sabato 11 giugno alle 16, domenica 12 giugno alle 16, martedì 14, giovedì 16 e sabato 18 giugno sempre alle 20.30.

I biglietti sono in vendita presso la biglietteria del teatro, aperta da martedì a sabato dalle 9 alle 16, e nei giorni di spettacolo dalle 9 alle 13 e dalle 18 alle 21. Domenica dalle 10 alle 13, e nei giorni di spettacolo anche dalle 15 alle 16. Chiusura il lunedì. Biglietti in vendita anche sul circuito Vivaticket: http://www.vivaticket.com/it/acquista-biglietti/verdi-trieste

Attive sempre le scontistiche per i giovani, per la fascia under 30 e per il pubblico tra i 30 e i 34 anni.

Per gli appuntamenti di prolusione alle opere della stagione 2022, alle ore 18 di mercoledì 8 giugno, nel Ridotto del teatro (Sala Victor De Sabata), Gianni Gori presenterà l’opera. Parteciperanno anche il direttore d’orchestra Fabrizio Da Ros e il compositore Paolo Rosato.

L’incontro è ad ingresso libero.

Conclusa la stagione ufficiale il teatro offre al pubblico un ulteriore appuntamento con l’opera, con “Il pipistrello”, dal 10 al 17 luglio. I biglietti sono già in vendita.

Foto, video e notizie sullo spettacolo sono pubblicati anche sui social ufficiali del teatro: Facebook, Instagram, Twitter, Youtube e Telegram.

Presentato a Trieste il “Progetto Beethoven”, in sinergia tra il Teatro Verdi e la Società dei concerti

Presentato oggi il Progetto Beethoven, la rassegna musicale estiva organizzata dalla Società dei Concerti di Trieste che dal 20 giugno al 24 luglio porterà a Trieste, ma anche a Sagrado, Monfalcone e Gorizia, 200 artisti tra orchestre, strumentisti di fama, solisti, e direttori d’orchestra di rilievo internazionale. 

Carmela Remigio

Il progetto nasce in occasione del 90° Anniversario dalla fondazione della Società dei Concerti di Trieste e costituisce il primo appuntamento di una serie di celebrazioni che culmineranno il 26 novembre 2022, data in cui si festeggerà questo importante traguardo.

«Questa nuova rassegna estiva – spiega il direttore artistico della Società dei Concerti Trieste, Marco Seco – vuole essere trampolino di lancio di un progetto più ambizioso, quello di realizzare il prossimo anno un Festival nel mese di settembre, in cui molteplici discipline, ovvero musica, danza, teatro, si alterneranno su diversi palcoscenici della città come il Castello di San Giusto, Piazza dell’Unità d’Italia, il Teatro lirico Giuseppe Verdi, il Teatro Il Rossetti, il Castello di Miramare, Porto vecchio, i Caffè letterari, il Museo Sartorio, il Museo Revoltella, il Molo Audace e altri luoghi che diverranno contenitori estemporanei di cultura».

I programmi proposti quest’estate ripercorrono la vita musicale del compositore attraverso una selezione di composizioni che esprimono la massima espressione della libertà, della sua musica e dei suoi più alti ideali. Tra le sinfonie verranno eseguite la prima che segna una cesura rispetto al passato, la sinfonia in do minore n.5 una delle composizioni più iconiche e famose del repertorio Beethoveniano, e due sinfonie che in cui si percepisce maggiormente la forza vitale della musica di Beethoven attraverso un inarrestabile movimento di danza. 

Inoltre ascolteremo il concerto per pianoforte e orchestra n. 3 dalle mani del pianista e direttore tedesco Alexander Lonquich, le musiche di scena per l’”Egmont” con i testi del dramma di J. W. Goethe recitati dall’attore Fabrizio Bentivoglio, l’aria per soprano e orchestra “Ah, perfido!” dalla straordinaria voce del soprano Carmela Remigio e la Fantasia Corale eseguita al pianoforte dal pianista Alessandro Taverna. Non mancheranno alcune delle ouverture più famose come Leonore n. 3 e Le creature di Prometeo. A coronamento una vasta scelta di pagine cameristiche di raro ascolto come il settimino e le Volk songs per voce e trio che verranno proposte con la partecipazione di interpreti di assoluto rilievo. 

I luoghi di realizzazione degli eventi, grazie alle collaborazioni con i relativi enti, sono i più significativi di Trieste dal punto di vista storico, artistico e culturale: il Castello di Miramare, il Castello di San Giusto, il Teatro Giuseppe Verdi di Trieste, il Museo Sartorio. Ci saranno inoltre degli appuntamenti anche fuori Trieste dove si terranno tre concerti in luoghi di grande fascino: il Palazzo Lantieri di Gorizia, l’Azienda Agricola di Castelvecchio, l’Hotel Europalace di Monfalcone e altri luoghi inediti come la realtà “esterna” alla città vera e propria di Trieste (con un concerto a Opicina alla Società Culturale Slovena).

Ad aprire le danze il 20 giugno al Teatro lirico Giuseppe Verdi di Trieste un appuntamento speciale pensato unicamente per i soci in preparazione del Festival.

Una presenza artistica di rilievo del Progetto Beethoven sarà la residenza in città per circa 10 giorni della prestigiosa orchestra LaFil Filarmonica di Milano che durante il suo soggiorno realizzerà due concerti sinfonici al Castello di San Giusto (19 e 21 luglio) con una proposta sinfonica (Sinfonie n. 5 e 8) e di concerti (n. 3 per pianoforte e aria da concerto per soprano) con solisti e direttori d’orchestra scritturati dalla SdC (Carmela Remigio, Alexander Lonquich, Felix Mildemberger) e due concerti cameristici, uno al Museo Sartorio, il 23 luglio, e uno ad Opicina, il 22 luglio, quest’ultimo ad ingresso libero, con i componenti della medesima orchestra. 

Verranno inoltre coinvolti al Castello di Miramare, il 16 luglio, il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia “Il Rossetti” per l’esecuzione delle musiche di scena dell’ “Egmont” di J. W. Goethe e della Sinfonia n.1 con l’Orchestra di Padova e del Veneto, la cantante Valentina Corò, l’attore Fabrizio Bentivoglio e il direttore Marco Angius.

Gran finale con l’Orchestra ed il Coro della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste che nel concerto del 24 luglio al Teatro Verdi si uniranno a LaFil Filarmonica di Milano nell’esecuzione, sotto la bacchetta di Marco Seco, della “Fantasia Corale” per pianoforte, soli, coro e orchestra (pf Alessandro Taverna), dell’Ouverture Leonora n. 3 e della Sinfonia n. 7.

La rassegna è organizzata con il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e del Comune di Trieste, sponsor Orologeria Bastiani rivenditore autorizzato Rolex e con la collaborazione de Il Rossetti Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, il Teatro lirico Giuseppe Verdi di Trieste, il Museo Storico e il Parco del Castello di Miramare, il Comitato AMUR, Europalace Hotel BW Signature Collection, Azienda Agricola Castelvecchio, Palazzo Lantieri, Le Dimore del Quartetto e Associazione Dimore Storiche Italiane.

Presentato a Trieste il 70° Festival di Lubiana.

Se la salute mi assiste vedrò una decina di serate di cui darò conto anche qui.

Nei giorni scorsi si è svolta, presso il glorioso Caffè San Marco di Trieste, la conferenza stampa di presentazione del 70°Festival di Lubiana, una manifestazione che OperaClick e questo blog, uniche testate in Italia, segue da anni con continuità.
Il Festival, come ha sottolineato con giustificato orgoglio il direttore Darko Brlek, non ha mai subito interruzioni neanche in periodi bui come durante la tragica guerra dei Balcani o, più recentemente, in occasione della pandemia da COVID-19.
Il programma, che come noto non prevede solo eventi legati alla musica lirica e classica ma spazia nel campo dell’Arte tout court, mantiene una stretta connotazione popolare che fa della capitale slovena un teatro a cielo aperto. Sono numerosi, infatti, anche eventi collaterali dedicati alla prosa, alla danza sino al musical e molto altro.
Anche quest’anno le serate di particolare interesse sono tantissime: solo per restare nell’ambito della musica di cui si occupa il nostro magazine segnalo, tra le altre, il Requiem di Verdi diretto da Karel Mark Chichon che aprirà la manifestazione il 3 luglio e a seguire nei giorni successivi i recital di Juan Diego Flόrez diretto da Oksana Lyniv, La damnation de Faust di Berlioz con Sophie Koch, il concerto della coppia più famosa dell’opera Anna Netrebko e Yusif Ejvazov, il Recital di Placido Domingo sino ad arrivare al concerto conclusivo dei Wiener Philarmoniker diretti da Esa-Pekka Salonen.
I trasferimenti da Trieste sono organizzati, come sempre, da Radioattività.
Sul sito del Festival potete trovare il programma completo.

La zia quantistica (ovvero di questi tempi premiano chiunque).

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Con ogni probabilità i miei happy few si aspettano la recensione del Rigoletto di cui avevo scritto la presentazione pochi giorni fa. Purtroppo un malessere che mi ha colpito come fulmin scagliato da Dio, tanto per restare in tema, mi ha costretto alla ritirata [non scendo in particolari sordidi, ma è il termine appropriato (strasmile)] dopo il primo atto.
Vi devo però un’altra notizia, bella per me – per quanto riguarda voi se avrete voglia mi direte – che riguarda un’altra delle mie passioni: la scrittura, che insieme alla fotografia, è uno dei modi in cui esprimo la (piccola) mia parte migliore.
Tempo fa ho letto che la benemerita Associazione de Banfield organizzava un concorso letterario sul tema dei caregiver e ho deciso di partecipare assieme – ho saputo poi – a un altro centinaio circa di persone.
Bene, il mio racconto si è classificato quarto e, soprattutto, ha ricevuto la Menzione Speciale dell’Ordine dei Giornalisti del Friuli Venezia Giulia, che è un riconoscimento che mi onora.
Dal momento che in vent’anni di blog ho pubblicato altre volte racconti ed elucubrazioni varie nate dalla mia vecchia ma ancora attiva testolina, lo propongo e mi riprometto – come faccio sempre, peraltro –  di rispondere in tempo ragionevole a tutti coloro che avessero domande o curiosità.
Si intitola…

La zia quantistica

“Dai, forza, se continui a fare esercizi vedrai che tornerai a camminare di nuovo.”
Mentivo sapendo di mentire. Infatti, con un sorriso bonario e stanco, papà mi rispose così: “Sei sempre stato un gran motivatore, ma come bugiardo non valevi un cazzo neanche da piccolo.”
Fu l’ultima cosa che mi disse, perché poche ore dopo se ne andò da questa vita, uscendo da casa a testa in giù in una sacca nera. Certo, io per fargli l’ultimo omaggio lo feci accompagnare dalla sua prediletta Terza di Mahler diretta da Bernstein, quasi a volerlo tenere di qua ancora un po’. Un gesto ruffiano che ho fatto più per me che per lui, peraltro, quasi a volermi assolvere dal fatto che sono stato un figlio così così, nella migliore delle ipotesi.
Ora bisognava affrontare un’altra questione, ed era terribilmente seria: chi e come avrebbe dato la triste notizia a sua sorella, mia zia?
La quale zia aveva un nome antico, gentile, ma l’indole era quella di un pitbull che non mangia da un mese. O meglio, lo era a suo tempo, prima che un ictus ne domasse le esuberanze caratteriali e la dotasse di singolari super poteri.
Sorniona, segaligna, incanutita e ormai quasi calva, distesa (sì, distesa) sulla sedia a rotelle riconosceva (forse) solo la badante. Noi nipoti e pronipoti eravamo troppi e ci chiamava con nomi a caso innescando surreali siparietti.
“Paolo, senti…”
“Zia, sono Franco.”
“Ok, Giacomo devi dire a Paolo che…”
“Zia, Giacomo non è qui, viene più tardi. E io sono sempre Franco, non Paolo.”
“Franco, avverti la moglie di Paolo, Elena, che domani…”
“Zia, no, la moglie di Paolo è Betta.”
E così via.
Nonostante il permanente stato confusionale continuava a fare le parole crociate, una delle passioni della sua vita, e quando leggeva, che ne so: 10 verticale, Padre di Aida, otto lettere, il suo Amonasro usciva subito. Non ne sbagliava una.
Negli ultimi anni aveva scritto, in triestino, una specie di albero genealogico della famiglia a partire dal 1850 in poi e se le chiedevi come si chiamasse la moglie di qualche nostro trisavolo non solo lo sapeva, ma snocciolava anche le date di nascita e morte.
Era zitella e aveva tutte le caratteristiche che nell’immaginario collettivo si attribuiscono alle donne non sposate e arrivate più o meno felicemente a una certa età. Negli anni era stata fiera e scorbutica oppositrice (eufemismo) di tutte le femmine che entravano – o cercavano di farlo, poverette – a far parte della nostra problematica famiglia. Lo faceva a prescindere, ex ante, la sua era una missione: trovare difetti e lati oscuri anche nelle pretendenti più limpide. Rossini, che amava molto, le aveva scritto il mantra: “Le femmine d’Italia son disinvolte e scaltre, e sanno più dell’altre l’arte di farsi amar.”
Quest’atteggiamento aveva creato anche situazioni paradossali, tipo che mio nonno – suo padre, col quale abitava, rimasto vedovo giovanissimo – doveva lottare duramente per portare ogni tanto a casa la donna con cui stava da quasi trent’anni. Il nonno, che era un ragazzo del 99 – quello vero, il 1899 – e aveva fatto la guerra in trincea, diceva – scherzando? –  che neanche gli shrapnel gli avevano messo tanta paura.
Del resto, dal 1940 in poi circostanze luttuose l’avevano destinata a fare da mamma a stuoli di maschi infoiati, maldestri e testosteronici incapaci d’intendere e di volere e, soprattutto, non in grado di tenerselo nei pantaloni; perciò si era guadagnata sul campo il diritto di eseguire il lavoro sporco di selezione: qualcuno doveva pur farlo e lei era entusiasta dell’incarico.
Tutte queste asperità si erano però stemperate in pochi attimi, quando la sua mente uscì da un ictus liscia, levigata, rendendola un’altra persona malgrado l’aspetto fosse sempre lo stesso. E, appunto, aveva perso quasi del tutto la memoria a breve termine.
Io e mio fratello, visto che le circostanze ce lo imponevano, ci dividemmo i compiti: a me papà, mentre lui si sarebbe occupato di zia.
Ci rivolgemmo a un’agenzia specializzata che trattava l’allocazione di badanti, quasi tutte provenienti dall’Est europeo, che per noi triestini in molti casi è a pochi chilometri da casa.
La legge sull’assunzione di queste benedette signore, dopo la giungla dei primi anni, era diventata più severa e più giusta ma imponeva anche costi davvero rimarchevoli. Insomma, si prospettavano sacrifici importanti e rinunce dolorose.
Beh, a posteriori posso affermare con certezza che non rimpiango certo i soldi spesi, perché almeno abbiamo garantito una vita dignitosa ai nostri cari.
Per poter assumere la badante regolarmente era necessario darle la residenza nell’abitazione della zia e ristrutturare l’appartamento. Ci sembrava un ostacolo insormontabile, perché la vegliarda era vissuta sempre con mio nonno o da sola, quando lui se ne andò perché non era stato capace di uscire da un bicchiere.
In realtà le nostre erano preoccupazioni eccessive perché, approfittando di una sua forzata sosta in ospedale, mettemmo tutto a posto in una quindicina di giorni. Quando tornò a casa non si accorse di nulla, credo: neanche che avevamo violato la sacra camera del nonno, che era rimasta chiusa a chiave per quarant’anni.
Zia sopravvisse a papà per quasi un decennio e col tempo le sue condizioni fisiche e psicologiche peggiorarono molto. Parlava di rado e spesso i suoi discorsi erano inintelligibili come certi quadri d’avanguardia in cui, a stento, si intuisce qualcosa. Spesso fummo costretti a ricoverarla in ospedale e lei neanche se ne accorgeva, non aveva più orizzonti, era persa in una nebbia persistente e senza tempo in cui lo spazio, il passato, il presente e il futuro erano diventati concetti vuoti. In un certo senso si può dire che abbracciò le teorie di Einstein.
Ormai quasi trasparente, respirava piano, con un soffio impercettibile, tanto che qualche volta guardandola non si capiva se fosse viva o morta: la Zia di Schrödinger.
Ma torniamo al punto.
Il giorno dopo la dipartita di papà io e mio fratello andammo a casa sua per portarle la triste notizia. Eravamo più terrorizzati che addolorati, tanto temevamo di aggravare la sua condizione psicologica.
Entrammo e lei, con uno sguardo vuoto, ci fissò. Era palese che non ci avesse riconosciuti.
Dissi con tono grave: “Zia…” ma lei mi bloccò e mi chiese subito: “Come sta papà?”
Gelo.
“Zia – ripresi – stanotte papà è morto.”
Silenzio.
“Che bel mulo… – disse guardando il soffitto – el iera un bellissimo mulo”.
E scoppiò in un pianto dirotto, che strappava l’anima.
Siamo stati lì ancora un po’, a chiacchierare con la sua badante, guardando e riguardando l’ultima foto in cui fratello e sorella erano insieme, scattata un paio d’anni prima. Erano entrambi provati dalle malattie e da una vita ingenerosa, ma sembravano felici.
Poi ce ne andammo, ognuno a casa propria.
Passarono un paio di settimane e tornai da lei a portarle dei biscotti.
Appena entrato mi guardò e disse: “Come sta papà?”
“Zia, papà è morto, te l’ho detto poco tempo fa.”
Silenzio.
“Che bel mulo… – disse guardando il soffitto – el iera un bellissimo mulo”.
E ricominciò a piangere, forse ancora più violentemente della prima volta.
Ero sconcertato e tristissimo perché a queste situazioni nessuno è mai preparato.
Me ne andai e tornai a casa, ma dentro di me c’era una burrasca di sentimenti contrastanti.
Allora, soprattutto per sincerarmi che stesse bene la chiamai al telefono. Rispose la signora slovena che la accudiva:
“C’è Paolo per te, te lo passo?”
“Chi?” – sentii dire –
“Paolo, tuo nipote.”
“Sì, passamelo.”
“Ciao zia, come va?”
“Ah, solito, papà come sta?”
Sorrisi amaro, ma sorrisi. Perché aggiungere dolore a dolore, che diritto avevo? Allora risposi.
“Bene zia, papà sta bene e ti saluta.”
Che poi, chissà, era anche vero.

Al Teatro Verdi di Trieste la primavera arriva con Stravinskij e Britten

A pochi giorni dall’atteso Rigoletto si è svolto al Teatro Verdi di Trieste un “Concerto di primavera” interessante e raffinato, che prevedeva due pagine musicali di rara esecuzione firmate da Igor Stravinskij e Benjamin Britten.
I brani sono sostanzialmente coevi – risalgono entrambi a metà Novecento del secolo scorso – e hanno in comune una laica religiosità che si esprime con atmosfere tipiche della musica corale sacra.
La Cantata per soli, coro femminile e cinque strumenti di Stravinskij, eseguita in apertura di serata, è stato il primo passo del compositore verso la musica dodecafonica e si basa su testi poetici medievali di autore ignoto.
La struttura, che si compone di sette parti, prevede oltre al coro femminile tre interventi molto impegnativi di tenore e soprano affidati a due artisti del coro della fondazione: il soprano Luisella Capoccia e il tenore Francesco Cortese.
Entrambi sono usciti bene da una prova difficile, nonostante un piccolo incidente proprio nel finale del Ricercar per il bravissimo Cortese, brillante a destreggiarsi in una parte lunga e soprattutto scomodissima per tessitura vocale. Buona anche la prova del soprano, che ha messo in mostra una voce piccolina ma educata.
Eccellente l’apporto del coro femminile e dei professori d’orchestra: Valter Zampiron e Daniele Porcile al flauto, Giovanni Scocchi all’oboe e corno inglese, Matteo Salizzoni al violoncello e Marco Bardi all’oboe, che ha sostituito la prevista Paola Fundarò.
A seguire è stata eseguita A ceremony of Carols di Britten – anche in questo caso i testi sono parzialmente anonimi – un lavoro singolare e di grande fascino in cui il coro femminile è protagonista assoluto.
Diviso in tre parti (Procession, Carols e Recession) prevede anche un interludio per arpa sola, qui interpretato dalla puntuale Sofia Marzetti, e due brevi interventi solistici di soprano e contralto (brave Vida Matičič Malnaršič e Anna Katarzyna Ir).
L’esecuzione è stata emozionante grazie al clima raccolto e al contempo brillante creato dal coro, capace di esprimersi con sentimento e precisione.
Paolo Longo, da quest’anno alla testa del coro della fondazione, ha diretto la “sua” compagine con la consueta passione in un repertorio che ama e che gli è particolarmente congeniale.
Pubblico scarso ma partecipe e generoso di applausi per una serata gradevole che si è chiusa con il bis di una Carol.
Un appunto al management del Verdi: forse sarebbe il caso, a maggior ragione quando si ascoltano brani non troppo noti, di stampare un libretto di sala meno striminzito.

gor StravinskijCantata per soli, coro femminile e cinque strumenti
Benjamin BrittenA Ceremony of Carols
  
DirettorePaolo Longo
  
SopranoLuisella Capoccia
TenoreFrancesco Cortese
  
FlautiValter Zampiron, Daniele Porcile
Oboe e corno ingleseGiovanni Scocchi, Marco Bardi
VioloncelloMatteo Salizzoni
ArpaSofia Marzetti
  
Coro femminile del Teatro Verdi di Trieste
  

Rigoletto al Teatro Verdi di Trieste: ovvero di puttane, critici coglioni e ricordi personali.

Premetto che parlare del Rigoletto in maniera non voglio dire esauriente, ma anche solo parzialmente soddisfacente è impossibile.
C’è una letteratura sterminata che descrive nei particolari questo lavoro di Giuseppe Verdi, e gli argomenti d’affrontare sono davvero tanti e tutti di estremo interesse.
Rigoletto è un lavoro popolarissimo e credo che oggi identifichi la musica di Giuseppe Verdi nell’immaginario collettivo come nessun’altra opera, con la sola eccezione della Traviata.
È sempre stato così, basta guardare la cronologia delle rappresentazioni di un qualsiasi teatro italiano: ci sono Rigoletti a centinaia. Alcune melodie o versi – penso alla canzone La donna è mobile ma anche a frasi quali vendetta tremenda vendetta – sono divenute proverbiali.
In questa presentazione mi soffermerò un po’ sulla genesi dell’opera sino al debutto che avvenne alla Fenice di Venezia, l’11 marzo 1851.
Forse è opportuno cominciare con le parole di Verdi stesso, espunte (non so che voglia dire, ma mi pare ci stia bene) da una lettera a Francesco Maria Piave:

Tentate! Il sogetto è grande, immenso, ed avvi un carattere che è una delle più grandi creazioni che vanti il teatro di tutti i paesi e di tutte le epoche. Il sogetto è Le Roi s’amuse, ed il carattere di cui ti parlo sarebbe Tribolet che se Varese (Felice Varesi) è scritturato nulla di meglio per Lui e per noi.
P.S. Appena ricevuta questa lettera mettiti quattro gambe: corri per tutta la città, e cerca una persona influente che possa ottenere il permesso di fare Le Roi s’amuse.
Non addormentarti: scuotiti: fa presto. Ti aspetto a Busseto ma non adesso, dopo che avranno scelto il sogetto.

Siamo nel 1850 e Verdi doveva onorare un contratto con la Fenice di Venezia. All’inizio il compositore si era orientato a musicare un altro testo, ma fu folgorato (o quasi, a dire il vero) sulla via di Victor Hugo (smile). E Piave dietro di lui.
Il problema principale, al solito, era la stretta censura. In questo senso Piave fu rassicurato anche dal responsabile della Fenice, Carlo Marzari. Indarno indarno, perché pochi mesi dopo sorsero i primi problemi.

Verdi allora scrisse una lettera piuttosto esplicita a Marzari stesso:

Il dubbio che Le Roi s’amuse non si permetta mi mette in grave imbarazzo. Fui assicurato da Piave che non eravi ostacolo per quel sogetto, ed io, fidando nel suo poeta, mi posi a studiarlo, a meditarlo profondamente, e l’idea, la tinta musicale erano nella mia mente trovate. Posso dire che per me il principale lavoro era fatto. Se ora fossi costretto appigliarmi ad altro sogetto, non basterebbe più il tempo di fare tale studio, e non potrei scriver un’opera di cui la mia coscienza fosse contenta.

A questo punto Marzari chiese che gli fosse mandato il libretto, in maniera da poterlo valutare e sottoporre al giudizio delle autorità competenti.
Tutte queste precauzioni e reticenze perché il dramma teatrale di Hugo aveva sollevato scandali tremendi in Francia e in Germania. Addirittura, a Parigi, dopo l’esordio del 1832, Le Roi s’amuse non andò più in scena sino al 1882, a causa “della dissolutezza di cui era gonfio”.
Il lavoro però fu pubblicato e Hugo stesso nella prefazione spiegò le motivazioni che l’avevano indotto a scrivere un dramma così scandaloso per il tempo.
Nelle prime righe di questo scritto c’è un ritratto definitivo del personaggio principale, che non lascia spazio a troppe interpretazioni. Anche a distanza di tanti anni, trovo che sia la descrizione migliore dei tratti distintivi di Rigoletto. Scrive infatti Hugo:

Triboulet è deforme, Triboulet è malato, Triboulet è buffone di corte; triplice infelicità che lo rende cattivo. Triboulet odia il Re perché è il Re, i gentiluomini perché sono gentiluomini, gli uomini perché non hanno tutti una gobba sulla schiena.
Il suo passatempo è di mettere continuamente in urto tra di loro i gentiluomini e il Re, facendo spezzare il debole contro il più forte.

Però non era certo questa manifestazione disperata di cattiveria – forse un po’ smorzata nella rielaborazione verdiana –  che rendeva il testo pericoloso agli occhi della censura, il problema stava nella fama di rivoluzionario di Hugo e nella trama, che prevedeva un re dai comportamenti assai poco regali, che violenta la moglie di un cortigiano, va a puttane per taverne di dubbia fama e seduce una ragazzina.
Il Potere, a qualsiasi tempo e latitudine, non ha mai voluto e mai vorrà essere rappresentato come irrimediabilmente corrotto e, infatti, il governatore militare di Venezia proibì qualsiasi esibizione del dramma, modificato o meno. Non solo,  si lamentò che due personalità come Piave e Verdi avessero scelto un soggetto che non faceva onore alla loro arte, zeppo com’era di ributtante immoralità ed oscena trivialità.
Dopo interminabili peripezie, patteggiamenti e casini vari che videro coinvolti tutti, da Verdi a Marzari, a funzionari dell’Ordine Pubblico e potentati vari si giunse ad un accordo.
L’azione fu spostata nei tempi e nei luoghi, qualche scena fu attutita nelle parti più scabrose, i nomi dei protagonisti cambiati in modo che non echeggiasse, neanche da lontano, a chi si faceva riferimento. Invece di La maledizione l’opera si chiamò Rigoletto, come il protagonista.
Furono risolti anche i consueti problemi di cast. Alla fine Felice Varesi fu scelto per la parte di Rigoletto, il tenore Raffaele Mirate (un Moriani giovane – disse Piave -) interpretò il Duca.
Per la parte del soprano Verdi pensò alla brava e affidabile Teresa De Giuli (che abbiamo già incontrato come creatrice di Lida nella Battaglia di Legnano), ma la signora rifiutò. Furono scartate anche altre primedonne, quali Sofia Cruvelli, Giulia Sanchioli e Virginia Boccabadati (figlia di Luisa, anche lei soprano attivissimo negli anni precedenti).
Alla fine la scelta cadde su Teresina Brambilla.

La prima ottenne un successo notevolissimo di pubblico mentre i critici (vil razza dannata, strasmile) furono più cauti quando non addirittura scettici sul valore dell’opera, esponendosi così al ludibrio e allo scherno dei posteri. Chissà se succederà anche a me, qualche volta ci penso…
Qualcuno scrisse che Verdi guardava troppo avanti, altri che guardava indietro, a Mozart. Ci fu chi giudicò l’opera banale e chi invece troppo audace e di gusto dubbio.
Si distinsero due critici inglesi, quello del “Times” che definì Rigoletto l’opera più debole di Verdi e tale Chorley, che addirittura si spinse a scrivere di una musica puerile e ridicola, piena di volgarità e di eccentricità e povera d’idee. Non male come bestialità, direi.
Eppure questa musica che oggi in molti, specialmente tra i melomani, danno per scontata, ai tempi del debutto è stata considerata rivoluzionaria perché in qualche modo si allontanava dalla tradizione consolidata, che concepiva la lirica esclusivamente come espressione di pura vocalità. Le critiche del tempo, cui ho già accennato, sono lì a testimoniarlo.
La rivoluzione verdiana sta proprio nella novità della concezione teatrale, che vede la melodia strettamente legata alla drammaturgia. Una simbiosi perfetta che si esplicita, per esempio, con i duetti che sono addirittura cinque.
Michele Girardi nel suo saggio per la Fenice rileva come:

 “la figura (di Rigoletto) venga definita all’interno di un sistema di relazioni col mondo intimo dei propri affetti, in aperta dialettica col mondo esterno in cui talora si specchia”

Il che è certamente vero, ma è anche indiscutibile che Rigoletto è costretto a rifugiarsi nel privato perché riconosciuto dal mondo esterno come diverso, in ragione della sua difformità fisica. Verdi è anche il compositore del diverso: si pensi ad Alvaro, a Otello, percepiti dall’esterno con sospetto per il colore della pelle.
E alla fine si può ben dire che Rigoletto, nonostante i tanti duetti – che implicano interazione e quindi potenzialmente conoscenza tra i personaggi – sia opera d’incomunicabilità e di claustrofobia dei sentimenti.
I dialoghi sono improduttivi con la figlia Gilda, sono assenti col Duca. L’unico personaggio col quale Rigoletto interagisce realmente è Sparafucile, il sicario. Non è un caso perché Sparafucile è necessario a Rigoletto per la sua vendetta e anche perché è un personaggio di rango inferiore, non è un nobile cortigiano. Non è un caso – ma è chiaro solo nella stesura originale del dramma di Hugo – che Rigoletto si rivolga a Marullo senza il consueto disprezzo nella terribile quarta scena del secondo atto (tu c’hai l’alma gentil come il core, dimmi tu dove l’hanno nascosta?). Marullo è sì un cortigiano, ma ha provenienza popolare.
Segnalo anche un illuminante intervento di Alberto Moravia, che si riferisce in generale all’opera drammaturgica di Hugo e Verdi, ed è quindi pertinente anche per il Rigoletto e l’opera in genere.

“I personaggi di Hugo sono prima che uomini, uomini del medioevo e del rinascimento e pertanto sono oggi illeggibili o non rappresentabili. Verdi, lui, non credeva affatto nella storia né come evasione né come ricostruzione. I suoi personaggi sono fuori della storia anche se sono in costume.
Così ci interessano tutt’oggi appunto perché sono prima di tutto uomini, e poi uomini del medioevo e del rinascimento.
Noi spettatori ci possiamo quindi confrontare con loro al di là del tempo e dello spazio.
Concludo questa mia pallosissima elucubrazione con un ricordo personale.
Come detto in apertura, Rigoletto è stato rappresentato ovunque molto spesso e Trieste non fa eccezione.
Tra le tante produzioni ce ne sono tre in particolare di cui ho una testimonianza indiretta, attraverso i ricordi di mio padre che da qualche tempo non c’è più.
Si tratta degli allestimenti del 1934, 1940 e 1942, sempre al Politeama Rossetti – a quei tempi la lirica si faceva ovunque, era popolare davvero – con il leggendario Carlo Galeffi nella parte del protagonista.
Mi diceva papà che il grande baritono percorreva in lungo e in largo il palcoscenico tenendo una corona interminabile su “un vindice avraaaaaaaaaaaaai sììììììììììììì vendetta tremenda vendetta”, mandando in visibilio il pubblico. Questa registrazione sembra confermarlo:


Altri tempi, altri uomini, altri spettatori.
Insomma, con un po’ di fatica (mia nel cercare di sintetizzare vicende complesse) e soprattutto vostra nel leggere questa lenzuolata, siamo arrivati alla fine di questa presentazione.

Concerto di primavera al Teatro Verdi di Trieste

COMUNICATO STAMPA

CONCERTO DI PRIMAVERA

Trieste, 22 aprile 2022: Un appuntamento speciale, che vedrà protagoniste le voci femminili della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, insieme ad alcuni solisti e all’ orchestra della Fondazione.

Martedì 3 maggio alle 20.30 va in scena il “Concerto di Primavera”, con il coro diretto dal Maestro Paolo Longo. Il programma prevede, nella prima parte, la “Cantata per soprano e tenore soli, coro femminile e cinque strumenti” di Igor Stravinskij, con il soprano Luisella Capoccia e il tenore Francesco Cortese, accompagnati dai flauti Valter Zampiron e Daniele Porcile, dall’oboe Paola Fundarò, dall’ oboe e corno inglese Giovanni Scocchi e dal violoncello Matteo Salizzoni. Nella seconda parte “A Ceremony of Carols per coro femminile, voci soliste e arpa” di Benjamin Britten. Treble I: Vida Matičič Malnaršič. Treble II: Anna Katarzyna Ir. All’arpa Sofia Marzetti.

“Si tratta di un concerto molto particolare – spiega Longo – con due brani di colossi del Novecento. Nel primo, oltre al coro e ai solisti, c’è un piccolo ensemble, mentre nel secondo da rilevare la presenza dell’arpa che non solo accompagna, ma si ritaglia anche un momento solistico, un dettaglio che timbricamente regala una dimensione diversa, speciale”. Per quanto riguarda invece le parti solistiche dei cantanti, Longo ricorda come “in Stravinskij, in particolare, sono preponderanti e complesse, qui i cantanti hanno modo di mostrarsi pienamente, nella loro completezza”. Parlando in generale della musica, il Maestro cita anche un “denominatore comune nel concerto, sono entrambi lavori di ispirazione sacra, su testi inglesi antichi. Ma se la cantata di Stravinskij è una perla rara, che si esegue poco – precisa – quella di Britten invece è molto famosa, popolare e conosciuta nei Paesi anglosassoni, presentata spesso in occasione di festività importanti”.

Il concerto va ad arricchire la stagione lirica e di balletto 2022 del Teatro Verdi.

I biglietti, a partire da 10 euro, sono in vendita presso la biglietteria del teatro, aperta da martedì a sabato dalle 9 alle 16, e nei giorni di spettacolo dalle 9 alle 13 e dalle 18 alle 21. Domenica dalle 10 alle 13, e nei giorni di spettacolo anche dalle 15 alle 16. Chiusura il lunedì. Biglietti in vendita anche sul circuito Vivaticket: www.vivaticket.com/it/acquista-biglietti/verdi-trieste.

Notizie, foto, video e ulteriori informazioni sono presenti sui canali social ufficiali del teatro: Facebook, Instagram, Twitter, Youtube e Telegram.

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