Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Qualche considerazione a caldo sulla nuova stagione di Lirica e Balletto al Teatro Verdi di Trieste.

È stata presentata oggi la nuova stagione di Lirica e balletto del Teatro Verdi di Trieste. Prima di pubblicare, a seguire, il comunicato stampa, volevo esprimere un paio di opinioni.
Sarà che sono vecchio – dico davvero – e ho visto un po’ di tutto ma il cartellone lirico non mi soddisfa e i motivi sono quelli di sempre: si tratta di una fotocopia di cartelloni standard che si possono vedere o si sono visti ovunque in Italia, magari con cast più attraenti. Ma i cantanti e le regie si valutano di volta in volta e ho la serenità per farlo senza pregiudizi.
Detto francamente, io di Bohème e Turandot non ne posso più, il Macbeth è lo stesso di una decina di anni fa con la regia bella, ma ormai stantia e superata, di Brockhaus.
Otello con Oren sul podio…boh…può essere qualsiasi cosa. Bene I Capuleti e i Montecchi di Bellini e Orfeo e Euridice di Gluck. Sono sei titoli più un balletto, Romeo and Juliet di Prokofiev, che sarà sicuramente di livello perché viene da Lubiana dove nella danza – e non solo – sono bravissimi.
Sono felicissimo di risentire Daniela Barcellona, Ruth Iniesta e Marco Ciaponi: soprattutto sono contento che torni a Trieste Silvia Dalla Benetta, uno dei soprani più sottovalutati degli ultimi vent’anni. I direttori d’orchestra sono potenzialmente buoni per un teatro come quello triestino.
Mancano, invece, i nomi di molti cantanti che a Trieste hanno fatto bene e hanno in repertorio opere in cartellone.
Se invece di essere triestino fossi di un’altra città non vedrei motivi per venire a Trieste, che oltretutto è carissima e servita in modo abominevole dalle ferrovie.
Non mi metto neanche a fare la lista leporelliana dei compositori e le opere che non sono presenti da anni al Verdi di Trieste.
Ora, ben consapevole che criticare è facile, soprattutto quando non si conoscono le disponibilità finanziarie, le esigenze geopolitiche e tutto il resto, a me pare chiaro che manchi, clamorosamente, una programmazione meditata a medio termine, un progetto generale e si continui a vivere alla giornata.
Non mi farò nuovi amici con questo mio intervento e, anzi, forse ne perderò qualcuno, ma pazienza.
Scrivo in rete dal 1996 e mi sono costruito una credibilità che mi consente, spero, anche qualche esuberanza caratteriale.
A seguire il comunicato stampa.

COMUNICATO STAMPA

La Stagione Lirica e di Balletto 2022-23 del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste apre il 4 novembre con Otello, titolo fondante per la storia musicale della città e mancante in cartellone da ben 12 anni. In totale verranno presentati sei titoli d’opera e uno di balletto, fra cui una nuova Bohème, un nuovo allestimento del barocco Orfeo ed Euridice e in chiusura Turandot, opera sempre di grande richiamo popolare. Titoli e cast sono stati pensati nello spirito di rafforzare il ruolo di Trieste come crocevia di culture, potenziando le collaborazioni oltre confine, proseguendo la ricerca di nuovi talenti dai territori emergenti nel mondo ormai globalizzato dell’opera, attività di scouting che ha già portato in passato future star internazionali al loro debutto italiano proprio al Verdi. Senza dimenticare la valorizzazione delle migliori intelligenze della regione e un occhio di riguardo al pubblico con incentivi economici per il ritorno alla normale vita d’arte e cultura in città e non solo.

L’Otello di Verdi, fra i titoli più rappresentati nella storia del Teatro Verdi, ha portato in città alcune delle voci apicali della storia del bel canto novecentesco, è quindi chiaro che la sua riproposizione in apertura di stagione, dopo ben 12 anni di assenza, sia un passo importante per l’offerta culturale della città: il regista sarà lo stesso Giulio Ciabatti che affiancò il direttore Nello Santi nel riuscito, ultimo allestimento del 2010. Forte di un’importante carriera internazionale e di un solido rapporto con il pubblico triestino che ha nel tempo potuto apprezzare le sue regie per importanti titoli d’opera – fra cui Lucia di Lammermoor, Madama Butterfly, Il barbiere di Siviglia, La traviata – per titoli contemporanei come La voix humaine, I sette peccati capitali, Mr. Hyde e anche per spettacoli più singolari come il Piccolo Flauto Magico per le marionette dei Piccoli di Podrecca al Teatro Rossetti, Ciabatti rileggerà la tragedia più popolare del Mare Adriatico con creatività ma senza forzature, come è nel suo stile. Il primo Otello a presentarsi al pubblico del Verdi sarà Arsen Soghomonyan, tenore armeno di indiscutibile prestigio internazionale, soprattutto nei teatri slavi, anglosassoni e tedeschi, incluse le sue collaborazioni con Metha, Petrenko e i Berliner, ma rarissimo sui palchi italiani. Otello di assoluto riferimento Soghomonyan si alternerà nel ruolo al giovane talento Mikheil Sheshaberidze, georgiano ma cresciuto nelle accademie italiane, con un forte legame col nostro Nord Est, avendo già debuttato ad Arena di Verona e studiando sotto la direzione di Giancarlo Del Monaco. Lianna Haroutounian, considerata uno dei migliori soprani verdiani della sua generazione e ospitata nei migliori palchi del mondo, dalla Royal Opera House al Metropolitan a fianco di star di prima grandezza come Jonas Kaufmann, completa il cast dell’inaugurazione, guidato da Daniel Oren, uno dei direttori più amati dalla città e di solida fama internazionale. Sul podio Oren si alternerà all’italiano Ivan Ciampa, tra i direttori più stimati nel mondo sul grande repertorio di tradizione italiana. Da notare inoltre nel cast lo Jago del baritono russo Roman Burdenko, vera sorpresa dell’ultima stagione areniana dove ha sostituito Domingo ottenendo critiche entusiastiche da parte di tutta la stampa.

La Fondazione porta in scena Otello al Teatro Giovanni da Udine di Udine il 14 gennaio 2023 e al Teatro Comunale Giuseppe Verdi Pordenone il 26 maggio 2023.

A Otello, ricco di sorprese vocali e robuste certezze, seguirà a dicembre il nuovo allestimento, la pucciniana Bohème firmata da Carlo Antonio De Lucia, ex tenore e produttore, da anni dedito alle regie liriche. Già noto al pubblico triestino e di certo tra i più solidi sostenitori di uno stile registico atto ad esaltare le voci, De Lucia verrà affiancato sul podio da Christopher Franklin, direttore statunitense cresciuto nei migliori teatri italiani ed europei, nonché bacchetta ben conosciuta in città. Opera di gioventù per eccellenza, la nuova Bohème  inanella un cast fresco, vocalmente ed esteticamente convincente, guidato dalle belle voci e dai bei volti del soprano Lavinia Bini, in staffetta con Filomena Fittipaldi, del musicista e tenore Alessandro Scotto di Luzio, in alternanza con il portoghese Carlos Cardoso per il ruolo di Rodolfo: voci giovani ma sicure che contribuiranno certamente ad una resa convincente di un testo che ha visto in passato sul palco triestino nomi davvero iconici del ‘900 e merita dunque la massima attenzione.

Il 2023 si aprirà invece il 27 gennaio con la ripresa dell’allestimento del 2013 del Macbeth di Verdi, in coproduzione con Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi e Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova. L’interpretazione del regista Henning Brockhaus, fra le più vissute e celebrate sui palchi del globo tanto da essere considerato un grande classico del teatro, racconta un mondo violento, incomprensibile, usurato dalla brama di potere e in questo contesto correttamente oscuro si muoverà la Lady Macbeth del soprano vicentino Silvia Dalla Benetta, premio Abbiati 2021 nel ruolo per la sua interpretazione al Festival Verdi di Parma, in alternanza al soprano olandese Gabrielle Mouhlen, già allieva di Monserrat Caballé e nota al pubblico del Verdi grazie a Turandot. Macbeth vedrà sul palco sia il solido baritono italiano Giovanni Meoni sia il giovane coreano Leon Kim, vera rivelazione degli ultimi anni ed ennesima conferma di quanto sia il peso dei nuovi territori che si affacciano ai teatri di tradizione con importanti scuole di canto e grande passione di pubblico. Antonio Poli e Riccardo Rados completano il cast per un eccellente Macduff di provata esperienza, guidato dal Direttore Fabrizio Maria Carminati.

A febbraio si avrà poi la ripresa di un altro caposaldo del teatro lirico internazionale, I Capuleti e I Montecchi di Bellini firmati dal regista francese Arnaud Bernard nell’allestimento della Fondazione Arena di Verona in coproduzione con il Teatro la Fenice di Venezia e con la Greek National Opera. Sul podio il Direttore trevigiano Enrico Calesso, nome perfetto per attirare il turismo culturale austriaco data la sua solida reputazione oltralpe, ed un cast giovane ed internazionale con il mezzosoprano russo Anna Goryachova, illustre belcantista, in alternanza con l’ancor più giovane georgiana Sofia Koberidze, senza dimenticare la giovanissima Caterina Sala, già applaudita in Scala, e la ben conosciuta ucraina Olga Dyadiv nel ruolo di Giulietta. Di nuovo dunque, come in Bohème, un cast che rispecchia l’età immaginata dal testo dell’opera in ossequio ai principi del Maestro Giorgio Strehler, il quale amava ripetere che “alcune storie d’amore sono rese credibili solo quando chi le interpreta non ha ancora vissuto l’esperienza del disincanto amoroso tipico della maturità”. Come per Otello, anche per I Capuleti e I Montecchi è prevista una ulteriore recita che si terrà a Udine il 10 marzo nell’ambito della programmazione artistica 2022-2023 del Teatro Nuovo Giovanni da Udine.

Marzo sarà dedicato al grande balletto e soprattutto ai rapporti di collaborazione sempre più stretti che legheranno da quest’anno il Teatro Verdi con il corpo di ballo dell’Opera di Ljubljana, al fine non solo di incentivare gli scambi culturali con la vicina capitale in continua crescita artistica, ma anche di potenziare lo sviluppo di un pubblico comune, nonché riportare stabilmente il grande balletto in città, ora che la danza vive una nuova stagione di notevole popolarità dopo anni difficili. Dunque con il Romeo and Juliet di Prokofiev proseguirà la riflessione sulle elaborazioni artistiche di un mito fondante della cultura occidentale, questa volta affidato alla coreografia di Renato Zanella, cresciuto artisticamente tra Francia, Austria e Germania, già collaboratore di Roberto Bolle e Giuseppe Picone, etoile del Teatro San Carlo di Napoli.

Aprile sarà invece dedicato al barocco tedesco di Gluck con l’eterno mito di Orfeo ed Euridice, forse l’opera settecentesca non mozartiana più eseguita al mondo e mai scomparsa dalle scene anche in tempi di scarso interesse per l’opera barocca. Sul podio il giovanissimo Enrico Pagano, stimato barocchista, fondatore dell’orchestra cameristica Canova, direttore in residenza alla IUC di Roma, nella svizzera Verbano e considerato da Forbes tra i 100 giovani under 30 Leader of the Future. Il nuovo allestimento sarà curato dal regista triestino Igor Pison, già coordinatore artistico del Teatro Stabile Sloveno, noto in città per i suoi lavori in prosa al Rossetti, laureato in Germanistica a Trieste e cresciuto artisticamente tra Germania, paesi slavi e Italia, perfetta epitome del ruolo multiculturale che la città deve continuare a giocare in Europa. Il cast vede un’icona intramontabile del repertorio barocco come Daniela Barcellona nel ruolo di Orfeo alternarsi con l’ottima Antonella Colaianni, mentre Euridice vedrà sul palco la solida Ruth Iniesta e la più giovane ma già stimata soprano di Modica Chiara Notarnicola.

Chiude a maggio la stagione la Turandot firmata dal regista italiano Davide Garattini Raimondi, esperto conoscitore delle maestranze e del palco del Verdi per cui disegnò la fortunata messa in scena del 2019. La direzione sarà affidata allo spagnolo Jordi Bernàcer, solida bacchetta invitata dalle migliori orchestre e teatri internazionali. In un cast di nuovo fortemente internazionale il pluripremiato soprano Kristina Kolar sarà Turandot in staffetta con Maida Hundeling voce eminentemente wagneriana, ma dalle intense sfumature che la rendono perfetta anche per il grande repertorio liederistico, nonché nome di riferimento nei migliori teatri, come la Royal Opera House. In Turandot si è esibita con grande successo sia all’Arena di Verona sia all’opera di Pechino nel ’20.

Commenta così la nuova stagione il Sovrintendente Giuliano Polo: “Considero questa stagione una vera ripartenza, dove dobbiamo onorare alcuni impegni presi e poi rimandati causa pandemia, ma dove c’è anche una forte concentrazione di nuove produzioni, che daranno luce alle maestranze del Verdi, nonché progetti di collaborazione che spero diventino legami artistici sempre più forti per il futuro. E per incoraggiare il pubblico di Trieste a credere in una nuova normalità e soprattutto ad una vera ripartenza, abbiamo voluto venire incontro alle esigenze di economia che discende dalla difficile situazione contemporanea. L’impegno di divulgazione del teatro è chiaro e non vi è certo divulgazione con scelte economiche elitarie: il sollievo che la bellezza regala deve essere alla portata di tutti, soprattutto in tempi complessi e di incertezza. Mi preme inoltre sottolineare come il Teatro Verdi, in sintonia con le principali istituzioni italiane a partire dalla Scala, continua a considerare il proprio palco un crocevia di cultura, esperienze artistiche, creatività che non può mai venir limitato da altre ragioni che non siano al servizio del bello e del genius loci della città”

La Campagna abbonamenti inizia giovedì 15 settembre 2022 e si conclude martedì 15 novembre 2022. I turni di abbonamento sono sei, come nelle passate stagioni e le giornate di spettacolo, con l’eccezione dell’opera di inaugurazione, sono organizzate nel corso di due fine settimana con tre spettacoli in orario pomeridiano.

La Fondazione per agevolare il ritorno del pubblico a Teatro dopo il difficile periodo della pandemia, ha assunto la decisione di rimodulare la tabella prezzi, di favorire la sottoscrizione degli abbonamenti garantendo agli stessi una maggiore economicità e di presentare una nuova modalità di acquisto per i palchi. Rimangono sempre attive le agevolazioni più vantaggiose per pubblico degli studenti e i giovani fino a 34 anni.

La vendita dei biglietti per i singoli spettacoli ha inizio il 25 ottobre 2022.

La Stagione viene presentata al pubblico mercoledì 21 settembre ore 18 nella Sala principale con un evento ad ingresso libero che prevede la proiezione di brevi filmati e la partecipazione dell’Orchestra e del Coro della Fondazione.

ufficiostampa@teatroverdi-trieste.com

http://www.teatroverdi-trieste.com

Trieste, 15 settembre 2022



Grande serata al Teatro Verdi di Trieste nel secondo concerto della stagione sinfonica: strabiliante il violinista Giuseppe Gibboni e bravissimi tutti gli altri

Entrare in un teatro sostanzialmente esaurito fa sempre un certo effetto, anche un pessimista cronico come me ha inaspettati bagliori di fiducia nel futuro e la fila all’ingresso non risulta gravosa.
Comincio la mia cronaca del secondo appuntamento della stagione sinfonica con questa considerazione estemporanea, perché credo che il teatro e la cultura forse non salveranno il mondo ma per certo lo renderanno un posto meno inospitale di quanto sia ora.
Con qualche minuto di ritardo, dovuto a qualche inconveniente che deve aver sofferto il venerabile Konzertmeister Stefano Furini, la serata è principiata con l’Ouverture Egmont di Beethoven, lacerto delle musiche di scena scritte per l’omonimo dramma di Goethe.
Enrico Calesso, sul podio di un’Orchestra del Verdi ultimamente rinvigorita dalla presenza di alcuni giovani soprattutto nella sezione degli archi, ne ha dato un’interpretazione convincente, maschia, in linea con l’ispirazione eroica che permea il brano. In quest’ambito, ho apprezzato il particolare vigore dei contrabbassi.
Giuseppe Gibboni, giovane artista che ha vinto nientemeno che il Premio Paganini nel 2021, è stato il protagonista assoluto della seconda parte della serata. Bella forza, si potrebbe chiosare, era il Primo concerto per violino e orchestra in re maggiore di Paganini!
La realtà, come sempre succede, è un po’ più complessa perché suonare e interpretare sono due cose affatto diverse e ho visto non pochi violinisti limitarsi a compitare note in modo meccanico: belli senz’anima.
Gibboni invece, tanto è composto in scena, nulla concedendo a facili effetti coreografici, tanto è espressivo col suo Balestrieri che sembra un prolungamento del corpo e soprattutto dell’anima.
Ma c’è anche l’orchestra, che soprattutto nell’introduzione dell’Allegro iniziale prepara benissimo l’ingresso del solista; ingresso che è folgorante e ci porta subito nel mondo di quel controverso personaggio che fu Paganini. Salti di ottava violenti e arditi arpeggi sono gestiti non solo con impagabile perizia tecnica, ma anche con un pieno controllo delle fantasmagoriche dinamiche richieste. Il virtuosismo non è mai esibito ma sempre indirizzato a un’esuberanza interpretativa controllata, circostanza poi confermata dal più cantabile Adagio successivo in cui si percepiscono echi di un romanticismo mosso, quasi turbato da oscuri baluginii presaghi di morte.
Bellissimo poi il Rondò finale, di difficoltà tecnica suprema, che mi ha ricordato – chiedo scusa – certi lunari personaggi felliniani e, addirittura, la feroce ironia circense della Quarta di Mahler.
Eccellente il dialogo con direttore e orchestra – belli i pizzicati degli archi – , una comunicazione fatta anche di sorrisi e approvazione di sguardi.
I tre bis finali, i primi due ovviamente capricciosissimi, seguiti da un Preludio bachiano hanno messo il sigillo a un’esibizione strepitosa e trionfale con il pubblico in stato di delirante esaltazione.
Dopo l’intervallo è stata la volta di un grande classico, la Sinfonia n.4 in mi minore di Brahms, che per me è la vetta del pur straordinario lascito del compositore.
Nella sua apparente semplicità, in quei tratti melodiosi scoperti, la pagina musicale nasconde tesori di inventiva che non è certo il caso di analizzare in una semplice recensione di carattere divulgativo.
Dietro al celeberrimo incipit si nascondono abissi da cui si riemerge parzialmente solo alla fine del lunghissimo primo movimento, mentre nell’Andante che segue si percepisce un afflato quasi religioso poi stemperato da un Allegro che cela anche contegnose mestizie.
Nell’ultimo severo movimento, ricco di cromatismi che trascolorano con stupefacente liquidità e impreziosito da un intervento del flauto – ottima la performance di Giorgio Di Giorgi –  si ha quasi la sensazione di essere preda di un turbamento onirico.
Anche in questo caso Calesso ha diretto in modo efficace, privilegiando dinamiche morbide e agogiche rilassate ma non slentate per favorire il fluire omogeneo della musica.
Ottimo il rendimento dell’orchestra, che mi pare davvero in grande crescita artistica e ha confermato, una volta di più, un carattere impetuoso ma controllato.
Il pubblico, come detto all’inizio numerosissimo, ha giustamente acclamato a lungo il direttore e la compagine locale.

Ludwig van BeethovenOuverture Egmont
Niccolò PaganiniPrimo concerto per violino e orchestra in re maggiore
Johannes BrahmsSinfonia n.4 in mi minore
  
DirettoreEnrico Calesso
ViolinoGiuseppe Gibboni
  
  
Orchestra del Teatro Verdi di Trieste






Memorabile chiusura del Festival di Lubiana: i Wiener Philharmoniker guidati da Esa-Pekka Salonen danno spettacolo nella capitale slovena

© Todd Rosenberg Photography

Si è chiuso ieri ufficialmente il settantesimo Festival di Lubiana che OperaClick, unica testata italiana, ha seguito con una certa assiduità presenziando a concerti e recital con protagonisti orchestre, cantanti e solisti tra i migliori dell’attuale panorama artistico.
Come scritto altre volte la manifestazione, di là del valore intrinseco, è soprattutto una grande festa popolare e culturale, in cui per un’estate intera la musica diventa protagonista della vita quotidiana e importante motore per il turismo e quindi l’economia della Slovenia.

Prima del concerto il direttore artistico Darko Brlek, alla presenza del Sindaco di Lubiana Zoran Janković, ha fatto un breve bilancio dell’ultima edizione, raccogliendo il grato applauso del foltissimo pubblico.
La serata era davvero speciale, basta pensare ai protagonisti: Esa-Pekka Salonen alla testa dei Wiener Philharmoniker e Rudolf Buchbinder al pianoforte, impegnati in un concerto raffinato e intrigante che si è aperto con l’esecuzione della versione orchestrale – originalmente scritta per pianoforte –  di Le tombeau de Couperin di Maurice Ravel.
Come noto, nella versione per orchestra del 1920 sono espunte due pagine perché Ravel riteneva che togliessero omogeneità e concisione al brano. La compagine è quasi cameristica ed è proprio questa prerogativa che rende così affascinante l’ascolto di questo omaggio alla musica francese del Settecento.
Un’atmosfera delicata, sognante ed eterea avvolge l’intera composizione in cui l’oboe – straordinaria la prima parte dei Wiener- e i flauti sono protagonisti.
Esa-Pekka Salonen danza sul podio con gesto elegantissimo e si conferma maestro nella gestione delle dinamiche, oltre che straordinario interprete di una musica ricca di cromatismi cangianti e atmosfere quasi fiabesche.
Dopo l’esibizione di Hélène Grimaud anche Rudolf Buchbinder si è cimentato nel Concerto in sol maggiore per pianoforte e orchestra di Ravel, ma la differenza interpretativa è stata tale che è sembrato di ascoltare due pagine musicali diverse.
Lo stile esecutivo dell’artista austriaco è affatto diverso da quello dell’interprete francese e, forse, ferma restando l’indiscutibile maestria tecnica, la solida tradizione esecutiva viennese di cui Buchbinder è da decenni uno dei cardini oggi pare un po’ datata per la pagina musicale in questione.
Di là di questa considerazione, l’interpretazione di Buchbinder è sembrata di altissima routine e nulla più, nonostante il buon dialogo con Salonen.
Grande successo per il pianista, che ha poi confermato il suo virtuosismo nel bis, dedicato a Johann Strauss.

A chiusura della serata è stata eseguita la Seconda Sinfonia in re maggiore, op. 43 di Jean Sibelius, finlandese come Esa-Pekka Salonen.
Difficile non notare come la sinfonia sia di chiara ascendenza beethoveniana: l’architettura severa, l’imponenza complessiva, sono lì a darne prova evidente.
In questo caso, dopo le rarefatte atmosfere raveliane, Salonen ha sfruttato in pieno l’impressionante potenza di fuoco dei Wiener che si è manifestata, segnatamente, nell’Allegro finale in cui la tensione emotiva era palpabile tra il pubblico.
Però Salonen è uno dei pochi direttori che, almeno nella mia esperienza, è soprattutto capace di far suonare piano l’orchestra e, in questa caratteristica, mi ricorda Claudio Abbado. Per questo motivo il fluire liquido delle dinamiche nel secondo movimento mi è sembrato il momento più alto della serata.
Dei Wiener Philharmoniker c’è poco da dire che non sia scontato: sono un’orchestra formidabile. Difficile però non restare incantati dalla bellezza del suono della compagine viennese, dalla lucente trasparenza dei legni, dal calore degli archi gravi, dal timbro celestiale dei violini e così via per tutte le sezioni. Si notano poi virtuosismi davvero notevoli nelle prime parti e citerò solo l’oboe e l’arpa.
La serata, ovviamente, si è chiusa con un bis dell’orchestra – abitudine che non amo molto, a dire il vero – che ha ulteriormente reso incandescente il trionfo per tutti i protagonisti.

Maurice RavelLe tombeau de Couperin, versione per orchestra
Maurice RavelConcerto in sol maggiore per pianoforte e orchestra
Jean SibeliusSeconda sinfonia in re maggiore op. 43
  
DirettoreEsa-Pekka Salonen
PianoforteRudolf Buchbinder
  
Wiener Philharmoniker




Trieste – Teatro Verdi: primo concerto della stagione sinfonica. Il teatro lancia un segnale positivo alla città.

Proprio nel giorno di una grande manifestazione sindacale dovuta alla vicenda della crisi alla Wärtsilä, che rischia di terremotare del tutto l’economia di una città già gravemente provata, è partita la Stagione sinfonica 2022/2023 del Teatro Verdi di Trieste che prevede sei concerti sino alla fine di novembre.
Se le preoccupazioni per la città, fuori dal teatro, sono più che legittime, piace sottolineare che il Verdi, almeno per il vernissage della stagione, è sembrato godere di buona salute perché il pubblico è stato numeroso anche grazie a una politica dei prezzi aggressiva in generale e riduzioni soprattutto per i giovani.
Si tratta di una considerazione importante, perché il teatro, qualsiasi teatro, è sempre uno dei gangli vitali della vita cittadina, non un’isola di privilegio che vive avulsa dalla realtà.
È stato Franz Schubert, con la sua Sinfonia n. 5 in si bemolle maggiore D. 485 ad aprire la stagione.
La sinfonia esordì a Vienna nel 1841, ma la composizione nasce molto prima, a metà degli anni Venti dell’Ottocento. Si tratta perciò di una musica ancora di transizione, che guarda a Mozart e Haydn ovviamente, ma raccoglie anche qualche pallida suggestione di Beethoven, dal quale si differenzia per una visione generale meno imponente temperata dal Romanticismo.
La sinfonia, affatto priva di retorica, trasmette una sensazione di intima serenità screziata saltuariamente da sprazzi meno luminosi che restano però isolati, quasi come domande irrisolte.
Strutturata nei classici quattro movimenti, la pagina musicale mantiene comunque un respiro giovanile – Schubert era meno che ventenne –  e quasi cameristico.
Già dall’incipit e dal melodioso Andante del secondo movimento si percepisce quella leggerezza tipica di certe atmosfere settecentesche, poi confermata dal Minuetto. Il brio, la contenuta esuberanza del Rondò finale confermano poi la felice ispirazione del giovane Schubert.
Hartmut Haenchen, con gesto elegante ed equilibrato, trae il meglio da una splendida Orchestra del Verdi, che ha brillato sia per la bellezza del suono degli archi sia per l’ottima prestazione di legni e fiati.

Con la seconda parte del concerto siamo sempre a Vienna, ma nel 1877, quando la Sinfonia n. 3 in re minore (Wagner-Symphonie) di Anton Bruckner fu eseguita per la prima volta – ottenendo un clamoroso fiasco, che il solito Hanslick sottolineò ferocemente –  ma il microclima musicale è del tutto diverso.
Anton Bruckner, qui colto in una delle sinfonie più opulente, è compositore che conta ammiratori e detrattori in uguale misura proprio per la sua caratteristica principale:  l’estroversa, e talora ridondante, ricchezza di ispirazione.
Già il fatto che la Terza sia dedicata a Wagner, per il quale il compositore nutriva una vera e propria venerazione, dice molto anche all’ascoltatore distratto. E se la sinfonia di Schubert eseguita nella prima parte è stata definita “senza trombe e timpani”, certo non si può affermare lo stesso del lavoro di Bruckner, basti pensare al mastodontico primo movimento.
Meno stentoreo l’Adagio seguente, in cui l’atmosfera si fa più riflessiva, ma sempre nell’ambito di un afflato sinfonico monumentale che si ritrova anche nello Scherzo successivo, ricco di riferimenti folclorici.
Nel Finale, poi, si torna alla maestosità un po’ esibita della prima parte. Ben gestiti i numerosi pizzicati degli archi e anche le frequenti pause ad effetto, cui Bruckner teneva tanto. Ottimo il rendimento degli ottoni.
Anche in questo caso l’Orchestra del Verdi, ovviamente rinforzata rispetto alla formazione quasi cameristica della prima parte, ha suonato benissimo. Merito, certo, dei professori d’orchestra, ma anche di Haenchen il quale, sempre con una contegnosa compostezza, è riuscito a mantenere limpido e omogeneo il flusso sonoro in una pagina musicale in cui basta poco per affossare tutto in un indistinto magma sonoro.
Il pubblico non ha avuto esitazioni e ha sommerso di applausi la compagine triestina e il “grande vecchio” sul podio.


ranz SchubertSinfonia n. 5 in si bemolle maggiore D. 485
Anton BrucknerSinfonia n. 3 in re minore
  
DirettoreHartmuth Haenchen
  
Orchestra del Teatro Verdi di Trieste

Festival di Lubiana: la Royal Philharmonic Orchestra in concerto con Lana Trotovšek e Maksim Risanov: luci (molte) e ombre (poche)

Il settantesimo Festival di Lubiana si sta avviando felicemente alla conclusione, che avverrà la prossima settimana con un ultimo attesissimo concerto di Rudolf Buchbinder e i Wiener Philharmoniker diretti da Esa-Pekka Salonen.
Nel frattempo si susseguono iniziative varie e concerti con grandi orchestre e famosi artisti.
Il concerto di ieri prevedeva la Royal Philharmonic Orchestra di Londra, guidata dal suo direttore musicale Vasilij Petrenko e due eccellenti solisti: Lana Trotovšek al violino e Maksim Risanov alla viola.
Inutile dire che è stato emozionante, di questi tempi grami, apprezzare la collaborazione artistica e vedere la franca stretta di mano tra Petrenko, russo, e Risanov, ucraino.
La serata si è aperta con una brillante esecuzione della Sinfonia n.1 in re maggiore op. 35 (la Classica) di Sergej Prokofjev, di cui Petrenko ha saputo esprimere tutta l’energia positiva con gesto preciso – qualche volta un po’ coreografico – ed efficace.
L’orchestra ha un suono bellissimo, trasparente e limpido, virtù che si addicono particolarmente a una pagina musicale brillante e gioiosa. Petrenko ha gestito con grande attenzione le dinamiche, scegliendo agogiche stringenti ma non precipitose. Eccellenti, in particolare, l’emozionante lirismo del Larghetto nel secondo movimento e la Gavotta del terzo, in cui il primo flauto – una giovane ragazza – è risultato fenomenale.
Nel Finale, come del resto nell’Allegro di sortita, sono sembrate evidenti le affinità elettive con parte delle composizioni sinfoniche di Haydn.
Ottima l’idea di eseguire subito dopo la Sinfonia concertante in mi bemolle maggiore per violino e viola, K1 364 di Mozart (320d), perché non ha interrotto il flusso emotivo del brano precedente.
Mozart, e certa sua leggerezza sublime, si riconosce subito dalla lunga introduzione orchestrale che agevola l’intervento dei due solisti che sono sembrati in perfetta sintonia artistica e complementari nello stile esecutivo: passionale, irruente e impetuosa Lana Trotovšek; controllato, quasi severo e meditativo Maksim Risanov. Caratteristiche che, se ci pensiamo bene, appartengono anche agli strumenti: l’esuberanza del violino, il calore della viola, in un gioco di rimandi e dialoghi caratterizzati da virtuosismi spesso estremi ma anche ripiegamenti lirici di ampio respiro, come nell’intenso Andante centrale che schiude poi le porte alla spumeggiante frivolezza del Rondò finale.
Pubblico in visibilio, che ha chiesto e ottenuto un bis – variazioni su Sarabanda di Händel – dai due solisti.

Di fronte ai monumenti, mi riferisco metaforicamente alla Quinta di Beethoven, si dovrebbe essere preda della Sindrome di Stendhal. Ebbene, spiace sottolinearlo, in questo caso l’affezione psicosomatica non si è palesata.
Vasilij Petrenko ha dato una sua interpretazione del capolavoro di Beethoven, e questo è già un merito, se si pensa che spesso sono proprio le pagine sinfoniche più note che vengono “tirate via” meccanicamente e risultano poi “belle senz’anima”. La RSO ha fatto sfoggio di un suono compatto, impressionante per qualità e valore delle singole sezioni – cos’erano gli archi gravi, una meraviglia – però non è scattata quella scintilla che fa saltare dalla sedia.
Si è percepito – almeno dalla mia posizione, l’ho affermato spesso, l’acustica del Cankarjev dom è difficile da gestire – qualche clangore di troppo.
Petrenko ha saltuariamente indugiato nelle agogiche, quasi a voler sottolineare ulteriore drammaticità e imponenza a una pagina musicale che non ne ha bisogno.
E insomma, alla fine, ne è uscita a mio parere una lettura pesante, quasi tetra, che non mi ha convinto se non per il magistero tecnico dell’orchestra.
Il pubblico ha tributato un trionfo grandioso all’esecuzione, spazzando via queste mie personalissime e opinabili considerazioni e ottenendo un bis, un lacerto delle musiche di scena di Grieg per il Peer Gynt – Il mattino – che ha esaltato le qualità della flautista che già si era segnalata in precedenza.

Sergej ProkofjevSinfonia n.1 in re maggiore op. 35
Wolfgang Amadeus MozartSinfonia concertante in mi bemolle maggiore per violino e viola, K1 364 di Mozart (320d)
Ludwig van BeethovenQuinta sinfonia in do minore op. 67
  
DirettoreVasilij Petrenko
  
ViolinoLana Trotovšek
ViolaMaksim Risanov
  
Royal Philharmonic Orchestra


 


Francesca Dego e Alessandro Taverna brillano al Festival di Portogruaro. Il pubblico li premia con grandi applausi e apprezza pure l’ostico Arnold Schönberg.

L’efficacia di un’esecuzione musicale non è mai valutabile solo dalla compitazione più o meno corretta di una serie di note, ci vuole ben altro per trasformare quei segni sul pentagramma in qualcosa di unico e irripetibile, diverso ogni sera. Vale per la musica lirica e anche per la sinfonica, dove l’atmosfera è creata dal suono degli strumenti, certo, ma anche dal feeling tra podio e orchestra.
Questa valenza emotiva, intima, è a maggior ragione determinante nei concerti che prevedono due solisti alle prese con due meravigliose ed esigenti creature, il violino e il pianoforte. E, credetemi, l’antropomorfizzazione – spesso inopportuna in altri campi – in questo caso è pertinente.
Vedere come Francesca Dego accarezza, blandisce, rimprovera il suo Ruggeri rimanda a un atto materno primordiale, atavico. E lo stesso si può affermare di Alessandro Taverna e il Fazioli: un rapporto alla pari, simbiotico.
Francesca Dego e Alessandro Taverna, che si esibivano per la prima volta insieme, hanno trovato quella alchimia che fa sperare in una proficua collaborazione futura.
All’inizio è subito Schönberg, quello duro e rivoluzionario del furore dodecafonico, che nella sua Fantasia per violino e pianoforte op. 47 poco concede al lirismo in un brano asciutto e nervoso, in cui il pianoforte è spesso ai margini, sovrastato dall’impeto rabbioso del violino che Francesca Dego usa come il pennello di un pittore espressionista. Del resto, Schönberg appartiene alla Seconda Scuola di Vienna, che dell’espressionismo musicale fu promotrice negli anni Venti del secolo scorso.
È stata poi la volta di un altro grande del Novecento, Richard Strauss, per quanto il brano proposto – la Sonata per violino e pianoforte in mi maggiore op. 18 – appartenga alla prima produzione del compositore e abbia esordito nel 1888.
Il gusto di Strauss per una raffinata magniloquenza si percepisce subito anche in questa composizione giovanile, in cui pianoforte e violino fanno a gara per ergersi a protagonisti in un’alternanza di umori che vede spesso nervoso il primo e più accattivante nella melodia il secondo.
La cavata e il legato della Dego le hanno fatto guadagnare un inopportuno (e meritato) applauso tra un movimento e l’altro: io sugli stereotipi che governano il comportamento del “bravo spettatore di musica” sono piuttosto critico, credo che certe convenzioni possano essere, con meditata moderazione, riviste. Oggi il mondo è mutato ed è cambiata la comunicazione, anche tra artisti e pubblico. Difendere con lo sguardo severo dell’inquisitore stilemi superati mi pare che possa nuocere alla divulgazione dell’Arte, che non deve isolarsi dal mondo bensì dettare l’agenda da protagonista anche nella quotidianità.
Magnifico il contributo di Alessandro Taverna, capace di un suono impetuoso e al contempo raffinato. Meravigliosa la leggerezza dell’arpeggio che chiude il secondo movimento e, poco dopo, impressionante la tonica autorevolezza dell’inizio del conclusivo Andante.

Dopo la pausa è stata eseguita la Sonata per violino e pianoforte in la maggiore di César Franck, la pagina di più facile, si fa per dire, ascolto della serata.
L’atmosfera nel primo movimento è distesa anche se non mancano momenti di carattere più ombroso, come nell’Allegro successivo, con Traversa travolgente al pianoforte.
Come giustamente sottolineato nel libretto di sala – a proposito, complimenti all’organizzazione, considerati gli insipidi straccetti forniti da altri teatri di presunto prestigio – il petricore wagneriano è molto presente nel terzo movimento con dei cromatismi che hanno il retrogusto di certe atmosfere decadenti proprie del compositore tedesco. Emozionanti, nella fattispecie, le ardite cadenze della Dego.
Il Rondò finale sembra ricomporre equilibri forse mai del tutto spezzati con i solisti che insieme plasmano un clima di serenità che smorza la tensione del movimento precedente.
Trionfo per i due protagonisti, che hanno dimostrato non solo il loro virtuosismo ma anche la capacità di comunicare, qualche volta con lo sguardo, la gioia del fare musica insieme. Due bis, uno dedicato a una composizione giovanile di uno Schönberg più … morbido e l’altro a Brahms, con lo Scherzo della Sonata FAE, acronimo che sta per Frei Aber Finsam (libero ma solo) in onore dell’amico violinista Joseph Joachim.

Arnold SchönbergFantasia per violino e pianoforte op. 47
Richard StraussSonata per violino e pianoforte in mi maggiore op. 18
César FranckSonata per violino e pianoforte in la maggiore
  
ViolinoFrancesca Dego
PianoforteAlessandro Taverna

Al Festival di Portogruaro Beethoven e Brahms incendiano il pubblico. Ottima prova del Trio di Parma e dell’Orchestra da camera di Perugia

Arrivato felicemente alla quarantesima edizione, il Festival Internazionale di Musica di Portogruaro – di cui il pianista Alessandro Taverna è Direttore artistico – è una delle manifestazioni più longeve e amate del Triveneto. Come si dice in questi casi, il lavoro e la qualità pagano.
A conferma di quanto appena scritto anche in occasione di questo concerto il Teatro Luigi Russolo era pressoché esaurito e il clima emotivo era sereno e festoso.
Il programma era diviso in due parti. Nella prima il Trio di Parma e l’Orchestra da camera di Perugia hanno eseguito il celeberrimo Concerto per violino, violoncello e pianoforte in do maggiore op. 56, universalmente noto come Triplo concerto.
Prima dell’inizio, Enrico Bronzi, che storicamente è il violoncello del Trio, ha spiegato che recentemente si era infortunato a una spalla e che perciò si sarebbe limitato – si fa per dire – a dirigere l’orchestra. Al suo posto ha suonato, brillantemente, Giovanni Gnocchi.
Il Triplo concerto è una di quelle pagine musicali di transizione tipica dei primi anni dell’Ottocento, ma la mano di Beethoven si riconosce subito sino dall’importante introduzione orchestrale dell’Allegro iniziale.
Come osservato da molti musicologi, al violoncello è assegnata una parte solistica non solo preponderante rispetto a violino e pianoforte, ma anche estremamente impegnativa.
E nel Largo successivo se ne ha conferma, col violoncello che regge l’impianto di tutto il movimento esplorando virtuosismi audaci e, al contempo, mantenendo morbidezza, lirismo e cantabilità.
Il Rondò che chiude il concerto è, come spesso succede, ricco di suggestioni folcloriche e di danza popolare, che rendono un’atmosfera gioiosa e brillante.
Enrico Bronzi ha guidato con gesto sicuro la buona Orchestra da camera di Perugia, esuberante e giovanile come i suoi componenti. Ottima, in particolare, mi è sembrata la prestazione degli archi gravi. In evidenza anche gli altri due solisti, con il brillante violino di Ivan Rabaglia e il composto ed efficace Alberto Miodini al pianoforte.
Dopo l’intervallo è toccato a Johannes Brahms, qui colto nella giovanile Serenata n 1 per orchestra in re maggiore op 11, che è caratterizzata da una tersa serenità appena screziata da qualche ripiegamento riflessivo del secondo movimento.
Anche in questo caso c’è stato un buon feeling tra podio e orchestra, ma forse Bronzi avrebbe potuto osare di più non tanto nelle dinamiche, ben equilibrate, quanto nelle agogiche che sono parse a tratti un po’ pigre soprattutto nel Rondò finale. In ogni caso l’esecuzione è stata di buon livello e mi piace segnalare il brillante   rendimento dei legni.
Di là delle insignificanti osservazioni in puro stile Beckmesser, la musica dal vivo è meravigliosa proprio per la sua imperfezione, la serata è stata accolta dal pubblico trionfalmente. Le numerose chiamate al proscenio hanno portato all’esecuzione, come encore, della adrenalinica Danza ungherese n. 5 dello stesso Brahms.

udwig van BeethovenConcerto per violino, violoncello e pianoforte in do maggiore op. 56,
Johannes BrahmsSerenata n 1 per orchestra in re maggiore op 11
  
ViolinoIvan Rabaglia
VioloncelloGiovanni Gnocchi
PianoforteAlberto Miodini
  
DirettoreEnrico Bronzi
 
Trio di Parma Orchestra da camera di Perugia





Festival di Lubiana: concerto di Anna Netrebko e Yusif Eyfazov con la partecipazione del mezzosoprano Monika Bohinec e l’Orchestra sinfonica slovena diretta da Michelangelo Mazza

Ieri pomeriggio, qualche ora prima del concerto di Anna Netrebko e Yusif Eyfazov con la partecipazione del mezzosoprano Monika Bohinec e l’Orchestra sinfonica slovena diretta da Michelangelo Mazza, ho ricevuto una mail dall’ufficio stampa del Festival di Lubiana.
Sostanzialmente mi avvertivano di arrivare al Cankarjev dom, la sala dove si sarebbe svolta la serata, con maggiore anticipo del solito perché ci sarebbero stati non meglio specificati controlli di sicurezza. Ovviamente il motivo era il timore che la presenza della Netrebko, artista russa, potesse essere pretesto per qualche esaltato per organizzare qualche contestazione.
Non contesto la decisione del management del Festival – tra l’altro i controlli sono stati piuttosto morbidi – però credo che la politica, anche in situazioni drammatiche come quella che stiamo vivendo, debba restare fuori dai teatri. La Cultura, suonerà pure retorico ribadirlo, dovrebbe avvicinare i popoli e non rappresentare ulteriore motivo di scontro ideologico.
Il programma del concerto era interessante e denso, in particolare per la presenza di una lunga scena tratta da La dama di picche di Čajkovskij e per la sorprendente esecuzione di Netrebko del celeberrimo Mild und Liese dal Tristan und Isolde di Wagner. In quest’occasione, sommersa da giustificati applausi, Netrebko ha voluto puntualizzare che era la prima volta che cantava il brano. Io, da wagneriano fradicio e perciò piuttosto esigente nel merito mi sono unito volentieri agli applausi.
Credo sia anche necessaria una puntualizzazione e cioè che nel concerto precedente di Juan Diego Flórez (qui recensito) l’orchestra slovena era sembrata moscia e disattenta: ieri, invece, la stessa orchestra diretta da Michelangelo Mazza ha fatto furori sia per bellezza di suono sia per calore e precisione.
In locandina potete vedere i brani proposti, ma non mi soffermerò su ogni singola pagina musicale; parlerò dei singoli in generale, partendo da Anna Netrebko.
Il soprano russo è sembrata in forma vocale straordinaria, la voce è di bellissimo colore e alcune sfumature sombre ne arricchiscono il fascino; lo strumento vocale è opimo, ricco di armonici e negli acuti si espande con facilità bucando l’orchestra anche nei passi più densi e svettando nei concertati.
La tecnica di respirazione le consente fiati lunghissimi e un legato eccellente, oltre che pianissimi e mezzevoci pregevolissime. In tutta la serata ha mostrato un unico momento di incertezza nell’attacco di In quelle trine morbide, forse per una piccola incomprensione col direttore. L’unico difetto, volendo proprio fare il pignolo, è nella pronuncia e nella dizione, spesso entrambe confuse ma ho ascoltato di (molto) peggio in interpreti considerate intoccabili dalla maggioranza degli appassionati.
Anna Netrebko ha carisma, quando entra in scena non ce n’è per nessuno, magnetizza gli sguardi di tutti perché è un animale da palcoscenico. Con pochi gesti entra nel personaggio anche in concerto, figuriamoci in un’opera in forma scenica. Inoltre, sa fare spettacolo anche nei bis, ballando, ammiccando e divertendosi.
È stata trascinante nei lacerti di Anna Bolena, civettuola ed empatica come Manon Lescaut, drammaticamente coinvolta nei panni di Liza e sorprendente come Isolde.
Yusif Eyfazov vive il frustrante equivoco di essere considerato alla stregua di un principe consorte: è già successo in altri casi nella storia della musica lirica, anche in anni recenti.
La realtà è che Eyfazov non è un fuoriclasse ma “solo” un buon tenore nel panorama odierno, come ce ne sono molti altri che frequentano senza scandali particolari i teatri di tutto il mondo. Ha voce da vendere, un timbro non esattamente baciato da dio ma non certo particolarmente esecrabile rispetto ad alcune sfiatate zanzare che più che sentire si intuiscono con l’immaginazione. La voce ogni tanto va indietro e la tecnica è da rifinire nel passaggio, è vero, ma l’unico reale problema è che tende a cantare spesso tutto forte, circostanza che in alcune occasioni – nello specifico la grande aria dalla Lucia di Lammermoor – non è pertinente con la temperie preromantica. Nelle altre arie, specialmente nei panni di Herman, l’artista è risultato del tutto convincente.
Nel contesto della serata ha figurato benissimo il mezzosoprano sloveno Monika Bohinec, artista temperamentosa e in grado di reggere benissimo il confronto con i più famosi colleghi: trascinante la sua interpretazione della difficile aria Acerba voluttà da Adriana Lecouvreur e sobriamente drammatica l’apparizione nella scena dalla Dama di Picche.
Michelangelo Mazza ha diretto con eleganza l’ottima Orchestra sinfonica slovena, accompagnando i cantanti con mestiere e classe e trovando interessanti spunti interpretativi nella Farandole tratta dall’Arlesiana di Bizet. Molto suadente anche il meraviglioso Intermezzo dalla Manon Lescaut.
Gli artisti hanno poi giovialmente proposto tre bis popolarissimi e cantati in un’atmosfera di divertimento generale e in puro stile baracconesco: Mattinata, Granada e Non ti scordar di me.
Quasi venti minuti di applausi hanno sancito una serata trionfale a dire poco. Poi, tutti a casa, felici di aver passato più di due ore lontani dalle brutture del mondo.

Gaetano DonizettiPiangete voi? Al dolce guidami da Anna Bolena
Gaetano DonizettiTombe degli avi miei…Fra poco a me ricovero da Lucia di Lammermoor
Francesco CileaAcerba voluttà da Adriana Lecouvreur
P.I. ČajkovskijOuverture da La dama di picche
P.I. ČajkovskijSeconda scena dal Primo atto da La dama di picche
Richard WagnerMild und Leise da Tristan und Isolde
Giuseppe VerdiForse la soglia attinse…Ma se m’è forza perderti da Un ballo in maschera
Georges BizetFarandole da la suite n2 L’Arlesiana
Giacomo PucciniDonna non vidi mai da Manon Lescaut
Giacomo PucciniIn quelle trine morbide da Manon Lescaut
Giacomo PucciniIntermezzo da Manon Lescaut
Giacomo PucciniTu, tu, amore? Tu? duetto da Manon Lescaut
  
DirettoreMichelangelo Mazza
  
SopranoAnna Netrebko
TenoreYuzif Eyfazov
MezzosopranoMonika Bohinec
  
  
Orchestra sinfonica slovena
  

Al Festival di Lubiana trionfa Juan Diego Flórez. Discutibile la direzione di Oksana Lyniv, pur con qualche giustificazione di carattere ambientale e logistico

Portrait Juan Diego Florez for Sony Classical Intl.

Proseguono le mie trasferte a Lubiana, per il bellissimo Festival che è garanzia di qualità da settanta anni. E tra un paio di giorni tocca ad Anna Netrebko!

Cronaca di un successo annunciato, non trovo altro incipit per questa recensione del recital di Juan Diego Flórez al Festival di Lubiana. E, puntualizzo, più che di un successo si è trattato di un trionfo, meritatissimo, di un artista arrivato ai cinquant’anni in forma vocale spettacolare nonostante pratichi da tempo immemorabile – sono vicini i trent’anni di carriera – un repertorio assai impegnativo. E dire che mi pare ieri quando nel 1997 fece impazzire il pubblico di Trieste.
La voce nel tempo è cambiata, ovviamente, e non di poco, acquisendo una rotondità e uno spessore che ne affinano il fascino, mentre gli acuti, seppur non sfrontati come agli esordi, sono ancora facili ed entusiasmanti.
Il programma previsto era quello consueto e un po’ raffazzonato di queste serate nazionalpopolari: qualche Ouverture famosa alternata a brani solistici, non necessariamente legate da una logica. L’Intermezzo di Cavalleria rusticana e il Preludio di Carmen c’entravano il giusto col resto della serata, ma sono pagine che il pubblico ascolta sempre volentieri.
Eppure è proprio nei brani orchestrali che sono emerse le uniche criticità della serata ed il motivo è semplice: in queste occasioni si prova al mattino e si va in scena alla sera; troppo poco perché il direttore e l’orchestra riescano a trovare feeling e unità d’intenti.
Oksana Lyniv, sul podio dell’Orchestra sinfonica slovena, ha faticato parecchio a dare omogeneità e calore ai brani proposti, che sono usciti spesso slegati e metronomici a partire dall’Ouverture di Semiramide che ha aperto il concerto. Si sono palesati squilibri tra le sezioni, con le percussioni troppo…percussive e dinamiche spesso esuberanti quando non clangorose tout court. Sicuramente, lo dico per esperienza di tanti anni di ascolto, l’acustica della grande sala del Cankarjev dom non è facile da gestire.
Meglio, invece, l’accompagnamento al solista il quale, a dire il vero, è sembrato cucirsi addosso sartorialmente il ritmo delle esecuzioni.
Flórez, come ho scritto all’inizio, ha cantato benissimo dall’inizio alla fine. Il legato, il fraseggio, la tecnica, la cura delle dinamiche sono sembrate eccellenti.
Ho apprezzato in particolare la seconda parte del concerto, dedicata alla musica francese, in cui il tenore ha cesellato come mai mi è capitato di sentire Je veux encore entendre ta voix dalla Jérusalem di Verdi in trasferta, tanto che ho pensato che avrebbe ricevuto i complimenti anche da Gilbert Duprez.
Ottima anche Pourquoi me réveiller, liberata da quel fastidioso machismo di tanti interpreti che scempiano il senso del personaggio di Werther. Sognante e ipnotica l’interpretazione della grande aria dal Faust di Gounod.
E così via, insomma, senza farla troppo lunga.
Al programma ufficiale sono seguiti quattro bis che non hanno previsto, nonostante le richieste del pubblico, l’ormai stucchevole Ah! Mes amis.
Seduto e accompagnandosi con l’ormai famosa chitarra Flórez ha cantato – da padreterno – Bésame mucho e La paloma, per poi tornare con l’orchestra ed eseguire Torna a Surriento e Nessun dorma.

Gioachino RossiniOuverture da Semiramide
Gioachino RossiniDeh, tu m’assisti amore da Il signor Bruschino
Gioachino RossiniSì ritrovarla io giuro da La Cenerentola
Gaetano DonizettiOuverture da Anna Bolena
Gaetano DonizettiQuanto è bella, quanto è cara da L’elisir d’amore
Gaetano DonizettiUna furtiva lagrima da L’elisir d’amore
Giuseppe VerdiPreludio da La Traviata
Giuseppe VerdiLunge da lei da La Traviata
Giuseppe VerdiQuesta o quella da Rigoletto
Giuseppe VerdiJe veux encore entendre ta voix
Georges BizetPreludio da Carmen
Édouard LaloVainement, ma bien aimée
Jules MassenetPourquoi me réveiller da Werther
Charles GounodAh lève -toi soleil da Faust
Pietro MascagniIntermezzo da Cavalleria rusticana
Giacomo PucciniChe gelida manina da La bohème
  
TenoreJuan Diego Flórez
DirettoreOksana Lyniv
  
  
Orchestra sinfonica slovena
  

Festival di Lubiana: Manfred Honeck e Hélène Grimaud in concerto con la Pittsburgh Symphony Orchestra

Grande serata, tra le migliori degli ultimi anni.

In attesa dei Recital di Juan Diego Flórez, della coppia Anna Netrebko&YusifEyfazov e della serata dedicata a Plácido Domingo – su quest’ultima si stanno addensando nubi minacciose, come probabilmente saprete – il Festival di Lubiana procede con appuntamenti di altissimo livello artistico.
Nella grande sala del Cankarjev dom, vicina al sold out anche in quest’occasione, è stata ieri la volta della Pittsburgh Symphony Orchestra guidata dal suo direttore, Manfred Honeck, e della magnifica Hélène Grimaud al pianoforte.
Il concerto è principiato con la musica di un compositore poco noto al grande pubblico, Erwin Schulhoff, del quale è stata eseguita una pagina affascinante e cioè i Cinque pezzi per quartetto d’archi nella versione per orchestra.
Schulhoff, ceco nato a Praga, è stato uno dei rappresentanti di quella Entartete Musik (Musica degenerata) duramente colpita dalla follia del Nazismo di cui lo stesso compositore è stato vittima. Deportato più volte nei campi di concentramento, morì in un Lager nel 1942.
Nella pagina musicale proposta, scritta negli anni Venti del secolo scorso, si riconoscono numerose suggestioni: da Berlioz a Stravinskij, da Bartók a Schönberg sino al blues e al jazz.
Manfred Honeck ne ha dato un’interpretazione vigorosa e adrenalinica, che ha evidenziato la brillante ispirazione del compositore sia nelle parti più rilassate sia in quelle più scoppiettanti.
Formidabile in toto l’apporto dell’orchestra, con percussioni, ottoni e legni in grande evidenza che hanno scatenato l’entusiasmo del pubblico.
Hélène Grimaud, oltre che pianista di grande valore, è un personaggio a tutto tondo. Impegnata nel sociale, ecologista, l’artista francese mi è sembrata accostarsi al Concerto per pianoforte e orchestra in sol maggiore di Ravel con aristocratica timidezza, con quella scarna umiltà scevra da effetti speciali che spesso disturba le esibizioni delle star.
E questa leggerezza ed eleganza è stata trasferita nell’interpretazione della pagina musicale, che vive di momenti quasi jazzistici (il Presto finale) e atmosfere rarefatte, purissime e sognanti (Adagio assai, uno degli scorci magici della serata).
La grande sintonia emotiva tra solista e direttore ha poi connotato l’esecuzione di una particolare sensazione di gioia, anche grazie a una prestazione straordinaria dell’orchestra di cui è impossibile non segnalare gli interventi dell’arpa e del corno inglese.
La Grimaud è parsa perfettamente a proprio agio, quasi che il concerto le fosse stato cucito sartorialmente addosso – e del resto Ravel lo pensò per una donna, la pianista Marguerite Long – dimostrando un invidiabile controllo delle dinamiche e un virtuosismo liquido e al contempo espressivo.
Dopo l’intervallo il protagonista è stato Gustav Mahler con la sua Sinfonia n1 in re maggiore.

Pietra miliare del sinfonismo mahleriano, la Prima Sinfonia è percorsa da un sottile fremito d’inquietudine che s’intuisce già nel naturalismo del primo movimento, sembra quasi scomparire nell’apparente spensieratezza del Länder del secondo e riaffiora, come un fiume carsico, nella grottesca e macabra citazione di Frére Jacques del terzo per poi esplodere tragicamente nel drammatico quarto tempo.
Manfred Honeck, che ha diretto a memoria, ha colto le contraddizioni e la magniloquenza della partitura, esaltandone vigorosamente sia le spigolosità sia gli sprazzi melodici in un fluire di colori e fraseggio orchestrale quanto mai lontani dalla mesta metronomicità che affligge – soprattutto nel terzo movimento – le esecuzioni di routine.
L’orchestra ha dato spettacolo per la precisione delle percussioni, il legato degli archi, le good vibration degli ottoni, la morbidezza dei legni.
Alla fine trionfo grandioso per Honeck e la sua spettacolare compagine, che hanno concesso anche due bis per un pubblico che non voleva saperne di andarsene.

Erwin SchulhoffCinque pezzi per quartetto d’archi
Maurice RavelConcerto in sol maggiore per pianoforte e orchestra
Gustav MahlerSinfonia n1 in re maggiore
  
DirettoreManfred Honeck
PianoforteHélène Grimaud
  
Pittsburgh Symphony Orchestra
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: