Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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La sonnambula di Bellini al Teatro Verdi di Trieste, ovvero Balla coi pupi.

Ho sempre pensato che la regia possa essere un valore aggiunto a un’opera lirica, e per questa mia convinzione ho dovuto pure litigare – si fa per dire –  e rispondere a mail sdegnate di appassionati scandalizzati per allestimenti a loro parere troppo azzardati. Il problema principale è che per fare una regia non bastano le idee, bisogna anche saperle realizzare bene dal punto di vista scenotecnico.
A seguire la cronaca di una serata che – dal punto di vista di cui sopra – è risultata davvero infelice.
Poi, perché il pubblico triestino abbia massacrato la regia del Flauto magico e lasciato passare l’orribile messa in scena di ieri sera, resta un mistero insondabile. Leggi il resto dell’articolo

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Divulgazione abbastanza seria dell’opera lirica: La Sonnambula di Bellini al Teatro Verdi di Trieste.

Trieste ha (finalmente? Boh.) raggiunto lo status di città turistica, perciò anch’io, in quanto monumento, sono aperto il Primo Maggio (strasmile). Ecco perciò una breve presentazione dell’opera che esordirà al Teatro Verdi venerdì 5 maggio.

Poche opere, a mio parere, sono distanti dal nostro attuale sentire come La Sonnambula di Vincenzo Bellini.
La trama è esile, ingenua, delicata, gentile, anche a volerla sovraccaricare di simboli freudiani – che pur ci sono nel libretto di Felice Romani –  connotandola degli stereotipi tipici della pazzia femminile, uno dei temi ricorrenti del Belcanto della prima metà dell’Ottocento.
Dove troviamo, oggi, gentilezza e delicatezza? Da nessuna parte, ed è proprio per questo che l’Arte è salvifica, l’ho scritto mille volte: ci permette di sospendere per un paio d’ore gli strilli angosciosi della realtà. Leggi il resto dell’articolo

Norma di Vincenzo Bellini al Teatro Verdi di Trieste: trionfo di Marina Rebeka

Sapete che non sono facile agli entusiasmi, ma davvero ieri è stata una serata grandiosa.
Per Marina Rebeka e tutta la compagni artistica, certo, ma anche per Trieste e il Teatro Verdi.
Qui, su La Classica Nota, la mia recensione della bellissima Norma di ieri sera.AlbNorma

Un saluto a tutti, vi aspetto per i commenti e, se potete e vi pare il caso, condividete l’articolo tramite i social.

#normaproject: Intervista a Fabrizio Maria Carminati, direttore di Norma di Vincenzo Bellini al Teatro Verdi di Trieste

Fabrizio Maria Carminati alle prova - foto di Fabio ParenzanOrmai manca meno di una settimana alla prima di Norma, perciò ho pensato di disturbare Fabrizio Maria Carminati, che sarà sul podio dell’Orchestra del Verdi, per fargli qualche domanda.
Trovate tutto qui, su La classica nota.
E attenzione, domani torno a Venezia dopo un po’ di tempo per lo Stiffelio di Verdi.
Pensatemi in lotta con i gabbiani assassini mascherati… (strasmile)

Norma di Vincenzo Bellini a Trieste: la protagonista occulta e i lupi mannari per il #normaproject

Da un particolare punto di vista, uno dei personaggi principali della Norma di Bellini entra in scena quasi di soppiatto.

Marina Rebeka

Marina Rebeka

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Norma di Vincenzo Bellini al Teatro Verdi di Trieste: parte il #normaproject

Norma al Teatro Verdi di Trieste, dal 29 gennaio al 6 febbraio.
No, dico, Norma, cioè uno dei monumenti della musica lirica. Profferisti un nome che il cor m’agghiaccia dice Pollione nel libretto di Felice Romani.
E Norma è, in effetti, opera da far accapponare la pelle, soprattutto per la parte da soprano della protagonista ma anche per il tenore, che si gioca tutto nell’aria e nella cabaletta iniziale cantate a freddo. O per l’interprete di Adalgisa (mezzosoprano), la cui tessitura vocale è tipicamente anfibia e galleggia tra acuti da soprano e gravi profondi.
Il basso (Oroveso) è meno impegnato ma deve essere autorevole nell’accento senza scadere in inappropriate forzature stilistiche.normats
Anche il coro ha una funzione importante e ovviamente, centrale è l’operato del direttore d’orchestra.
Insomma ci sta tutto un piccolo progetto dedicato a quest’opera di Vincenzo Bellini e io – che sono diabolico – ho ben pensato di chiamarlo #normaproject, scimmiottando mestamente il bel lavoro che fece l’ufficio stampa del teatro per l’opera che ha aperto la stagione e cioè il Don Giovanni.
Cosa prevede #normaproject? Niente di troppo diverso dalla consueta divulgazione semiseria dell’opera lirica che propino di solito ai miei happy few, solo che dividerò le mie tristi iniziative tra questo blog, La classica nota e il mio account Twitter. Pillole di Norma in random, diciamo, senza regole o scadenze temporali per arrivare tutti – me compreso – più preparati alla prima del 29 gennaio.
Ci sarà l’uso criminale del libretto, ovviamente, nel senso che abbinerò qualche immagine invereconda ai versi di Romani e so che non me lo perdonerete. Probabilmente qualche intervista ai protagonisti e altre buffonate tipo questa che scrissi qualche anno fa e che ripropongo oggi, tanto per rompere il ghiaccio.
La recensione della prima alla Scala nel 1831, alla quale – forse non lo sapevate – sono stato presente. Leggi il resto dell’articolo

Recensione semiseria de I Capuleti e i Montecchi di Bellini al Teatro La Fenice di Venezia. Tragedia: muoiono Romeo e Giulietta.

Dell’orrida Venezia che dire? Poco, questa volta, soprattutto perché evidentemente in gennaio i gabbiani assassini stanno ancora smaltendo qualche viaggiatore morto avanzato dalle crapule festive e la carne fresca – visto il ridotto afflusso turistico (si fa per dire) – è più difficilmente reperibile.

Un gabbiano gigante travestito da aereo, mentre attacca uno stormo di aquile.

Un gabbiano assassino gigante travestito da aereo, mentre attacca uno stormo di aquile.

Peraltro, anche in questo periodo la trasferta lagunare mi ha lasciato un bel ricordo: l’immagine di una coppia etero di giapponesi in cui l’elemento maschile avanzava per le calli tenendo teso un braccio che brandiva una prolunga di circa 1.5m con in cima una minitelecamera rivolta verso l’alto. Ha rischiato di levare gli occhi più volte ai passanti ma forse , ci ho pensato ora, non era a scopo turistico ma il tipo si è inventato una specie di NORAD in salsa orientale per difendersi dagli attacchi dei gabbiani kamikaze. Dopotutto i giapponesi hanno esperienza di questo tipo di incursioni (strasmile).
Ma, come sempre, passiamo alle cose meno serie. Leggi il resto dell’articolo

L’ equivoco stravagante del Bellini, ovvero l’inutil precauzione.

Calma, melomani. Non sono improvvisamente impazzito. Leggi il resto dell’articolo

Recensione semiseria della Sonnambula di Vincenzo Bellini alla Fenice di Venezia: applaudito un pullman.

Chi mi segue da un po’ sa che quando vado alla Fenice, nell’orrida Venezia, per vedere un’opera non posso esimermi dallo scrivere qualche riga promozionale sulla città lagunare. Me lo impone il contratto con il locale ufficio turistico, quindi abbiate pazienza. Leggi il resto dell’articolo

Recensione trasognata di Norma alla Scala di Milano. Ovvero “Un sogno? In rammentarlo, io tremo”.

Sono stato a Milano, alcuni mesi fa,

e in quell’occasione ho conosciuto un medium, del quale per riservatezza non farò il nome.

Alcuni amici mi avevano detto che il tipo è dotato di poteri straordinari e io ho insistito per incontrarlo. Sembra una persona normale, eppure non lo è affatto. Per quanto possa sembrare incredibile, quest’uomo ha capacità davvero impensabili. Gli ho detto della mia passione per la lirica e di rimando ha risposto: Ti piacerebbe assistere a una serata operistica storica, nella quale si è piantato il seme del Mito?
Chi avrebbe risposto di no? Così, dopo aver fatto la richiesta di assistere al debutto di Norma, mi sono ritrovato in un lampo alla Scala di Milano, il 26 dicembre 1831, confuso tra il pubblico di platea.
Atmosfera febbrile, ricca d’aspettative e curiosità sia per la nuova opera di Vincenzo Bellini sia per la presenza nel cast di alcune star, che, ve lo anticipo, si sono rivelate una delusione clamorosa.
Ho capito perché le cronache del tempo riportano di una serata controversa, per l’esordio di Norma.
Tra Domenico Donzelli, Giuditta Pasta e Giulia Grisi non so chi è stato il peggiore, sinceramente. Una triade di nuovi mostri.
Si taccia dei comprimari che nomino solo per dovere di cronaca: Marietta Sacchi (Clotilde) e Lorenzo Lombardi (Flavio).
Passiamo subito ai protagonisti, perché son dolori forti.
Comincio dal basso Vincenzo Negrini (Oroveso), una specie di teppista esagitato, dai gravi gorgoglianti e cavernosi, gutturali, e acuti, si fa per dire, oscillanti e striduli.
In generale il timbro della voce ricorda da vicino quei rumori, non propriamente piacevoli, che purtroppo l’uomo emette quando si trova in ingrata posizione defecatoria.
Certo non mi sono stupito particolarmente, perché questo cantante era considerato anche a quei tempi un routinier di misero livello.
Sono rimasto allucinato dalla prestazione di Giuditta Pasta, nei panni di Norma, una pazza esagitata che ha urlato come una pescivendola, e chiedo scusa alle pescivendole, per tutta la sera.

Dov’era l’alterigia nobile della sacerdotessa druidica? Dov’era il tenero smarrimento della donna tradita?
Tutto confuso in una generale agitazione, contrabbandata per fraseggio,  in cui il recitativo Sediziose voci era sovrapponibile al Teneri figli. E il tutto sempre in bilico tra una discutibilissima vociferazione e un stentoreo parlato dalle inflessioni plebee che con Norma non c’entrano nulla.
Una vaiassa sgangherata dal punto di vista della recitazione, un soprano corto che urla belluinamente in alto e sfiata nel registro grave: peccato che a quel tempo non ci fossero le gare di rutti, perché avrebbe vinto certamente contro qualsiasi avversario.
Mai immenso timore per non essere capace di rendere simili sublimi concenti, come scrisse la presunta diva a Bellini, fu più fondato.
Una delle peggiori cantanti che abbia mai sentito, scandalosa sotto ogni punto di vista.
O almeno questo pensavo prima di sentire Giulia Grisi, una Adalgisa pallida, smunta, esangue, emaciata, cadaverica, cinerea, malsana, sbiadita, stentata, malconcia, scialba, smorta, slavata, misera, esile, insignificante, provata, evanescente, sparuta, spenta, scolorita.

Nonostante ciò, Giulia Grisi è riuscita a rendere il personaggio in modo volgare, grossolano e dozzinale. Una serva.
Insomma è un vero peccato che tra le mie doti non ci sia la facondia, perché solo così potrei trovare l’aggettivo giusto per definire lo sgomento, lo sdegno, che l’esibizione di questa ciarlatana mi ha procurato.
Sembrava per tutta l’opera una Giuseppina Ronzi de Beignis ante litteram (quel soprano che s’accapigliò con una collega durante le prove della Maria Stuarda di Donizetti) in piena sindrome mestruale.
Spaventoso il risultato del terzetto che chiude il primo atto, impreziosito dalla presenza sordida del tenore Domenico Donzelli, che sembrava un magnaccione ubriaco che porta a spasso il suo per fortuna contenuto parco mignotte.

E questo -ho pensato- sarebbe il famoso baritenore? Il cantante dall’estensione vocale formidabile?
A parte che già il confronto con il modestissimo tenorino che interpretava Flavio era impietoso, in quanto il comprimario ha palesato da subito uno squillo e una proiezione del suono migliore.
Più che altro il Donzelli m’è sembrato un baritono mollaccione e sfalsettante, dalla voce sorda e dal timbro ingrato, vuoto in basso e gracchiante negli acuti gridati e morchiosi. Avreste dovuto sentire cos’era il si bemolle della cabaletta iniziale: un urlo lacerante.
Come se non bastasse, la voce di Donzelli è affetta da quello che si chiama vibrato stretto. Ora, il vibrato stretto evoca a volte il belato, a volte il nitrito. Qui eravamo, seppur alla lontana, al nitrito.
Insomma, alla fine posso ben affermare che Domenico Donzelli, Giulia Grisi e Giuditta Pasta rientrino tra i falsi miti della prima metà del 1800.
Resta da considerare il Coro, di livello decisamente più basso di qualsiasi formazione dopolavoristica di anziani pensionati, e mi fermo qui.
Si taccia, per favore, del direttore di un’orchestra che sembrava più una banda di strapaese ingaggiata per la sagra della salsiccia.
L’unica nota positiva è venuta dal pubblico che, pur non apprezzando né punto né poco la serata sotto ogni aspetto, si è limitato a non applaudire e a qualche brusio sdegnato nei momenti più imbarazzanti dal punto di vista artistico.
Concludo dicendo che mai più approfitterò delle facoltà paranormali di alcuno per rivedere debutti operistici che sono nel mito.
Preferisco continuare a sognare che i cantanti di un tempo fossero tutti fuoriclasse e crogiolarmi in questa convinzione.
 
 

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