Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Grande serata di musica al Teatro Verdi: la “sorpresa” di un violoncellista vestito da rockstar!

Pochissime gioie, ultimamente a Trieste. Per fortuna ci sono il teatro e la musica, che ci preservano almeno un po’ da certi orrori…

Dopo la serata della settimana scorsa – che si è svolta in condizioni ambientali difficili -, l’attività del Verdi di Trieste è ripresa ieri con il secondo concerto della rassegna autunnale con la musica di Antonin Dvořák, Richard Strauss e Alexander von Zemlinsky. Si tratta di artisti nati in pieno Ottocento che si sono affacciati al secolo successivo declinando in modo personale l’arte della composizione prediligendo generi musicali diversi, tanto che fatico a trovare un fil rouge nel programma che non sia la parentela culturale tra i protagonisti, tutti di estrazione mitteleuropea.
Il concerto per violoncello e orchestra n.2 in si minore op.104 di Dvořák, una pagina musicale emozionante come poche, ha aperto la serata. Il brano prende spunti da quella autentica miniera che è la musica popolare, a cui hanno attinto moltissimi compositori di tutte le epoche.
Strutturato nei classici tre movimenti la pagina si caratterizza per il notevole equilibrio tra il solista e l’orchestra, quasi a contraddire lo schema del concerto romantico in cui l’orchestra è spesso quasi ancella del solista. Il suono caldo del violoncello sembra seguire l’andamento di un fiume carsico, che ogni tanto scompare per poi risorgere vigoroso e lussureggiante.
Mischa Maischy è stato protagonista di una splendida prestazione che, per quanto mi riguarda, è cominciata già dal look più da rockstar che da inamidato concertista. Il violoncello è sembrato quasi un prolungamento del corpo e dell’anima su cui avvinghiarsi, contorcersi e vibrare in unisono. Ne è uscita un’interpretazione viva, palpitante, rivelatrice dell’impegnativo brano del compositore ceco.
Ottima l’intesa col giovane direttore Nikolas Nägele il quale, con altrettanta passione, ha ottenuto un suono omogeneo ed equilibrato da un’Orchestra di Trieste più che mai in palla, in cui si sono distinti legni e fiati.
Grandioso (e meritato!) successo per Maischy, che ha generosamente concesso ben tre bis.
Dopo l’intervallo è stato Richard Strauss, colto in una famosa pagina giovanile, a emozionare il pubblico.
Il poema sinfonico giovanile Tod und Werklärung (Morte e trasfigurazione) è una specie di ideale ponte con il Tristan und Isolde di Wagner, soprattutto dal punto di vista concettuale. La morte vista non come atto finale e definitivo della vita bensì come mezzo per raggiungere una dimensione diversa. Una visione consolatoria? Forse, ma l’immortalità è propria degli artisti, che percepiscono scenari diversi dalla gente comune e la aiutano a vivere con la speranza che ci sia, comunque, un domani.
La musica di Strauss è sempre molto densa, anche quando a farla da padrone sono gli strumenti più delicati come i flauti, i clarinetti o i fagotti.
Nägele sceglie agogiche rilassate, che lasciano apprezzare il virtuosismo dei professori d’orchestra ma che al contempo mantengono tesa la narrazione grazie a un raffinato uso di dinamiche anche fortemente contrastate. Ne sortisce un’interpretazione convincente di un brano che prova a sciogliere con delicatezza uno dei drammatici nodi gordiani dell’esistenza.
Brillante anche in questo caso la prestazione dell’orchestra, capace di una trasparenza e nitidezza di suono che nella musica di Strauss è difficile da ottenere.
IL concerto si è chiuso con il Salmo 13 per coro e orchestra op24 di Alexander von Zemlinsky, che ci è sembrato molto adatto ai tempi (grami) che stiamo vivendo. Sdegno, paura, speranza, sono sentimenti che ci pervadono spesso e che sono espressi nei versi del salmo anche bruscamente. L’intervallo orchestrale contribuisce ad aumentare una tensione che poi si scioglie nel finale.
Ottima, in questo caso, la prestazione del Coro della Fondazione, preparato da Paolo Longo.
Alla fine il folto pubblico ha manifestato grande entusiasmo per la serata, applaudendo con convinzione e chiamando più volta al proscenio i protagonisti.

Antonin DvorákConcerto per violoncello e orchstra n.2 in si minore op.104
Richard StraussTod und Werklärung
Alexander von ZemlinskySalmo 13 per orchestra e coro op.24
  
DirettoreNikolas Nägele
VioloncelloMischa Maischy
Direttore del coroPaolo Longo
  
Orchestra del Teatro Verdi di Trieste



Mini guida all’ascolto per il terzo concerto al Verdi di Trieste: la caccia al romantico.

Viandante sul mare di nebbia (Der Wanderer über dem Nebelmeer) di Caspar David Friedrich

Il terzo concerto al Teatro Verdi di Trieste, per la rassegna Giovani talenti, può essere considerato un tuffo nel Romanticismo. Forse vale la pena interrogarsi brevemente su cosa sia stato questo movimento culturale.
La prima caratteristica che mi preme sottolineare è che si è trattato di una temperie trasversale e transnazionale, che ha attraversato le Arti in tutta Europa. Gli ingredienti del Romanticismo sono molti, e spesso apparentemente in contrasto tra loro.
In questa specie di pentolone si ritrovano paesaggi brumosi, cavalieri senza macchia e senza paura, poeti dannati, eroine esangui, demoni e tanti altri archetipi di una corrente di pensiero che non così raramente s’interseca col sogno e l’illusione onirica. Non a caso uno dei manifesti del Romanticismo è il celebre dipinto Viandante sul mare di nebbia (Der Wanderer über dem Nebelmeer) di Caspar David Friedrich.

Uno, nessuno e centomila, mi verrebbe da chiosare con un po’ di sano cinismo.
Tra i compositori romantici Frédéric Chopin ha un posto di rilievo, perché alcune vicende della sua vita – la sfortuna nelle relazioni sentimentali, la morte precoce – lo rendono un perfetto testimone del suo tempo.
Chopin fu anche un grandissimo pianista e il Concerto n. 1 in mi minore per pianoforte e orchestra, Op. 11 che aprirà il programma al Teatro Verdi è un abito che si è cucito su misura quando era ancora giovanissimo.
Scritto in tre movimenti – Allegro maestoso, Romanza, Rondò – la pagina si caratterizza per una presenza molto rarefatta dell’orchestra che dialoga sommessamente col solista al pianoforte.
Prevale una cantabilità piuttosto pronunciata, screziata da qualche ripiegamento sombre che ne aumenta il fascino. Il Rondò finale, invece, si impone per l’immediata comunicativa, frutto di reminiscenze di danze popolari.
Nella seconda parte della serata è prevista la Sinfonia n. 7 in re minore op. 70 di Antonin Dvořák, in cui ritroviamo molte delle caratteristiche del concerto per pianoforte di Chopin, ovviamente declinate in modo diverso, perché diverso è il linguaggio della forma musicale sinfonica.
Scritta nei classici quattro movimenti (Allegro maestoso, Poco Adagio, Scherzo vivace, Allegro), basterebbe il sottotitolo del primo movimento (Del tempo torbido) per classificarla come appartenente al genere romantico.
In realtà la pagina si distingue – com’è ovvio, siamo nel 1885 – per marcate influenze wagneriane che si manifestano, per esempio, nel suono degli archi gravi e in una magniloquenza generale, non priva di grandi intuizioni melodiche. Ancora, come in Chopin, appaiono evidenti le origini popolaresche di una musica che alterna momenti spumeggianti e marziali ad altri in cui prevale un intimismo più raccolto.
Buon ascolto, quindi, e a presto.

Sintetica presentazione del concerto al Teatro Verdi, visibile stasera e domani su TeleQuattro.

Del progetto “Giovani talenti” programmato dal Verdi di Trieste ho già riportato nel post precedente.
Il teatro non ha previsto la presenza de visu né di pubblico né di critica: capisco le motivazioni, ma proprio perché si tratta di giovani interpreti mi asterrò dallo scrivere una recensione dei concerti che dovrei ricavare da un ascolto televisivo. Leggi il resto dell’articolo

Quel pomeriggio di un giorno da cani: recensione monca da Lubiana del concerto della Filarmonica della Scala.

La sfiga. La sfiga è sempre presente e, come tutti sanno, se la fortuna è cieca la sfortuna ci vede benissimo (strasmile).
Di solito per arrivare a Lubiana ci metto meno di un’ora ma, questa volta, un incidente in autostrada (non a me, e comunque senza conseguenze per le persone) ha provocato una fila di 40km e perciò ci sono volute 2 ore e 40 per arrivare. Insomma sono arrivato tardi al concerto, ecco. E, come leggerete, mi sono arrangiato (ovviamente dopo aver firmato la giustificazione all’ufficio stampa). Leggi il resto dell’articolo

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