Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Norma di Vincenzo Bellini al Teatro Verdi di Trieste: trionfo di Marina Rebeka

Sapete che non sono facile agli entusiasmi, ma davvero ieri è stata una serata grandiosa.
Per Marina Rebeka e tutta la compagni artistica, certo, ma anche per Trieste e il Teatro Verdi.
Qui, su La Classica Nota, la mia recensione della bellissima Norma di ieri sera.AlbNorma

Un saluto a tutti, vi aspetto per i commenti e, se potete e vi pare il caso, condividete l’articolo tramite i social.

#normaproject: Intervista a Fabrizio Maria Carminati, direttore di Norma di Vincenzo Bellini al Teatro Verdi di Trieste

Fabrizio Maria Carminati alle prova - foto di Fabio ParenzanOrmai manca meno di una settimana alla prima di Norma, perciò ho pensato di disturbare Fabrizio Maria Carminati, che sarà sul podio dell’Orchestra del Verdi, per fargli qualche domanda.
Trovate tutto qui, su La classica nota.
E attenzione, domani torno a Venezia dopo un po’ di tempo per lo Stiffelio di Verdi.
Pensatemi in lotta con i gabbiani assassini mascherati… (strasmile)

Norma di Vincenzo Bellini a Trieste: la protagonista occulta e i lupi mannari per il #normaproject

Da un particolare punto di vista, uno dei personaggi principali della Norma di Bellini entra in scena quasi di soppiatto.

Marina Rebeka

Marina Rebeka

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Norma di Vincenzo Bellini al Teatro Verdi di Trieste: parte il #normaproject

Norma al Teatro Verdi di Trieste, dal 29 gennaio al 6 febbraio.
No, dico, Norma, cioè uno dei monumenti della musica lirica. Profferisti un nome che il cor m’agghiaccia dice Pollione nel libretto di Felice Romani.
E Norma è, in effetti, opera da far accapponare la pelle, soprattutto per la parte da soprano della protagonista ma anche per il tenore, che si gioca tutto nell’aria e nella cabaletta iniziale cantate a freddo. O per l’interprete di Adalgisa (mezzosoprano), la cui tessitura vocale è tipicamente anfibia e galleggia tra acuti da soprano e gravi profondi.
Il basso (Oroveso) è meno impegnato ma deve essere autorevole nell’accento senza scadere in inappropriate forzature stilistiche.normats
Anche il coro ha una funzione importante e ovviamente, centrale è l’operato del direttore d’orchestra.
Insomma ci sta tutto un piccolo progetto dedicato a quest’opera di Vincenzo Bellini e io – che sono diabolico – ho ben pensato di chiamarlo #normaproject, scimmiottando mestamente il bel lavoro che fece l’ufficio stampa del teatro per l’opera che ha aperto la stagione e cioè il Don Giovanni.
Cosa prevede #normaproject? Niente di troppo diverso dalla consueta divulgazione semiseria dell’opera lirica che propino di solito ai miei happy few, solo che dividerò le mie tristi iniziative tra questo blog, La classica nota e il mio account Twitter. Pillole di Norma in random, diciamo, senza regole o scadenze temporali per arrivare tutti – me compreso – più preparati alla prima del 29 gennaio.
Ci sarà l’uso criminale del libretto, ovviamente, nel senso che abbinerò qualche immagine invereconda ai versi di Romani e so che non me lo perdonerete. Probabilmente qualche intervista ai protagonisti e altre buffonate tipo questa che scrissi qualche anno fa e che ripropongo oggi, tanto per rompere il ghiaccio.
La recensione della prima alla Scala nel 1831, alla quale – forse non lo sapevate – sono stato presente. Leggi il resto dell’articolo

Recensione semiseria de I Capuleti e i Montecchi di Bellini al Teatro La Fenice di Venezia. Tragedia: muoiono Romeo e Giulietta.

Dell’orrida Venezia che dire? Poco, questa volta, soprattutto perché evidentemente in gennaio i gabbiani assassini stanno ancora smaltendo qualche viaggiatore morto avanzato dalle crapule festive e la carne fresca – visto il ridotto afflusso turistico (si fa per dire) – è più difficilmente reperibile.

Un gabbiano gigante travestito da aereo, mentre attacca uno stormo di aquile.

Un gabbiano assassino gigante travestito da aereo, mentre attacca uno stormo di aquile.

Peraltro, anche in questo periodo la trasferta lagunare mi ha lasciato un bel ricordo: l’immagine di una coppia etero di giapponesi in cui l’elemento maschile avanzava per le calli tenendo teso un braccio che brandiva una prolunga di circa 1.5m con in cima una minitelecamera rivolta verso l’alto. Ha rischiato di levare gli occhi più volte ai passanti ma forse , ci ho pensato ora, non era a scopo turistico ma il tipo si è inventato una specie di NORAD in salsa orientale per difendersi dagli attacchi dei gabbiani kamikaze. Dopotutto i giapponesi hanno esperienza di questo tipo di incursioni (strasmile).
Ma, come sempre, passiamo alle cose meno serie. Leggi il resto dell’articolo

L’ equivoco stravagante del Bellini, ovvero l’inutil precauzione.

Calma, melomani. Non sono improvvisamente impazzito. Leggi il resto dell’articolo

Recensione semiseria della Sonnambula di Vincenzo Bellini alla Fenice di Venezia: applaudito un pullman.

Chi mi segue da un po’ sa che quando vado alla Fenice, nell’orrida Venezia, per vedere un’opera non posso esimermi dallo scrivere qualche riga promozionale sulla città lagunare. Me lo impone il contratto con il locale ufficio turistico, quindi abbiate pazienza. Leggi il resto dell’articolo

Recensione trasognata di Norma alla Scala di Milano. Ovvero “Un sogno? In rammentarlo, io tremo”.

Sono stato a Milano, alcuni mesi fa,

e in quell’occasione ho conosciuto un medium, del quale per riservatezza non farò il nome.

Alcuni amici mi avevano detto che il tipo è dotato di poteri straordinari e io ho insistito per incontrarlo. Sembra una persona normale, eppure non lo è affatto. Per quanto possa sembrare incredibile, quest’uomo ha capacità davvero impensabili. Gli ho detto della mia passione per la lirica e di rimando ha risposto: Ti piacerebbe assistere a una serata operistica storica, nella quale si è piantato il seme del Mito?
Chi avrebbe risposto di no? Così, dopo aver fatto la richiesta di assistere al debutto di Norma, mi sono ritrovato in un lampo alla Scala di Milano, il 26 dicembre 1831, confuso tra il pubblico di platea.
Atmosfera febbrile, ricca d’aspettative e curiosità sia per la nuova opera di Vincenzo Bellini sia per la presenza nel cast di alcune star, che, ve lo anticipo, si sono rivelate una delusione clamorosa.
Ho capito perché le cronache del tempo riportano di una serata controversa, per l’esordio di Norma.
Tra Domenico Donzelli, Giuditta Pasta e Giulia Grisi non so chi è stato il peggiore, sinceramente. Una triade di nuovi mostri.
Si taccia dei comprimari che nomino solo per dovere di cronaca: Marietta Sacchi (Clotilde) e Lorenzo Lombardi (Flavio).
Passiamo subito ai protagonisti, perché son dolori forti.
Comincio dal basso Vincenzo Negrini (Oroveso), una specie di teppista esagitato, dai gravi gorgoglianti e cavernosi, gutturali, e acuti, si fa per dire, oscillanti e striduli.
In generale il timbro della voce ricorda da vicino quei rumori, non propriamente piacevoli, che purtroppo l’uomo emette quando si trova in ingrata posizione defecatoria.
Certo non mi sono stupito particolarmente, perché questo cantante era considerato anche a quei tempi un routinier di misero livello.
Sono rimasto allucinato dalla prestazione di Giuditta Pasta, nei panni di Norma, una pazza esagitata che ha urlato come una pescivendola, e chiedo scusa alle pescivendole, per tutta la sera.

Dov’era l’alterigia nobile della sacerdotessa druidica? Dov’era il tenero smarrimento della donna tradita?
Tutto confuso in una generale agitazione, contrabbandata per fraseggio,  in cui il recitativo Sediziose voci era sovrapponibile al Teneri figli. E il tutto sempre in bilico tra una discutibilissima vociferazione e un stentoreo parlato dalle inflessioni plebee che con Norma non c’entrano nulla.
Una vaiassa sgangherata dal punto di vista della recitazione, un soprano corto che urla belluinamente in alto e sfiata nel registro grave: peccato che a quel tempo non ci fossero le gare di rutti, perché avrebbe vinto certamente contro qualsiasi avversario.
Mai immenso timore per non essere capace di rendere simili sublimi concenti, come scrisse la presunta diva a Bellini, fu più fondato.
Una delle peggiori cantanti che abbia mai sentito, scandalosa sotto ogni punto di vista.
O almeno questo pensavo prima di sentire Giulia Grisi, una Adalgisa pallida, smunta, esangue, emaciata, cadaverica, cinerea, malsana, sbiadita, stentata, malconcia, scialba, smorta, slavata, misera, esile, insignificante, provata, evanescente, sparuta, spenta, scolorita.

Nonostante ciò, Giulia Grisi è riuscita a rendere il personaggio in modo volgare, grossolano e dozzinale. Una serva.
Insomma è un vero peccato che tra le mie doti non ci sia la facondia, perché solo così potrei trovare l’aggettivo giusto per definire lo sgomento, lo sdegno, che l’esibizione di questa ciarlatana mi ha procurato.
Sembrava per tutta l’opera una Giuseppina Ronzi de Beignis ante litteram (quel soprano che s’accapigliò con una collega durante le prove della Maria Stuarda di Donizetti) in piena sindrome mestruale.
Spaventoso il risultato del terzetto che chiude il primo atto, impreziosito dalla presenza sordida del tenore Domenico Donzelli, che sembrava un magnaccione ubriaco che porta a spasso il suo per fortuna contenuto parco mignotte.

E questo -ho pensato- sarebbe il famoso baritenore? Il cantante dall’estensione vocale formidabile?
A parte che già il confronto con il modestissimo tenorino che interpretava Flavio era impietoso, in quanto il comprimario ha palesato da subito uno squillo e una proiezione del suono migliore.
Più che altro il Donzelli m’è sembrato un baritono mollaccione e sfalsettante, dalla voce sorda e dal timbro ingrato, vuoto in basso e gracchiante negli acuti gridati e morchiosi. Avreste dovuto sentire cos’era il si bemolle della cabaletta iniziale: un urlo lacerante.
Come se non bastasse, la voce di Donzelli è affetta da quello che si chiama vibrato stretto. Ora, il vibrato stretto evoca a volte il belato, a volte il nitrito. Qui eravamo, seppur alla lontana, al nitrito.
Insomma, alla fine posso ben affermare che Domenico Donzelli, Giulia Grisi e Giuditta Pasta rientrino tra i falsi miti della prima metà del 1800.
Resta da considerare il Coro, di livello decisamente più basso di qualsiasi formazione dopolavoristica di anziani pensionati, e mi fermo qui.
Si taccia, per favore, del direttore di un’orchestra che sembrava più una banda di strapaese ingaggiata per la sagra della salsiccia.
L’unica nota positiva è venuta dal pubblico che, pur non apprezzando né punto né poco la serata sotto ogni aspetto, si è limitato a non applaudire e a qualche brusio sdegnato nei momenti più imbarazzanti dal punto di vista artistico.
Concludo dicendo che mai più approfitterò delle facoltà paranormali di alcuno per rivedere debutti operistici che sono nel mito.
Preferisco continuare a sognare che i cantanti di un tempo fossero tutti fuoriclasse e crogiolarmi in questa convinzione.
 
 

Recensione semiseria di Norma a Trieste, secondo cast. Primo esperimento di blogvoto.

Anche Daland, su Baricco, la pensa come me. Siamo strani noi o il pretty boy l’ha fatta fuori dal vasino?

La settimana scorsa ho visto anche il secondo cast di Norma, qui a Trieste.

 
 
Che dire?
Il direttore mano de pedra Kovatchev è riuscito, forse, a fare peggio che alla prima, per quanto possa sembrare incredibile. In qualche momento sembrava fosse una prova invece che una recita normale, tanto era scarsa la comunicazione tra buca e palcoscenico. Quindi, ancora una volta, attacchi incerti, gesti confusi, peraltro molto belli da vedere, coreografici, ecco. Pare sia anche un bell’uomo, ma anch’io non sono poi da buttare via e non dirigo orchestre.
Già la serata non era cominciata benissimo, considerato che in palco con me c’erano tre persone preoccupate perché l’opera durava ben tre ore intervalli compresi.
La domanda è sempre quella: che ci venite a fare in teatro? Non certo a sfoggiare abbigliamenti eleganti, visto che erano vestiti peggio di me, che già sono zotico e goffo proprio di natura, ecco.
Tatiana Serjan era al debutto quale Norma e rappresentava l’unico motivo d’interesse della serata.
Il soprano russo, seppure con alcuni distinguo, ha centrato l’obiettivo.
Molto buono il recitativo iniziale (“Sediziose voci”) e il “Casta diva”, che insieme al duetto con Pollione “In mia man alfin tu sei” sono stati i momenti migliori della serata. La voce, gradevole, tende a stimbrarsi negli acuti che risultano ogni tanto forzati, ghermiti. Belli i pianissimi, che sottolineano i momenti di malinconia e abbandono. Nei passi più drammatici (ce ne sono molti) la Serjan non si è mai lasciata andare ad effettacci, anzi, ha supportato una certa mancanza di vigore espressivo con una recitazione controllata e pertinente.
Nel complesso, solo la dizione è sembrata rivedibile, e sarebbe pure auspicabile una maggiore attenzione al testo. Però, era all’esordio eh? Ci sono, a mio parere, ottimi margini di miglioramento.
Sung- Kyu Park era Pollione e non è adatto al ruolo, non c’è nulla da fare. Anche il tenore coreano (come lo yankee del primo cast) con lo stile belliniano c’entra come i classici cavoli a merenda, risultando sempre inespressivo e generico. In scena, inoltre, è mobile come un comò, ma molto più ingombrante e senza i cassetti. Certo, non ha steccato come il cowboy, è già qualcosa…
Renata Lamanda, mezzosoprano, evidentemente pensava di interpretare Eboli o Amneris, dal punto di vista stilistico. Ne è uscita una Adalgisa virago, che non mi pare possa essere una soluzione adatta per rendere il personaggio di una fanciulla sensuale ed innocente, seppur determinata.
Nikolaj Didenko ha vociferato tutta la sera, scambiando l’autorevole e saggio Oroveso per uno stregone tarantolato.
L’allestimento del regista Tiezzi, visto da una posizione più centrale, mi è sembrato ancora più affascinante e intelligente.
Basta così, ché ci sono cose più urgenti.
Dunque, dopo l’intervento di Baricco, che propone di usare la televisione come veicolo per acculturare le masse (lì, sostiene, c’è il paese reale), ho pensato che si potrebbe cogliere l’occasione per riscoprire qualche capolavoro dell’opera lirica ingiustamente dimenticato.
Due piccioni con una fava, insomma, un classico.
Io proporrei che a occuparsene sia Maria De Filippi e il suo team di aspiranti attori, cantanti, registi & Co.
I lavori poi potrebbero essere trasmessi a reti unificate come già è consuetudine per i discorsi del Presidente della Repubblica, e sottoposti al giudizio del televoto.
Siccome le rivoluzioni devono partire dal basso, direi di esagerare e cominciare il lavoro di manovalanza da questo blog, che è di profilo nano più che basso.
Allora, facciamo così, io propongo dei titoli e voi che mi leggete, votate, scrivendo nei commenti le vostre preferenze. Procediamo a una prima scrematura.
Insomma, facciamo il lavoro sporco, ché siamo abituati a peggio.
Quale il criterio di scelta?
Io proporrei la visibilità, la capacità cioè che ha il singolo titolo d’incontrare il gusto delle masse, a prescindere dai contenuti. Un’operazione demagogica e populista in linea con l’attività delle migliori menti del Paese che ci governano o che fanno opposizione (eh? Ma dove, quando?)
Questi i titoli.
 
1) L’orfano della China di Francesco Bianchi (1788)
2) La bambola nella prateria di Bela Zerkowitz (1923)
3) La moglie di tre mariti di Pietro Generali (1816)
4) Il marito decorativo di Adolfo Bossi (1918)
5) Il brutto preferito di Marcello Bernardini (1791)
6) La bella marmottara di Francesco Gnecco (1801)
7) Il trombetta di Josif Dusek (1819)
8) Il controllore dei vagoni letto di Romolo Alegiani (1925)
9) Il regno delle donne emancipate di Pasquale Fonzo (1881)
10) L’amore di un mozzo di Alessandro Andreoli (1884)
11) Gola d’oro di Mario Barbieri (1920)
12) La finta muta per amore di Giuseppe Moneta (1876)
13) La signorina Ettore di Karl Weiberger (1897)
14) Il signore del tassametro di Alberto Rendegger (1916)
15) L’avvocato ballerino di Walter Schutt (1915)
16) Maledetta di Giuseppe Ferri (1897)
17) L’anitra a tre becchi di Emile Jonas (1876)
18) La piccola cioccolataia di Achille Schinelli (1922)
19) La supermoglie di Gian Felice Checcacci (1920)
20) La monacella della fontana di Giuseppe Mulè (1934)
 
Come potete vedere ho spaziato dalla fine del 700 al 900 inoltrato, in modo sia ampia la scelta anche dal punto di vista stilistico.
Votate numerosi e che la farsa sia con voi.
Buona settimana a tutti. (strasmile)
 

Recensione semiseria di Norma a Trieste: a Carnevale ogni scherzo vale?

Poi, ovviamente, su Operaclick la recensione "seria" (non questa eh?) è tradotta in inglese da Giorgia, che ringrazio ancora.

Nella migliore tradizione carnascialesca, venerdì sera a Trieste ho visto un’opera mascherata.

 
 
Il direttore (mascherato) Julian Kovatchev, infatti, ha pensato bene di rallegrare il pubblico triestino con una variante inedita della Norma di Bellini, travestendola con la versione bandistica di un’opera degli anni di galera verdiani.
 

Partitura Norma Trieste

L’operazione, molto ardita, è riuscita magnificamente, bisogna dirlo.
Mano de pedra Julian Kovatchev non ha trascurato nulla. La Sinfonia iniziale è risultata cromaticamente varia come un completo nero di Gasparri, seppur meno volgare. La chiusura dei concertati lieve come un’impepata di cozze servita al posto del dessert dopo un pranzo a base di trippa e peperonata. L’accompagnamento ai cantanti soave ed etereo, tutto giocato sulle sfumature e i sottintesi, come una telefonata a una hot-line con sede alle Isole Fiji. (credo di aver reso l’idea, strasmile)
Ovviamente, per farsi sentire, i cantanti sono stati costretti a sgolarsi, seguiti loro malgrado dagli artisti del Coro. Il tutto, come si può facilmente immaginare, ha creato un ambiente particolarmente favorevole alla musica di Bellini.
Detto questo, passiamo alle cose semiserie.
June Anderson, soprano di grandissima caratura tecnica e meritata fama internazionale, impersonava Norma.
Che dire?
L’inizio è stato scoraggiante, perché sia il recitativo Sediziose voci sia l’aria Casta diva non sono risultati all’altezza della fama dell’artista: per accento e per intonazione. Peraltro durante tutta l’opera, negli attacchi, la voce della Anderson ha sofferto di una specie di effetto sirena, che è andato affievolendosi nel corso della recita.
Il soprano però se l’è cavata bene negli acuti, che sono sempre sicuri, e soprattutto ha una reale affinità col Belcanto che si evidenzia nella capacità di legare benissimo le melodie lunghe lunghe di Bellini, un controllo dei fiati ammirevole, buonissima musicalità e fraseggio curato.
Spesso questa cantante è stata definita noiosa, ma mi sembra davvero una definizione ingenerosa. Piuttosto direi che il suo modo di porgere è più adatto ai momenti più malinconici e lirici della partitura, mancando un po’ di quella grinta interpretativa che ci vorrebbe nei passi più drammatici: I Romani a cento a cento fian mietuti fian distrutti oppure In mia man alfin tu sei, solo per fare due esempi.
Tenete presente che aveva sotto mano de pedra, quindi anche lei, poverina, sarà rimasta agghiacciata da tanto furore.
Nel complesso la sua prova è stata positiva.
Il povero Brandon Jovanovich, giovane tenore americano, convinto dal direttore che a carnevale ogni scherzo vale, ha pensato di cantare Pollione come fosse il Turiddu della Cavalleria Rusticana, agevolato dal fisico e dal portamento nobile di un cowboy a caccia di donne in un saloon di Yuma (il treno lo faceva Kovatchev, smile).
E dire che la voce, scura e sonora, avrebbe potuto essere accettabile per rendere in maniera meno greve il proconsole romano che scopa tutto quello che si muove. Invece, costretto dalla scarsa tecnica e dall’uragano di suono a forzare, ha cannato di brutto il si bemolle della cabaletta, esalando un urlaccio lacerante.
Ma la stecca si potrebbe perdonare, hanno steccato tutti i più grandi tenori, poteva farlo anche lui. Il problema è che il suo canto è mancato completamente di nobiltà e gusto, palesando inoltre pronuncia tipicamente yankee (circostanza grave, perché sposta il ritmo della melodia, che s’inceppa e arranca) e canto sbracato. Dopo la bastonata iniziale, si è deciso a più miti consigli, ma con la vocalità di Bellini, almeno al momento, non ha nulla a che vedere.
Ha dalla sua la giovane età, può fare molto meglio, applicandosi nello studio e lasciando da parte il Belcanto.
Il mezzosoprano Laura Polverelli è stata, complessivamente, l’artista più in palla della serata, anche se pure lei è stata costretta ad alzare il volume inopinatamente (sempre a causa del direttore).
Adalgisa è personaggio difficile, contrastato, al pari di Norma della quale come ho scritto nei post precedenti è quasi il contraltare psicologico. Anche lei, per amore, tradisce il suo credo e inconsapevolmente pugnala Norma. La Polverelli ha reso bene l’aspetto ingenuo del suo personaggio, caratterizzandolo con una recitazione sobria e controllata.
Giacomo Prestia era Oroveso, e ovviamente ha cercato di connotare di autorevolezza il Capo dei Druidi, riuscendoci attraverso la scorciatoia di un’interpretazione sbilanciata sul canto tutto forte, che non è esattamente ciò che voleva Bellini. La sua prova è stata comunque discreta, la voce è sonora anche se un po’anonima.
Il tenore Antonello Ceron (Flavio) e il mezzosoprano Sara Zaramella (Clotilde) sono parsi sufficienti, ma nulla di più.
Ho sentito, per la prima volta da lunghi anni, il Coro in difficoltà, costretto a sgolarsi e incerto negli attacchi: la responsabilità è, a mio parere, ancora una volta del direttore, perché la compagine triestina è sempre stata il fiore all’occhiello del teatro Verdi.
La stessa considerazione vale per l’orchestra, mal diretta e obbligata a fragori eccessivi.
L’allestimento di Federico Tiezzi è a mio parere molto bello e godibile, colto e di ottimo gusto.
Il regista ha una visione dell’opera unitaria e ispirazione originale. L’idea di considerare parimenti terribili la guerra di sentimenti e la guerra tra Romani e Galli è ben realizzata dalle magnifiche scenografie di Pier Paolo Bisleri e dalle luci straordinarie di Gianni Pollini. I costumi di Giovanna Buzzi, invece, seppur funzionali allo spettacolo, sono un po’pacchiani (i guerrieri con una specie di carapace…mah…non so…sembravano tartarughe ninja sfigate)
Un discorso a parte merita la parte squisitamente visiva e cioè i sipari ricavati dai bozzetti originali di Mario Schifano.
La quercia, coloratissima, sembra quasi preludere, anticipare gli stati d’animo dei protagonisti nel susseguirsi della vicenda. Di grande impatto emotivo l’ultima scena, con il sipario che s’illumina di giallo e rosso a simbolo del rogo.
Oggi mi tocca l’orrida Venezia, dove alla Fenice vedrò il Romeo et Juliet di Gounod. (non si giudica uno spettacolo da una foto, certo che però è davvero Carnevale eh?)
Ho acquistato il biglietto quattro mesi fa, quando non sapevo della rinuncia del tenore Jonas Kauffman e, soprattutto, non avevo idea che fosse l’ultima domenica di Carnevale.
Venezia deve essere davvero bella piena di gente ubriaca e travestita, sì sì, il fascino della città lagunare si accresce di molto, così.
Speriamo almeno cantino bene (gli artisti, non le maschere), già sono abbastanza inferocito, poi mi tocca scrivere un’altra recensione semiseria incazzata. (smile)
 
 
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