Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Divulgazione semiseria dell’opera lirica: Don Pasquale di Donizetti. Traduzione in dialetto e ricordi lontani.

Nell’ambito della stagione lirica questa settimana (venerdì 1° aprile) esordisce al Teatro Verdi di Trieste il Don Pasquale di Donizetti, una delle opere più celebri e amate del melodramma italiano. Insomma, mi tocca scriverne qualcosa prima della consueta recensione semiseria.
L’altro giorno parlando con un amico ragionavo sul fatto che basterebbe leggere il frontespizio e le sommarie descrizioni dei personaggi per apprezzare quest’opera (dramma buffo), se non altro perché ci si immerge in una gentilezza di linguaggio, in una delicatezza di termini che oggi è scomparsa e che forse dovremmo rimpiangere. Vediamoli, questi personaggi/caratteri che vengono direttamente dalla Commedia dell’Arte e che ritroviamo spesso come archetipi in molti lavori fin dal XVI secolo:

Don Pasquale: vecchio celibatario tagliato all’antica, economo, credulo, ostinato, buon uomo in fondo

Dottor Malatesta: uomo di ripiego, faceto, intraprendente, medico e amico di Don Pasquale e amicissimo di…

Ernesto: nipote di Don Pasquale, giovine entusiasta, amante corrisposto di…

Norina: giovane vedova, natura sùbita, impaziente di contraddizione, ma schietta e affettuosa

In triestino si direbbe così: un vecio insempià e col brazeto, un dotor bubez ‘bastanza blagher, un mulon ganzo e una mulona fastidiosa ma sveia (strasmile).

Quando l’opera debuttò, il 3 gennaio 1843 a Parigi, il cast fu formidabile e schierava nientemeno che Luigi Lablache, Antonio Tamburini, Mario De Candia e Giulia Grisi: il meglio dei cantanti di quel momento storico.
Se dovessi – non sia mai – indicare un’opera con cui cominciare ad avvicinarsi alla lirica credo che indicherei proprio Don Pasquale. I motivi sono tanti, anche di carattere affettivo (li affronterò tra qualche riga), ma soprattutto credo che il lavoro di Donizetti sia una specie di summa o paradigma di tutto ciò che è l’opera lirica. Ci sono melodie accattivanti, un’orchestrazione raffinata, duetti bellissimi, spazio per i solisti che possono (e devono) fare sfoggio di qualità canore e attoriali di primissimo livello. Si sorride, si riflette su temi che sono tutt’altro che banali e soprattutto universalmente condivisi. L’atmosfera è in continuo divenire tra il buffo più classico e il malinconico patetismo e ovviamente è centrale la capacità del direttore di sottolineare tutte le sfumature di una partitura davvero ricchissima di spunti.

Accennavo più sopra a motivi di carattere affettivo che mi legano a quest’opera che non solo ci sono, ma sono anche belli forti e, ora che mi avvicino al tramonto della vita (sigh, sono sessantasette, tra poco) mi fa anche piacere condividerli.
Dunque, tutti (?) conoscono l’immagine che stava (ci sta ancora? Boh.) sulla scatola dei Baci Perugina no?

Ecco, quando ero piccolino il nonno mi aveva confidato – con aria da cospiratore che sottintendeva “non dire a nessuno che te l’ho detto” – che la coppia che si bacia raffigurata sulla scatola erano proprio mio papà e mia mamma.

Ma non basta perché il nonno, che era melomane marcio, burlone e anche bruscamente sentimentale, mi diceva che in quel momento i due innamorati stavano ascoltando un duetto d’opera: Tornami a dir che m’ami, dal Don Pasquale. E siccome la sua versione preferita dell’opera aveva per protagonisti Toti Dal Monte e Tito Schipa, capirete che sono stato abituato benino sin da piccolo.
Certo, poi si cresce, il tempo passa e qualche volta (troppo spesso) mi dimentico da dove vengo, ma l’importante è ricordarsene ogni tanto, magari con il pretesto di presentare sommariamente ai miei happy few un’opera lirica.
E un giorno vi racconterò di quando realizzai che San Nicolò non esiste e che i regali li nascondevano i familiari! Fu una tragedia. Avevo solo 26 anni, dopotutto (strasmile).

Divulgazione semiseria dell’opera lirica: Macbeth di Giuseppe Verdi, che aprirà la stagione del Teatro alla Scala di Milano.

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Direi che in prossimità del Macbeth di Giuseppe Verdi che aprirà la stagione alla Scala di Milano il 7 dicembre si può cominciare a dare il solito sguardo sbilenco a questo straordinario capolavoro che amo particolarmente. Oltretutto sembra che Anna Netrebko si sia incastrata in un ascensore durante le prove e perciò potrebbe uscirne una serata memorabile (strasmile).
Macbeth di Verdi è stato protagonista di altri tre vernissage di stagione: 1952, 1975, 1997. La versione scelta da Riccardo Chailly sembra essere quella parigina del 1865 e la regia sarà di Davide Livermore, ormai di casa alla Scala, che ha di essersi ispirato al film Inception di Christopher Nolan (film bellissimo, peraltro). I protagonisti principali saranno Luca Salsi (Macbeth, baritono), Anna Netrebko (Lady, soprano), Ildar Abdrazakov (Banquo, basso), Francesco Meli (Macduff, tenore).
L’opera si potrà vedere in televisione sui RAI1 a partire dalle 17.45 e ascoltare su RADIO3 alla stessa ora.
Dovete sapere che il giovane Amfortas da ragazzino era rimasto colpito dalle immagini del film di Orson Welles, che evidentemente devo aver visto in televisione una di quelle sere nelle quali non andai a dormire subito dopo Carosello, dal momento che dubito fortemente che l’abbiano passato al cinema dell’oratorio salesiano (smile).
Nel film la scena dello sleepwalking – quella appunto che m’è rimasta tanto impressa – è da 1h e 30 minuti circa, per chi volesse vedere questo momento così emozionante.
L’immagine bellissima della terrificante “maschera” di Jeanette Nolan ha disturbato frequentemente le mie notti.
In particolare m’impressionò la scena che poi, nell’opera di Verdi, è descritta nell’aria “Una macchia è qui tuttora” e cioè il momento in cui la Lady vede le sue mani sporche di un sangue che non riesce a lavare.

Già prima il suo consorte Macbeth propone la metafora del mare e del sangue. Questi i versi di Shakespeare:

Will all great Neptune’s ocean wash this blood clean from my hand

Che nel libretto di Piave (e Maffei) diventa:

Non potrebbe l’Oceano queste mani a me lavar

Ma, chissà perché, a me fece più impressione la donna che si sfregava le mani, allucinata. Nel libretto del Macbeth verdiano la frase è “Chi poteva in quel vegliardo tanto sangue immaginar?”

In questa scena di sonnambulismo regna sovrana e credo che continuerà a farlo per sempre Maria Callas, che proprio non posso fare a meno di proporre, nonostante che in questa parte si siano poi distinte anche altre cantanti: dalla Gencer alla Scotto, dalla Nilsson alla Bumbry sino, si parva licet, a Vittoria Yeo (la penultima Lady che ho ascoltato in teatro) dei nostri giorni.

Quindi rivedere e risentire il Macbeth è per me particolarmente emozionante, perché trovo sia una delle opere migliori di Verdi e anche perché mi ricorda la mia lontanissima infanzia.

Fatta questa inutile premessa, ecco i principali protagonisti della prima rappresentazione di Macbeth, il 14 marzo 1847 a Firenze.

    Macbeth (Felice Varesi)

    Lady Macbeth (Marianna Barbieri-Nini)

    Banco (Nicola Benedetti)

    Macduff (Angelo Brunacci)

Vale la pena approfondire un minimo le personalità dei due protagonisti “primi interpreti” dell’opera.

Macbeth

Il creatore del ruolo fu Felice Varesi, del quale apprendiamo dai sacri testi che era “basso, tarchiato, un po’ sbilenco” e che aveva una voce “vibrante, sonora e pastosa”.

Varesi

Inoltre:
Fu istruito nelle belle lettere, nella matematica, nella fisica, nel disegno, nell’architettura, nelle lingue, e tra’ Maestri ebbe il celebre Abate Pozzoni. Dotato d’una voce baritonale agile, pastosa, robusta, intuonata, imparò il canto, e l’autunno 1834 esordi col Furioso e il Torquato al Teatro di Varese, nell’ Eden della Lombardia, ove in quella stagione sono raccolti i più bei fiori e le menti più squisite e gentili della Capitale. Non sapremmo quale città d’Italia non l’abbia udito e apprezzato, poichè pel volgere d’anni moltissimi ei mai non ebbe un momento di tregua, dall’uno all’altro teatro passando. Anche la Spagna, anche il Portogallo, anche Parigi lo reputarono sommo nel tragico, nel semi-serio, nel giulivo, nel buffonesco, attribuendogli la duplice e rara qualità di cantante attore. Coppola scrisse per esso Giovanna I, e Verdi lo volle a protagonista delle principali sue Opere.

A Varesi stesso si rivolge Verdi in una famosa lettera, nella quale spiega dettagliatamente come interpretare il personaggio di Macbeth.
Il celebre baritono poi legò il suo nome a due opere della trilogia popolare di Verdi: Rigoletto e Traviata, anche se nella parte di Giorgio Germont non ebbe, alla prima, un grande successo e anzi fu considerato concausa del tonfo all’esordio.

Lady Macbeth

BarbieriNini

Della terribile Marianna Barbieri-Nini ho già parlato più volte, ma giova riprenderne in questo caso i tratti salienti.
La Marianna Barbieri-Nini fu un soprano di fama pari solo alla sua bruttezza, poverina.
Giuseppina Strepponi, la seconda moglie di Verdi, la omaggiò di questo sintetico e viperino parere:

S’ella ha trovato marito non può disperar più nessuna di trovarlo.

Oddio, bellissima non era di certo, almeno a giudicare dalla documentazione disponibile, ma evidentemente era anche molto brava, tanto che fu la prima interprete di parti monstre come Lucrezia Contarini nei Due Foscari e della diabolica Lady nel Macbeth, sempre di Verdi, oltre che di numerose opere di Donizetti.

Francesco Regli, (autore del libro dal titolo più lungo del mondo e cioè Dizionario biografico dei più celebri poeti ed artisti melodrammatici, tragici e comici, maestri, concertisti, coreografi, mimi, ballerini, scenografi, giornalisti, impresari, ecc. ecc. che fiorirono in Italia dal 1800 al 1860.) la gratifica, tra gli altri complimenti, di questo giudizio:

Acclamatissima cantante fiorentina padre era impiegato alla Corte del Gran Duca di Toscana Il Maestro Cav Luigi Barbieri iniziolla il primo alla musica ea andò gloriosa d avere ad auspici e precettori una Giuditta Pasta il Vaccaj Dopo il felicissimo esperimento di due Teatri nel carnovale 1839 40 andò alla Scala di Milano ove apparve sotto spoglie d Antonina nel Belisario L Impresa si era sbagliata scelta del suo dèbut e poi per la ragione di tenerla a suoi stipendi non doveva esporre sopra scene di tanta esigenza una giovane principiante Non è dunque a maravigliare se la Barbieri ebbe la peggio L Appalto intanto da cui dipendeva anzichè sorreggerla la disanimò costringendola persino a cantare alla Ca nobbiana fra un atto e l altro della Commedia Però la Barbieri non si è prostrata sotto il pondo della sua sventura e fatti valere i suoi diritti in tribunale ne usci vincitrice si sciolse da quel malaugurato contratto e incominciò una nuova èra sotto gli auspici di Alessandro Lanari Da quell epoca non sapremmo quale Teatro non la festeggiasse in Italia ed all Estero Vi fu un momento nella professione musicale che non si parlava che della Barbieri La sua stupenda voce i suoi arditi slanci il suo esteso repertorio la resero per moltissimi anni la delizia e il sostegno dei Pubblici e degli Impresarii L Accademia di Santa Cecilia di Roma il Liceo di Belle Arti e la Filarmonica di Firenze tante altre accreditate Accademie la fecero loro Socia e il Gran Duca di Toscana la creò sua Cantante di camera Il Maestro Mabellini scrisse per essa Il Conte di Lavagna Giuseppe Verdi due Foscari Giovanni Pacini il Lorenzino de Medici Non sappiamo perchè da qualche tempo la si lasci oziosa nella sua nativa Firenze mentre potrebbe ancora prestare alle scene utili servigi.

Il fatto è che Verdi stesso scrisse che la sua Lady Macbeth doveva essere brutta e cattiva, dotata di una voce aspra, soffocata, cupa. E quindi la Barbieri-Nini, evidentemente, in questi panni faceva – come si suol dire elegantemente – la sua porca figura (smile).
Insomma, vedremo come Anna Netrebko riuscirà a trasformarsi!

Per ora è tutto, un saluto a tutti, ci rileggiamo per la consueta recensione semiseria e fulminea.

Macbeth di Giuseppe Verdi al Teatro La Fenice di Venezia: teatro lirico allo stato puro.

Il Macbeth, tragedia scespiriana tra le più note, è stato spesso oggetto di rielaborazioni, manipolazioni e interpretazioni anche bizzarre.
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Recensione abbastanza seria di Così fan tutte di Mozart al Teatro Verdi di Trieste: buona la prima.

Ok, ormai lo sapete. Io vorrei un teatro diverso a Trieste, più vivo e movimentato, ma sembra che non sia possibile. Moriremo teatralmente democristiani, con allestimenti che non dicono nulla di nuovo e vogliono, al contempo, accontentare tutti.
Pazienza, perché tanto Mozart resta Mozart! Leggi il resto dell’articolo

Il nuovo libro di Elvio Giudici ci parla del teatro lirico dell’Ottocento.

Considero Elvio Giudici il mio Maestro e perciò con grande gioia vi parlo del suo ultimo lavoro.

Dopo i volumi pubblicati nel 2016, dedicati al teatro lirico del Seicento e del Settecento, torna alla ribalta Elvio Giudici con una nuova pubblicazione in cui affronta l’Ottocento, disponibile dal 30 novembre 2017.
Segnalo che le opere di Giuseppe Verdi sono state trattate in una precedente pubblicazione del 2012, di cui ho già parlato qui e che nei prossimi anni (forse il 2019) uscirà un’integrazione del libro sul teatro verdiano che comprenderà anche – nuovo di zecca –  un’approfondita analisi su quello wagneriano.
Amato, odiato, spesso bistrattato per le sue opinioni forti e fuori dagli schemi, Elvio Giudici è uno di quei critici musicali – sono pochi – che oltre a essere competente sa anche scrivere in uno stile accattivante e divulgativo, ricorrendo a tecnicismi solo quando è indispensabile. Leggi il resto dell’articolo

Tristan und Isolde al Teatro Verdi di Trieste: cronaca di una non morte annunciata.

Insomma, siamo arrivati felicemente alla fine nonostante le difficoltà. Serata impegnativa, decisamente. Ah, sì, scusate, sto parlando di me percosso da una feroce infreddatura (strasmile) che mi ha reso ben più allucinato di Tristan nel terzo atto.
Qui qualche foto della generale.
Uno zombie, sembravo, e per fortuna che al Verdi mi vogliono bene e mi hanno sistemato in un palco sterilizzato dal secondo atto in poi. Nonostante questo, la democratica diffusione di bacilli durante il primo atto in platea ha decimato il pubblico triestino, che già di suo, mediamente, è pericolosamente esposto ai colpi d’aria vista l’età media rilevabile solo col Carbonio-14 o col carotaggio. Ho visto una coppia che presentava evidenti residui del Quaternario.
Ma passiamo alle cose meno serie, un saluto a tutti!

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Divulgazione sconsiderata della musica lirica: Tristan und Isolde, ovvero di quello che non si può dire né scrivere.

Anche per un perfect wagnerite – nel mio caso wagneriano fradicio sembra più appropriato – non è agevole dire due parole su Tristan und Isolde, titolo impegnativo che il Teatro Verdi presenta al pubblico in una nuova produzione autoctona.
Tale è infatti la complessità dell’opera che trovare un focus è impresa ardua.
Ci provo, abbiate pietà.

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Recensione seria di Il segreto di Susanna di Ermanno Wolf-Ferrari al Teatro Verdi di Trieste.

Una serata divertente, purtroppo per pochi intimi. Consiglio a tutti di non perdere questa produzione, ne vale la pena; ci potete andare anche domani alle 18. E poi, dai, dura solo un’oretta e il biglietto costa poco (strasmile)! Leggi il resto dell’articolo

Divulgazione abbastanza seria dell’opera lirica: Les Pêcheurs de Perles di Georges Bizet.

La prossima settimana, venerdì 10 marzo, al Teatro Verdi di Trieste, torna Les Pêcheurs de Perles di Georges Bizet.
Ho pensato perciò che qualcuno potrebbe essere interessato a una piccola guida all’ascolto di quest’opera che non è certo tra le più rappresentate. Ho scritto quello che con termine tecnico si definisce un longform, che è un anglicismo per definire in modo trendy una lenzuolata noiosissima (strasmile).pesc1 Leggi il resto dell’articolo

Una grande Daniela Mazzucato illumina La voix humaine di Poulenc al Teatro Verdi di Trieste.

Qualche volta succede che le emozioni più grandi siano inaspettate o quasi.
È quello che è successo ieri al Ridotto del Teatro Verdi di Trieste con La voix humaine di Francis Poulenc. Pensavo, infatti, che sarebbe stato difficile superare l’impatto emotivo della serata di circa dieci anni fa, protagonista sempre Daniela Mazzucato. Invece i grandi artisti sono tali proprio perché per quanto lo scorrere del tempo lasci, come su tutti noi, qualche segno e qualche ruga metaforica o meno, sanno reinventarsi e andare avanti.
A seguire la cronaca di una bellissima serata.mazzu1 Leggi il resto dell’articolo

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