Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Magnifico concerto di Elīna Garanča al Festival di Lubiana.

Beh, tenete conto che la serata è cominciata con un battibecco con una giovane spettatrice autoctona la quale, bontà sua, non voleva che scattassi foto perché era illegale. Le ho risposto che l’unica cosa che mi sembrava illegale nei paraggi fosse il fatto che indossasse una stola di pelliccia con 70° (strasmile).
Ma passiamo alle cose meno serie e cioè alla recita della serata. Leggi il resto dell’articolo

Recensione ponderata di Les Pêcheurs de Perles di Georges Bizet al Teatro Verdi di Trieste.

Che dire? Questo allestimento non mi aveva convinto nel 2008 e contrariamente a certi vini il tempo non l’ha migliorato, anzi, se non siamo all’aceto ci manca poco (strasmile). Inoltre, se la volta scorsa c’era un grande obeso tra i ballerini questa volta il corpo di ballo – ricordo che quello del Verdi è stato asfaltato dalla crisi economica – ha fornito una prestazione che definirei volenterosa e nulla più. Per fortuna c’era una buona compagnia artistica e un buon direttore.
A seguire gli esiti della serata, un saluto a tutti! Leggi il resto dell’articolo

Divulgazione abbastanza seria dell’opera lirica: Les Pêcheurs de Perles di Georges Bizet.

La prossima settimana, venerdì 10 marzo, al Teatro Verdi di Trieste, torna Les Pêcheurs de Perles di Georges Bizet.
Ho pensato perciò che qualcuno potrebbe essere interessato a una piccola guida all’ascolto di quest’opera che non è certo tra le più rappresentate. Ho scritto quello che con termine tecnico si definisce un longform, che è un anglicismo per definire in modo trendy una lenzuolata noiosissima (strasmile).pesc1 Leggi il resto dell’articolo

Recensione semiseria della Carmen di Bizet alla Fenice di Venezia: è nata una stella?

Tenete presente che quella di ieri potrebbe essere stata la mia ultima trasferta nell’orrida Venezia. Sì, perché scopro chez Winckelmann che tra un paio di giorni da quelle parti consentono questo scempio e, di conseguenza, non è improbabile che dell’amata città lagunare non restino che macerie affondate o, se ci va bene, affioranti. Leggi il resto dell’articolo

Recensione semiseria della Carmen di Bizet al Teatro Verdi di Trieste.

E così, il femminicidio più famoso del melodramma si è nuovamente perpetrato al Teatro Verdi di Trieste. Ovviamente sto parlando della Carmen di Bizet, seconda tappa della stagione lirica triestina (qui le interviste che ho fatto ai cantanti nei giorni scorsi).
Stava per consumarsi anche l’omicidio di un corista in diretta, scivolato su di un fiore vigliaccamente lanciato dall’alto durante la passerella finale: sembra che subito prima di rialzarsi abbia accenanto a La fleur que tu m’avais jetée, ma devo chiedere conferma. Una serata sanguinosa, insomma (smile).
Come i miei lettori forse ricorderanno, a suo tempo la scelta del titolo aveva lasciato qualche strascico polemico. Cito dal vecchio post, che potete leggere qui in tutto il suo splendore [diffidate da chi dice “odio citarmi”: io adoro attorcigliarmi intorno alle mie opinioni, le poche volte che sono sensate (strasmile)].

Prendiamo la Carmen che è quella che vidi al Maggio Fiorentino qualche anno fa, a firma Carlos Saura, regista cinematografico prestato alla lirica. Beh, avevo preparato una rassegna stampa con le critiche all’allestimento di firme prestigiose (non Paoli Bulli qualsiasi) ma poi sembra che si voglia girare il coltello nella piaga. Chi vuole si informi. Aggiungeteci che è uno spettacolo pensato per il palcoscenico del teatro comunale di Firenze, che è “leggermente” più ampio di quello triestino e, di conseguenza, dovrà essere riadattato. Di solito la qualità non migliora, in queste situazioni.

Sono stato facile profeta, anche se in effetti i problemi sono venuti più che altro dalla parte logistica di adattamento che da un risultato scadente dal punto di vista artistico.Carmen, Trieste 5 febbraio 2013 Leggi il resto dell’articolo

Carmen di Georges Bizet al Teatro Verdi di Trieste: buttiamola sul ridere!

Qui potete ascoltare alcune interviste che ho fatto nei giorni scorsi ai protagonisti della Carmen “triestina”.

No no, non voglio parlare di qualche pettegolezzo carpito nei corridoi del Teatro Verdi, dove fervono (è il caso di dirlo) i preparativi per la prima di martedì prossimo 5 febbraio.
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Carmen di Georges Bizet al Teatro Verdi di Trieste: un primo sguardo strabico.

La prossima settimana, martedì 5 febbraio, debutta al Teatro Verdi di Trieste la Carmen di Georges Bizet, nell’allestimento di Carlos Saura che ho già visto a Firenze nel 2008.
Come sempre, quindi, eccomi puntuale a lanciare qualche sguardo semiserio sull’opera. Leggi il resto dell’articolo

Intervista a Erwin Schrott, l’Escamillo della Carmen alla Scala di Milano.

Daland è stato alla Scala ieri sera, credo sia importante leggere anche la sua opinione sulla Carmen.


Proseguono le recite della Carmen alla Scala di Milano, e un paio di giorni fa è andata in onda su SkyClassica la prima replica della serata inaugurale di Sant’Ambrogio, ma alla registrazione manca un pezzo:

i fischi alla regista Emma Dante sono scomparsi. Sono rimaste, invece, le disapprovazioni a Adriana Damato, il soprano che interpreta Micaela.
Mi sembra veramente una brutta azione.
In primis perché, a torto o a ragione, i fischi alla Dante ci sono stati, clamorosi (qui la mia recensione) e si sono ripetuti seppur in tono minore nelle recite successive, e poi perché non si capisce come mai la Damato debba avere un trattamento diverso dalla regista, per non parlare della pura e semplice mistificazione della realtà di stile orwelliano.
Forse alla Scala, dove tutti i dirigenti pensano ancora di essere alla guida del più prestigioso teatro del mondo, mentre non è più così da decenni, qualcuno dovrebbe farsi un esame di coscienza.
Bene, detto questo, ho pensato che avrebbe potuto essere interessante riproporre qui l’intervista che ho fatto al basso baritono Erwin Schrott per OperaClick, qualche giorno prima della prima.
Ah sì, tra l’altro ora OperaClick è come Nadia Cartocci, su Facebook (strasmile).

Erwin Schrott torna alla Scala di Milano con la Carmen che quest’anno apre la stagione operistica.

Il cantante uruguaiano, al contrario di molte altre star della lirica, s’esibisce abbastanza spesso in Italia. Pur essendo ancora giovane, ha già cantato a Firenze, Napoli, Torino, Parma, Roma, insomma è un artista affezionato al nostro paese.
OperaClick non poteva lasciarsi sfuggire l’opportunità di fare quattro chiacchiere col prossimo Escamillo scaligero. Ne è uscita un’intervista a tutto campo, nella quale il basso baritono fa anche sfoggio di un ottimo senso dell’umorismo che ci rivela qualcosa anche del suo lato umano, oltre che professionale.

 

M° Schrott come e quando si è accorto che la musica lirica, il canto, avrebbe potuto diventare la sua professione? 
La prima volta che ho cantato davanti a un pubblico che non fosse solo la mia famiglia avevo otto anni, è stata la prima volta che ho messo piede su un palcoscenico d’opera e ancora me lo ricordo. Ma la realizzazione che cantare sarebbe diventata la mia professione è venuta successivamente, di sicuro non a otto anni! Quando ne parlavo con i miei amici e dicevo “voglio fare il cantante d’opera” ricevevo come risposta delle sonore risate, forse perché pensavano che per un uruguaiano diventare cantante lirico non fosse una cosa molto comune, ma un po’ per testardaggine, ma soprattutto per amore della musica, mi sono messo a studiare costantemente e seriamente per realizzare il mio sogno. In ogni caso provenire da una famiglia molto unita in cui la musica, non solo l’opera, ma tutta la musica, è sempre stata presente mi ha aiutato moltissimo.
C’è stato qualcuno o qualcosa che l’ha convinto ad avvicinarsi all’opera?
Mi sono convinto da solo. Lo faccio principalmente perché mi piace, non lo vedo tanto come un mestiere, ma come la fortuna di poter vivere facendo qualcosa che mi piace. Anche il sostegno della mia famiglia, degli amici, delle persone a me care è il carburante che mi aiuta ad andare avanti. Ovviamente, oltre che per me stesso, canto per il pubblico, e quello dell’opera è giustamente molto esigente, perciò quando a loro piaccio è una gratificazione in più oltre alla gratificazione che mi dà la musica – e non parlo solo di quando la faccio io, ma anche di quando l’ascolto – ancora oggi se sento la voce della Callas mi vengono i brividi, ed è una sensazione bellissima.
Le reazioni del pubblico e della critica hanno avuto un peso nella scelta del suo repertorio?
Più che la critica ha principalmente influito l’autocritica. Ho studiato e continuo a studiare molte opere che mi piacciono ma che poi ho deciso di accantonare, per una serie di motivi: perché non penso di essere all’altezza o di non esserlo ancora, perché in un primo momento credevo che la mia voce potesse essere adatta a quella determinata opera e invece poi mi accorgo che non lo è… Ci sono numerosi motivi. Per ora ho, in fin dei conti, un repertorio abbastanza esclusivo, circoscritto, ma oltre al fatto di scegliere attentamente le opere da interpretare, è limitato anche perché scelgo di tenere un po’ di tempo per me: non posso cantare sempre, tutti i giorni, ho la necessità di passare del tempo con la mia famiglia, o semplicemente di riposare. Parallelamente a queste considerazioni personali, poi, c’è il fattore pubblico: come dicevo prima non canto solo per me stesso, quando sono sul palcoscenico canto soprattutto per il pubblico, persone che pagano un biglietto e giustamente poi desiderano vedere uno spettacolo che li soddisfi, che li faccia fantasticare, viaggiare in un mondo diverso da quello reale per tre ore, e non me la sento di deluderli. L’opera che interpreto deve innanzitutto piacere a me, dal punto di vista musicale, da quello drammaturgico, da qualsiasi punto di vista, perché se non è così, se c’è qualcosa che non mi convince poi non riesco a rendere al massimo, e il pubblico se ne accorge e rimane deluso. Ho un grande rispetto anche per i critici e per il loro lavoro. Senza dubbio sono generalmente persone molto colte che hanno visto e studiato un’infinità di opere, ma spesso dimenticano che c’è una prima volta per tutti, che il debutto in nuovo ruolo non è solo una questione di studio ma anche emozionale. Leggo spesso quello che hanno da dire, alcuni li conosco di persona e mi dicono direttamente ciò che pensano, e specialmente in questi casi considero importante e utile la loro opinione. Avere immediatamente un riscontro critico, positivo o negativo che sia, è anche un modo per affrontare la questione con un atteggiamento meno distaccato. Sono comunque sempre aperto a ricevere critiche e impressioni dalle persone, è anche quello un metodo per imparare e migliorare sempre.

C’è un personaggio che ama in modo particolare, che ritiene più vicino alla sua sensibilità?
In genere tutti i ruoli per cui il basso-baritono a un certo punto uccide il tenore! Purtroppo però molto più spesso capita che il basso-baritono alla fine muoia, mannaggia… Scherzi a parte, nonostante abbia cantato moltissime volte il ruolo di Don Giovanni, sento invece molto più vicino a me quello di Leporello: è più caratteristico, più divertente e dà anche la possibilità di spaziare vocalmente, perché Leporello nel giro di tre ore sperimenta tante e tali emozioni, belle e brutte, che è impossibile essere monotoni. Poi mi piacerebbe interpretare ruoli verdiani, per esempio Attila, vorrei anche affrontare Boris, e i grandi ruoli drammatici wagneriani – Wotan! -, ma bisogna dare tempo al tempo.
Con quale personaggio ha debuttato? Come è andata?
Ho debuttato con Roucher nell’Andrea Chenier, è stata un’esperienza molto, molto emozionante, mi è sembrato come se la mia anima guardasse dall’alto il mio corpo sul palcoscenico.
 
Quali sono state le parti più difficili da imparare o che le hanno creato comunque problemi ?
Difficili lo sono un po’ tutte, nel senso che è semplice imparare un ruolo a memoria, un po’ più complicato è applicare una tecnica soddisfacente, ma la cosa più ostica è rendere interpretativamente senza perdere la tecnica, anzi, possibilmente non facendola trasparire , tentare di far sembrare tutto molto naturale. Sembra un po’ un controsenso, perché nel mondo reale la gente non parla per recitativi accompagnati né si mette a cantare quello che ha da dire, però è così che funziona… in effetti è una cosa abbastanza complicata, non del genere di difficoltà della fisica quantistica, certo, ma comunque complicata. Però, se non fosse una cosa difficoltosa, sarei il primo ad annoiarmi, quindi mi va benissimo così.
Tra gli appassionati c’è un grande dibattito sulle regie, spesso giudicate insensate o perlomeno poco rispettose del libretto e anche dei cantanti. Lei si è mai trovato in difficoltà, da questo punto di vista?
In difficoltà per questo mai, forse perché penso che non si può sempre mettere in scena la stessa opera. Ovviamente il gusto delle persone non è il medesimo, quindi si incontrerà sempre qualcuno che pensa che una produzione sia troppo di avanguardia o troppo tradizionale o troppo qualche altra cosa, così come io stesso a volte posso pensare che una regia sia poco indicata per un’opera. È naturale che non a tutti piaccia la stessa cosa, però credo anche che se nessuno apportasse mai elementi di novità l’Opera diventerebbe rapidamente un’arte impolverata e noiosa che ben poche persone avrebbero voglia di seguire.
Lei ha una voce importante e voluminosa. Qualcuno sostiene che oggi il pubblico e la critica non siano più abituati a queste caratteristiche, è d’accordo?
È una bella domanda! A volte sembra che tutto ciò che importi sia il volume, la dimensione della voce, ma la realtà è che non è veramente quello che conta. Ci sono voci grosse e belle, piccole e ugualmente belle, l’importante è sapere usare al meglio quella che uno si ritrova, che sappia cantare, recitare, scandire, perché, per esempio, una voce grossa ci mette pochissimo a diventare “grossa e brutta”. Ogni voce può essere bella, ogni voce è un dono, l’importante è saper utilizzare questo dono. E il pubblico questo lo sa, non è una questione di essere abituati o meno a delle caratteristiche vocali, sono ancora convinto che il pubblico sappia distinguere un buon cantante da uno pessimo. E lo stesso, ovviamente, vale per la critica.
Le recite sono sempre un’incognita, gli aneddoti divertenti basati su imprevisti accaduti sul palcoscenico sono molti. A lei è mai capitato qualche fatto curioso ed inaspettato?
Sì proprio nell’ultimo Mosè a Zurigo: Faraone, Michele Pertusi, doveva sparare a una della sue guardie ma al momento di fare fuoco la pistola non ha funzionato. E allora c’era questo faraone perplesso con la pistola che avrà fatto click senza sparare almeno venti volte, ma niente, il colpo proprio non partiva! Sul palco ci veniva anche un po’ da ridere, e credo venisse da ridere al pubblico stesso. Però il soldato a un certo punto è morto ugualmente – immagino sia stato un altro miracolo di Mosè…
C’è qualche cantante storico, ovviamente tra i bassi, che ammira in modo particolare?
Con il rischio di sembrare banale, e anche se non è un basso, ma non importa: la Callas, la Callas e poi anche la Callas. Tra i bassi e baritoni Siepi, Kipnis, Ghiaurov, Van Dam, Nucci, Souzay… ci sono moltissimi artisti che ammiro profondamente, ma la lista sarebbe lunghissima.
All’estero che immagine si ha dell’Italia, dal punto di vista della programmazione teatrale?
Non quella di una volta, purtroppo. E’ un peccato perché l’Italia è veramente la patria dell’opera, e vedere la sua creatura così spesso mortificata dalla burocrazia è abbastanza avvilente. Ci sono spettacoli bellissimi che vanno in cartellone solo per poche repliche, ed è un vero peccato, perché è stressante per gli artisti ma soprattutto deleterio per il pubblico, che materialmente non può, non riesce a seguire gli spettacoli – penso per esempio a come i biglietti spesso a prezzo altissimo taglino fuori la parte giovane degli appassionati-, che magari sarebbe anche interessata ad andare a teatro, ma non può. Così si ha sempre l’impressione che l’opera sia una cosa da vecchi, ma io so benissimo che non è così, perché quando gliene viene data la possibilità, i giovani riempiono i teatri, anche per l’opera, l’ho visto con i miei occhi. I tagli alla cultura non aiutano, ma anche la gestione interna di alcuni teatri è molto discutibile. A volte sembra come se, già ferita gravemente, l’opera si auto-infliggesse altre ferite per mano dei teatri stessi. Tutto questo è molto melodrammatico, certo, però sarebbe bene che il melodramma rimanesse sui palcoscenici e non diventasse vita reale. 
Ha ancora tempo e voglia di andare a teatro a sentire un’opera per il piacere di farlo?
Spesso vado a teatro, al teatro di prosa specialmente, oppure a Broadway con mia figlia a vedere i musical. Poi vedo concerti di jazz, rock, bossa nova, flamenco, tango. All’opera vado quando voglio andare a sentire un collega a cui sono affezionato e che mi fa piacere ascoltare. 
Io amo moltissimo Wagner. Ha mai pensato d’affrontare questo compositore?
Sì, sicuramente, come ho detto anche a me piace moltissimo, ma non sono molto sicuro che a Wagner piacerebbe sentire me in questo momento. Credo che la mia voce non sia ancora pronta, probabilmente lo sarà tra una decina di anni, forse prima, forse dopo… in questo momento, però, di sicuro non lo è ancora. Però, ripeto, è assolutamente un compositore che voglio affrontare.
Qual è il suo rapporto con Internet?
E’ un ottimo rapporto, specialmente per quanto riguarda la comunicazione con le persone a me care che però, per ovvi motivi, non possono essere sempre vicine a me, per cui tramite Messenger e Skype riesco a rimanere in contatto in modo continuo. Poi ovviamente è un ottimo modo per tenersi informati, ormai i giornali li leggo quasi solo via internet. Mi piace molto l’idea della comunicazione dal basso, del citizen journalism, quello per cui con internet anche chi non avrebbe non tanto il coraggio quanto la forza, la possibilità materiale di far sentire la propria voce localmente riesce invece a farlo attraverso il web, e a livello planetario, perché con internet la comunicazione è a lunghissimo raggio. 
In Uruguay qual è la situazione della musica lirica?
L’opera è sempre opera, ovunque nel mondo, e non morirà mai, e in Uruguay abbiamo delle ottime scuole di musica. Ma la situazione economica a livello mondiale affligge anche il teatro, per cui quelli più ricchi se la cavano più facilmente, quelli più poveri sono più in difficoltà, come in qualsiasi altro campo. In Uruguay la musica è molto sentita, è parte integrante della vita della gente. In questo momento, però, più che all’opera si pensa a come uscire dalla crisi, oggettivamente. L’opera sarà ancora lì quando tutto questo sarà passato.

Un’ultima domanda legata all’attualità di questa Carmen e al prossimo Don Giovanni.

Nella novella di Mérimée da cui è tratta la Carmen di Bizet, il personaggio di Escamillo non ha il rilievo che assume invece nell’opera, è un semplice picador e non il tombeur de femme unico rivale di Don José.
Visto che lei tra qualche mese tornerà alla Scala per il Don Giovanni, trova che ci sia qualche vicinanza psicologica tra i due personaggi? E tra Carmen e Don Giovanni?
A dire il vero non vedo somiglianze: Don Giovanni è fondamentalmente un uomo annoiato ed egoista. Escamillo non è cattivo e di sicuro non si annoia mai, trovo che sia soprattutto molto vanitoso. Gli piace essere al centro dell’attenzione, ma è in fondo un tipo abbastanza piatto, tutta apparenza, che però non farebbe deliberatamente del male agli altri, di sicuro non per divertimento come invece fa Don Giovanni. Forse l’unica somiglianza tra i due è l’essere superficiali, ma la loro superficialità si estrinseca in modi diversi: per Escamillo nella sua vanità, per Don Giovanni nella sua arroganza.
Tra Carmen e Don Giovanni vedo invece qualche affinità, entrambi usano la seduzione come arma. Ma Carmen ama e vuole essere riamata, mentre Giovanni lo fa per aumentare il numero delle sue conquiste, non gli importa nulla di queste, in lui manca completamente il rispetto per qualsiasi essere umano, probabilmente anche per se stesso.
Inoltre entrambi muoiono tragicamente alla fine dell’opera. Carmen muore per amore della sua libertà, lei è uno spirito libero ma è guidata dall’amore; Don Giovanni invece muore per punizione, la sua morte è conseguenza delle sue azioni.
Bene, a questo punto non mi resta che farle un grosso in bocca al lupo per l’ormai imminente prima di Carmen!
 
Crepi, un saluto agli amici di Operaclick!
 
 
                                                               

Recensione della Carmen di Bizet alla Scala di Milano: ovviamente semiseria.

E Carmen fu.
Un’apertura della Scala che sul web ha scatenato preventivamente emozioni forti, spesso polemiche a distanza tra blog e siti: in troppi sono convinti di detenere il Verbo Assoluto del Sapere Operistico.
Io detesto le certezze, sono sempre pieno di dubbi. Mi piacciono le contraddizioni e quando non capisco qualcosa credo sempre di essere io il problema, e mi sforzo di considerare anche il punto di vista degli altri.
La percezione dell’Arte è soggettiva, l’opera lirica è una cosa viva, ridurla a cadavere da sezionare sul tavolo delle autopsie è il peggior servizio che le si possa fare.
Una circostanza è accertata dai numeri: c’è stato tantissimo interesse per questa Carmen.
Questo modesto blog, che di solito è sulle 150 visite al giorno, ne ha raccolte quasi 500.
 
Premetto che la mia recensione semiseria si basa sulla visione dello spettacolo sul canale satellitare Sky Classica.
Allora, abbiamo visto e sentito la Carmen con i dialoghi parlati, intanto.
E qui la mia prima osservazione è che tutti gli artisti sono andati abbondantemente in overacting: Micaela bamboleggiante più che mai, soprattutto all’inizio. Carmen in qualche occasione è sembrata la caricatura del puttanone da iconografia dei film con Bombolo, Kaufmann troppo impaurito e spaesato, sembrava un verginello, ma si è riscattato nel finale, fornendo una buona prova di recitazione.
Schrott, povero, conciato com’era secondo la più bieca tradizione da toreador e alle prese con un personaggio che non consente troppe sfaccettature, ha fatto il…bullo (strasmile).
Memorabile il cappello da torero, sembrava una via di mezzo tra un’acconciatura di Patricia Petibon

e le orecchie di Topolino(ultrasmile).
La regia di Emma Dante è sembrata mettere troppa carne al fuoco.
A me non piacciono i palcoscenici eccessivamente pieni di tutto, se non è strettamente necessario. Paura dell’horror vacui, si chiama.
Forse la Natura rifugge il vuoto, ma il teatro è rappresentazione, si può scegliere di non affollare le scene all’inverosimile.
Inutili, all’inizio, i vecchietti con la bocca aperta che si sventolavano per il caldo: l’effetto era quello di vedere una sala di rianimazione geriatrica (strasmile).
Spesso banali e fastidiose le coreografie, perché distraevano dalla musica, con tutte quelle donne che si agitavano come tarantolate.
Insomma, se la Dante voleva sottolineare il lato drammatico dell’opera, e questo risulta dalle dichiarazioni della vigilia, ci è riuscita solo in parte.
Carina (non di più), l’idea della trasformazione di Micaela nella madre sul letto di morte.
I costumi, sempre di Emma Dante, erano inoffensivi.
Nel complesso la regia non mi ha entusiasmato, ma riconosco alla Dante almeno il tentativo di allestire qualcosa di originale.
 
Lo scenografo Richard Peduzzi mi pare si sia limitato al compitino, riciclando spesso idee di suoi allestimenti passati.
 
La concertazione di Daniel Barenboim a me è piaciuta moltissimo, lui sì che ha centrato l’obiettivo della tragicità della vicenda.
In qualche occasione forse un po’ lenta, la direzione, ma attentissima ai particolari.
Magnifica l’ouverture, bellissimo l’accompagnamento alle arie più famose, dall’habanera alla romanza del fiore. Eccellente la scena delle carte, con l’orchestra che suonava una vera e propria marcia funebre, presaga degli avvenimenti successivi. Emozionante il finale.
 
Anita Rachvelishvili, mezzosoprano sconosciuto sino a pochi giorni fa, se l’è cavata bene, considerato anche che doveva essere emozionatissima. La voce è omogenea in tutto il registro e non l’ho mai sentita forzare. Gli acuti sicuri e, almeno a quanto mi è sembrato, il volume dev’essere considerevole.
Credo sia un talento naturale, ora speriamo che dopo il successo di questa sera stia con i piedi per terra e non si sfianchi in poco tempo, accumulando impegni a sproposito.
Unica pecca, come ho detto all’inizio, una recitazione qualche volta sopra le righe, ma la sua Carmen mi ha convinto, pur senza entusiasmarmi.
 
Jonas Kaufmann ha cantato benissimo, per me è stato di gran lunga il migliore della serata.
Bravissimo nella romanza del fiore e sempre alla ricerca di sfumature che non facciano di Don José una belva assetata di sangue. Nel finale era affaticato ma la sua prestazione è stata d’assoluto rilievo.
Credo che Don José sia la parte che gli riesce meglio e considerando che è ancora relativamente giovane, spero che affini ulteriormente la sua visione del personaggio.
 
Erwin Schrott, secondo me, non era in serata felicissima anche se non è incorso in errori particolari, ho sentito qualche slittamento d’intonazione (occasionalmente calava un po’, come si dice in gergo).
La romanza Toreador è stata affrontata con ottimi risultati e buon gusto, nonostante la regia lo condannasse ad atteggiamenti abbastanza stucchevoli.
 
Adriana Damato, Micaela, ha cantato male. Voce senescente, gestioni dei fiati discutibilissima, linea di canto accidentata e acuti al limite dell’urlo in più d’un’occasione.
Non si capisce come lo staff della Scala non abbia trovato una cantante migliore, in questa parte ce ne sono davvero tante di gran lunga superiori al soprano di questa sera.
 
Difficilissimo valutare l’Orchestra da un ascolto televisivo, però mi è sembrato che la prova sia stata assai buona, e anche il Coro ha fornito una prestazione positiva.
I ruoli minori o comprimari non erano di livello straordinario, specialmente nelle parti maschili (il Morales abbastanza vociferante di Mathias Hausmann).
Buone invece mi sono parse Frasquita e Mercédès, interpretate rispettivamente da Michèle Losier e Adriana Kucerova.
Il pubblico ha apprezzato lo spettacolo ma all’uscita dei cantanti ha manifestato chiaramente il suo dissenso per la Damato e soprattutto per la regia di Emma Dante.
Non è stata la contestazione di pochi scalmanati, erano in tanti a buare. Io ritengo che buare questa regia sia assolutamente eccessivo.
Successo di cortesia per Schrott e trionfo per la Rachvelishvili e Kaufmann. Molto apprezzato anche Daniel Barenboim, che ha “costretto” la Dante, piccatissima e terrea in volto per i fischi, a rimanere sul palco.
Tutto questo in my humble opinion, obiouvsly.
Aggiungo che mi è garbata assai la regia televisiva, con l’unica eccezione di un paio d’inquadrature insensate.
Buona settimana a tutti.
 

Carmen di Bizet alla Scala di Milano: a poche ore dalla prima, ancora un paio di considerazioni semiserie.

Scrivere qualcosa che non sia scontato e/o banale sulla Carmen di Bizet, che aprirà lunedì prossimo la stagione operistica alla Scala di Milano, non è facile.
Sarebbe facile invece prendere i sacri testi e avviare un mesto lavoro di copia e incolla, e anche questo si è già visto in giro troppe volte.
L’opera è popolarissima o perlomeno la vicenda è piuttosto conosciuta, se non nota a tutti.
Ci posso provare, però, magari cominciando col riportare fedelmente (beh, nella traduzione italiana) un passo della novella di Prosper Mérimée dalla quale Henri Meilhac e Ludovic Halévy trassero ispirazione per il libretto. Ho scritto trassero ispirazione non a caso, come vedremo più avanti.
 
“Alzai lo sguardo e la vidi. Era venerdì e non lo dimenticherò mai. All’inizio non mi piacque e tornai al mio lavoro, ma lei secondo il costume delle donne e dei gatti, che non vengono quando si chiamano e vengono quando non si chiamano, mi si parò davanti e mi rivolse la parola.” (Don José)
 
Poi ecco un breve passo dall’arcinota habanera, sempre tradotto in italiano, dal libretto dell’opera.
 
 
“Se tu non mi ami, io ti amo-se io ti amo…bada a te!” (Carmen)
 
Opera di contraddizioni, di antagonismi, di furori, d’incomprensioni.
Una composizione che ha rischiato il lieto fine e probabilmente, in questo caso, si sarebbe assicurata l’oblio, confusa tra la melassa  indistinta delle opere note solo ai musicologi più agguerriti.
Sì, perché i dirigenti del Teatro dell’Opéra Comique di Parigi, avrebbero preferito un finale rosa invece che rosso sangue, tanto da consigliare agli spettatori di lasciare a casa madri e figli: uno spettacolo a luci rosse, XXX rated, per quei tempi.
Le cronache dell’epoca (esagerando un po’) parlano di un fiasco alla prima, il 3 marzo 1875. Eppure in qualche modo lo spettacolo dovette colpire il pubblico se appena qualche mese dopo, il 3 giugno, i funerali di Georges Bizet, inopinatamente scomparso, furono seguiti da una marea di persone.
Il musicista francese aveva riscosso un discreto successo solo con Les Pêcheurs de perles (I pescatori di perle), gli altri suoi lavori erano passati quasi inosservati.
Opera di tradimenti.
Il più clamoroso e forse meno noto al pubblico quello di Nietzsche, che di fronte alla concretezza della drammaturgia di Carmen abiurò il suo amore per la musica di un tale che si chiamava Richard Wagner, compositore nebuloso e che non aveva certo il dono della sintesi (strasmile).
Opera di folli rincorse.
Nei primi due atti Carmen “corre dietro” a Don José, negli ultimi due ad inseguire è proprio il soldato contrabbandiere.
I librettisti fecero un lavoro incredibile, come ho detto all’inizio, tanto da trasformare un umile picador (questo è nel testo originale) nel torero Escamillo: un’icona del machismo, un Don Giovanni senza tormenti interiori. Una botta e via, se due meglio, altrimenti c’è un’altra donna pronta che aspetta da qualche parte.
L’antagonista di Don José.
Anche Carmen, personaggio forte, aveva bisogno di un contraltare e allora ecco che i due (librettisti) s’inventano Micaela (non esiste nella novella), che è tutt’altro che una biondina scipita. Micaela è una doppia sfida per Don José, perché è da sposare e soprattutto, perché è la sua connessione (in)conscia con la madre lontana.
Questo tratto archetipo della moglie-madre sembra sia sottolineato nella regia di Emma Dante e mi fornisce l’occasione di fare un piccolo inciso.
Mai come quest’anno l’opera che inaugura la Scala è stata oggetto di speculazione sul web e non solo, visto che io, ad esempio, ho già sentito la registrazione di una delle prove generali.
Inoltre, c’è stato il “fattaccio” della defezione imprevista del tenore Jonas Kaufmann alla recita dedicata agli under 30, che ci ha riportato, seppur per motivi diversi, all’atmosfera dell’anno scorso, quando Giuseppe Filianoti fu protestato alla vigilia della prima in favore di Stuart Neill.
Per l’occasione scrissi, o meglio non scrissi questo.
Sembra che Kaufmann ce la faccia per lunedì, ma un doppio in bocca al lupo è d’obbligo!
Torniamo a qualche altra considerazione sulla nostra gitana.
Carmen è un personaggio da “Fuori orario” di Scorsese, che ti catapulta in un mondo che non conoscevi ma che ti attrae.
Anche lei ricorda Don Giovanni, o forse, meglio, il mito di Don Giovanni: fa la vita che le piace, senza pentimenti, sino alle estreme conseguenze. Una donna doppiamente diversa, zingara e libera.
Poi, certo, un musicologo serio o un critico decente parlerebbe degli interventi dei filologi: Oeser, Guirod, Didion, analogie con lo singspiel tedesco ma da questi pulpiti si ammanisce roba semiseria, mica cultura.
Io la penso così, sulla questione recitativi o dialoghi parlati: recitativi, perché i cantanti sono spesso pessimi attori. Spero che gli artisti cantino bene, se la prima alla Scala sarà un successo il motivo consisterà in questo ed eclisserà anche la concertazione, qualsiasi sia, di Daniel Barenboim.
Passerà in secondo piano anche la già discussa regia di Emma Dante, in cui vedo il pericolo che per evitare uno stucchevole folklorismo spagnoleggiante cada nella rappresentazione della sicilianità da esportazione e cartolina illustrata. Sarebbe peggio ancora.
Voglio dire, un compositore che fu costretto dalle bizze della diva di turno (Célestine Galli-Marié) a riscrivere un’aria 13 volte, non meriterebbe tale affronto (strasmile).
Direi che a questo punto siamo tutti pronti a vedere e sentire questa bellissima opera, i riferimenti in tal senso sono nel post precedente. Non mancherà ovviamente RADIO3.
 
Pure la recensione semiseria arriverà, però mi preme molto sottolineare che a Fidenza, dopo l’appello che potete trovare qui e che è stato raccolto dalle migliori menti del Paese (strasmile), qualcosa si muove in senso positivo.
Sicuramente il merito non è solo della mobilitazione e delle firme, ma è anche certo che si è trattato di un’iniziativa positiva.
A presto, quindi.
 
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