Di tanti pulpiti.

Episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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I’m in Bayreuth state of mind 2017. E un bel libro di Pietro Tessarin su Richard Wagner.

Ormai ci siamo: la settimana prossima parte il gran baraccone chiamato Festival di Bayreuth.
Quest’anno – a meno che non perda colpi, ipotesi da considerare sempre – la benemerita Radio3 trasmetterà solo i Meistersinger del 25 luglio, giornata inaugurale della kermesse. Gli appassionati sapranno in ogni caso sopperire alla mancanza frequentando le consuete emittenti alternative.
Insomma, il titolo I’m in Bayreuth state of mind si può riproporre serenamente per l’ennesima volta.
Per l’edizione 2017 non sono previsti topi e a mio parere è già un passo avanti. Forse.
Seguirò il Festival ma non credo proprio che ne scriverò qualcosa, ormai ho un’età in cui le forze vanno centellinate con cura (strasmile). Ma non si sa mai eh? E comunque sì, presto sostituirò la foto (ultrasmile).
Nel frattempo, tanto per introdurre l’argomento Wagner segnalo un libro recentemente pubblicato. A me è piaciuto molto e lo consiglio a tutti i piccini wagneriani. Leggi il resto dell’articolo

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Joseph Schmidt, “The pocket tenor”. Una storia che ci deve far riflettere.

Questo articolo è stato pensato e scritto per OperaClick, quindi (forse) lo troverete meno scanzonato del solito. L’argomento però è di quelli che non passano mai d’attualità e credo possa essere interessante anche per l’occasionale Wanderer che non sa neanche cosa sia la musica lirica. Per questo motivo pubblico il testo anche qui su Di Tanti Pulpiti.
Un saluto a tutti!

Sullo sfondo dei tragici avvenimenti che portarono alla ascesa al potere di Hitler in Germania, scorrono perlopiù sconosciute le terribili vicende di centinaia di migliaia di persone. Leggi il resto dell’articolo

Un inaspettato Attila al Teatro Verdi di Trieste e il profumo della Mitteleuropa in un libro di Gianni Gori.

Qui Xing Like, il tenore cinese scelto per la parte di Foresto. La registrazione è del 2011 e si riferisce proprio a “Qui qui sostiamo” e “Cara patria” dall’Attila di Giuseppe Verdi.

La pioggia insistita e fastidiosa di quest’ultimo mese ha avuto anche qualche effetto positivo. Leggi il resto dell’articolo

Il nuovo libro di Elvio Giudici: Il Teatro di Verdi in scena e DVD.

Considerate che l’Otello comincia con un uragano o, se preferite, una tempesta. Beh, direi che per ora non sappiamo se alla Fenice Gregory Kunde sarà un Moro convincente, ma invece è evidente che l’orrida Venezia sta cercando di creare l’atmosfera giusta (smile!).

Accidenti ci voleva solo l’acqua alta per farmi amare ancora di più la città lagunare.
C’è anche una notizia importante che riguarda il Teatro Verdi di Trieste: Claudio Orazi è stato nominato sovrintendente dal neonato consiglio di amminstrazione della fondazione triestina.
Comunque, non è questo l’argomento di oggi bensì un evento editoriale. Leggi il resto dell’articolo

Alberto Mattioli, il critico ninja.

Ecco qui una recensione del libro, piuttosto pepata, dell’amico Daland.

Le caratteristiche essenziali per una diagnosi di sofferenza di un disturbo ossessivo- compulsivo sono, appunto, le ossessioni e le compulsioni. Leggi il resto dell’articolo

Miti e fonti letterarie: Faust, Don Giovanni, Robinson Crusoe, Don Chisciotte.

Sono innumerevoli gli esempi di compositori che hanno tratto felice ispirazione da opere letterarie o teatrali, tanto che è impossibile farne un elenco anche sommario e parziale. Leggi il resto dell’articolo

Variazioni sul tema.

Prima d'affrontare l'ultimo atto della Walküre, una piccola divagazione.

Chiacchiere lette.
Il calembour viene facile, perché il ricordo, o meglio l’attualità delle conversazioni sul blog di Ghismunda suggerisce proprio il paragone con le conversazioni tra amici.
Il libro come leit motiv, visto che in questi giorni si parla di Wagner, potrebbe essere un buon sottotitolo per queste Letture chiacchierate.
Copertina
Nelle recensioni di Ghismunda compaiono, sempre per restare in tema musicale, molte variazioni: sotto forma di riflessioni, cortocircuiti, suggestioni.
Nei suoi scritti ha la capacità di sottolineare il particolare e ampliarlo, ingrandirlo, senza che la circolarità della visione d’insieme ne risenta.
Cosa rara.
Il libro come pretesto per affrontare la realtà ma anche per sospenderla.
Perché l’Arte ha questa straordinaria capacità di rinnovarsi e rinnovarci, in qualche modo.
Negli articoli di Ghismunda c’è sempre tensione narrativa, quasi fossero più che recensioni dei piccoli racconti ed è proprio questa la circostanza che colpisce chi legge il libro.
Forse, inconsciamente, Ghismunda voleva scrivere questo volume dal giorno in cui ha pubblicato il primo post nell’ormai lontano 2004.
In Letture chiacchierate coabitano senza litigi in una biblioteca virtuale molti dei protagonisti della letteratura di ogni tempo, contemporanei compresi.
Mi piace segnalare, per ovvi motivi campanilistici ma anche perché a mio parere meriterebbero una virtuosa visibilità ancora maggiore, le recensioni dei libri di Italo Svevo, di Claudio Magris, di Boris Pahor.
Insomma, se siete nelle consuete ambasce per la scelta dei regali natalizi, pensateci.
Il libro è uscito da poco e purtroppo sul sito della casa editrice (EraNuova) non ho trovato ancora indicazioni, confido che intervenga Ghismunda stessa a darci qualche “dritta”.
Buon fine settimana a tutti.
 

Melomania, portami via (seconda e ultima parte). Meglio essere melomane, alcolista o zoccola?

Certo che si leggono in giro cose davvero sorprendenti, ci vorrebbe l'arguzia e l'ironia di Alberto Mattioli (il critico musicale della Stampa) per commentarle a dovere.

Mi riferisco marginalmente al trittico “Millenium” di cui mi sono occupato, con qualche approvazione ma pure con grande scorno degli ammiratori della buon’anima di Stieg Larsson, perché il protagonista Mikael Blomkvist c’entra in qualche modo.
Dovete sapere che è in vista una specie d’edizione de luxe dei tre romanzi che compongono la trilogia e quindi, Eva Gedin, prima editor di Larsson, ha rilasciato una dichiarazione di cui io riporterò solo l’essenziale, perché in qualche modo riguarda gli appassionati d’opera.
Citando una corrispondenza privata con lo scrittore, sostiene che questi, nel tratteggiare le caratteristiche psicologiche del giornalista volle evitare gli stereotipi del personaggio positivo.
E quali sono, direte voi (ma anche no eh?) queste stereotipate positività?
Eccole:
 
 
«non ha l'ulcera, né problemi di alcol, né complessi di ansia. Non ascolta l'opera né ha strani hobby come quello di costruire modellini di aeroplani. Non ha veri problemi e la sua vera caratteristica è di comportarsi da ”zoccola”, come del resto ammette lui stesso».
 

Ohhhhhhhhhhhhh finalmente ci siamo ed era ora!
Il melomane è visto come un deviante, un pericoloso drop out che ha hobby strani (chissà, forse anche inconfessabili) e probabilmente ascolta Verdi oppure Wagner per placare l’ansia, l’ulcera o l’alcolismo.
Beh, a parte che di questi tempi occuparsi di musica lirica è un’attività che io definirei addirittura propedeutica all’insorgere delle patologie indicate, sono soddisfatto perché la melomania è definitivamente assegnata alle nevrosi da DSM IV (Diagnostic and Statistics Manual of mental disorders, arrivato alla quarta edizione, una delle mie letture di culto) o comunque ai comportamenti devianti, ma, badate bene, in senso positivo!
Voglio dire, chi è melomane è connotato psicologicamente come un buono, marginale, ma buono.
Uno sfigatello, un pretty loser insomma.
C’è da sottolineare che io a questa conclusione ero arrivato già 3 anni fa, come potete leggere in questo post.
E poi volete mettere la soddisfazione di essere paragonati ai certosini costruttori di modellini d’aeroplani?
David Letterman, uno dei miei miti, quando esce la notizia che qualcuno, che ne so, ha costruito un modellino a grandezza naturale della Torre Eiffel con le caccole del naso, chiosa:
 
E sapete, ragazze, qual è la buona notizia? E’ single!
 
Anche noi melomani siamo entrati nel novero di chi può ambire al privilegio di essere considerato alla stregua di un pazzoide strano, ma tutto sommato inoffensivo, come chi vota a sinistra.
Ma non fatevi prendere dall’entusiasmo, ragazze: io non sono single.
La notizia positiva è che mi comporto da zoccola.
Buona settimana a tutti (ultrasmile).
 

La prima metà del 900: tempo di bilanci e spigolature varie.

Un paio di mesi fa, del tutto inaspettatamente, mi è arrivato a casa un pacchetto.

Già leggere il mittente, Gianni Gori, mi ha un po’confuso.

Che c’entravo io, imbrattacarte virtuale, con una persona così nota e colta, un intellettuale vero? Tra l’altro uno dei pochissimi triestini che vedo in giro per teatri, e pochissimi è davvero un eufemismo perché per contarli bastano e avanzano le dita di un…monco.
Oddio ho esagerato con le mie idiozie semiserie– ho pensato- e mi sono beccato una denuncia!
Ed invece no, tutt’altro. Era un cadeau. Il gentilissimo Dott.Gori, che si dichiara in una lettera d’accompagnamento fedele lettore di questo blog (ognuno ha le sue perversioni, che ci volete fare, strasmile), mi ha mandato una copia di “20 opere liriche da salvare dal diluvio (ed altro)” a cura di Giorgio Venturi, che potete forse trovare ancora disponibile qui.
Il libro illustra i risultati di un sondaggio, cominciato nel 1956 e ribadito nel 2009.
Il tema è le opere liriche della prima metà del 900 da salvare, come si capisce dal titolo, e a questo divertissement hanno partecipato una pletora di critici musicali italiani e musicologi del passato e del presente. Nomi notissimi e prestigiosi, da Massimo Mila a Gori stesso, da Franco Abbiati a Angelo Foletto, passando per Fedele D’Amico e Roman Vlad, ad Alberto Arbasino e davvero tanti altri. Il Gotha dell’intellighenzia musicale italiana.
Il sondaggio iniziò, pensate un po’, sul settimanale il “Tempo” e fu curato da Guido Gatti, a riprova che quando io sostengo che una volta l’opera lirica non era quell’attività per carbonari che è diventata oggi, non dico una delle mie solite stronzate. Voglio dire che c’era una stampa, non necessariamente specialistica e a diffusione nazionale che si occupava seriamente di musica e di teatro.
Those were the days! O tempora o mores! Mi fermo qui perché giusto un po’ di latino e d’inglese conosco, ché per il resto è peggio che andar di notte (smile).
Spesso le scelte dei partecipanti si limitano ai soli titoli delle opere, ma alcuni critici esprimono pure una motivazione e lo fanno nel loro stile: c’è chi è sarcastico, chi è dissacrante, chi è noioso, chi se la tira. Grandioso Quirino Principe, che sostanzialmente motiva le sue opzioni scrivendo una specie di poema, e chi ha assistito almeno una volta alle sue conferenze o prolusioni non può che ritrovarne l’umorismo intelligente e l’estroversione dell’uomo di spettacolo.
Molto indegnamente anch’io da questi pulpiti partecipo a questo gioco e spiego quali sono i miei criteri di scelta e anche di esclusione.
Beh, intanto, sembrerà strano che lo puntualizzi ma non è così, devo conoscere l’opera, ché nella prima metà del 900 l’ispirazione dei compositori ha prodotto tanti capolavori e non tutti mi sono noti.
E poi il lavoro mi deve divertire e non essere un palliativo per temperare l’esibizionismo del mio ego, che mi farebbe scrivere che l’opera più bella è Die Gezeichneten  di Franz Schreker (appena allestita al Massimo di Palermo) ma di cui a stento so scrivere il titolo e basta.
Quindi comincio, non per snobismo, con l’escludere il lavoro che si è confermato in entrambi i sondaggio come il più gettonato, e cioè il Pelléas et Mélisande di Debussy. Perché, direte voi (ma anche no)? Perché lo ritengo di una noia mortale e nonostante mi renda conto che potrei essere lapidato per questa mia affermazione, resta il fatto che è più forte di me, non ce la faccio ad arrivare alla fine quasi mai.
E questo senza metterne in dubbio la qualità e la straordinaria carica innovativa, che sia chiaro.
Insomma nella mia classifica compariranno titoli che ascolto spesso per piacere o che mi sono ricordati quasi quotidianamente nella vita di ogni giorno, magari colti nell’espressione di un viso, o nella suggestione di un sapore o di una sensazione inspiegabile. Come per i libri che sono nel box qui a sinistra del blog, questi titoli vivono e lavorano dentro di me, anche quando non ci penso, o mi sorprendono mentre sono affaccendato in altre cose, facendo capolino all’improvviso.
Sulla Lulu di Alban Berg, in questi giorni alla Scala di Milano, ecco qui l'opinione della Voce del Loggione e qui quella di Daland.
Le prime tre opere sono in ordine di preferenza, le altre alla rinfusa, tutte al quarto posto.
 

  1. Elektra di Richard Strauss
  2. Salome di Richard Strauss
  3. Wozzeck di Alban Berg
  4. Peter Grimes di Benjamin Britten
  5. The Rake’s Progress di Igor Stravinskij
  6. Lulu di Alban Berg
  7. The turn of the screw di Benjamin Britten
  8. La rondine di Giacomo Puccini
  9. Kat’a Kabanova di Leóš Janáček
  10. Die Frau ohne Schatten di Richard Strauss
  11. Pierrot lunaire di Arnold Schönberg
  12. L’enfant et les sortileges di Maurice Ravel
  13. Rusalka di Antonín Dvořák
  14. Il castello di Barbablù di Bela Bartók
  15. Don Quichotte di Jules Massenet
  16. Il tabarro di Giacomo Puccini
  17. Der Rosenkavalier di Richard Strauss
  18. Die lustige Witwe di Franz Lehár
  19. L’amore delle tre melarance di Sergej Prokof’ev
  20. Ariadne auf Naxos di Richard Strauss

 
Certamente qualche rinuncia sanguinosa ho dovuto farla, ma se devono essere venti titoli, che siano venti.
Il libro contiene anche una deliziosa appendice nella quale, tra un intervento dello stesso Giorgio Venturi e un ricordo di Gianandrea Gavazzeni, spicca un brillantissimo racconto di Gianni Gori, che conferma la leggerezza della sua scrittura e l’intelligenza dell’ispirazione anche in quelle poche pagine.
Non mancano, ovviamente, commenti alle scelte dei singoli e considerazioni generali assai appetitose.

In chiusura segnalo l’iniziativa della Zecchini Editore, che coinvolge proprio il romanzo (non mi stancherò mai di ripeterlo, bellissimo, Brünnhilde a Trieste).

Buon fine settimana a tutti.
 

Maria Callas e Tiziano Scarpa.

Col passare degli anni ricevo sempre meno regali.
Le persone mi conoscono meglio e, giustamente, pensano: "Perché dovrei regalare qualcosa ad Amfortas?" e non trovano risposta.
Come non capirle, queste persone?
Perciò i regali me li faccio da solo, qualche volta.

Quest’anno, attirato dal prezzo davvero basso e pungolato dal totale disordine della mia discoteca, mi sono regalato questo:
Lo potete trovare qui, ad esempio.
Ho pensato tante volte di scrivere recensioni di dischi storici ma un po’ per pigrizia e un po’ perché gli avvenimenti contingenti offrono sempre buoni spunti di riflessione, non l’ho mai fatto.
Ora ho deciso, nelle fasi di stanca di notizie scriverò le mie opinioni su questi documenti straordinari, senza aver la pretesa di dire qualcosa di nuovo, ma cercando di ascoltare senza pregiudizi (nel caso della Callas quasi sempre positivi).
Alcune di queste incisioni non le sento da tempo, addirittura anni in qualche caso, quindi potrei, io per primo, essere sorpreso dalle mie reazioni.
Vi prometto che le scriverò in modo chiaro, anche se dovessero risultare indigeste ai puristi.
Nei commenti al post precedente ho preannunciato che avrei comprato e letto il libro di Tiziano Scarpa, Stabat Mater. Così è stato e mi voglio togliere subito il pensiero.
Non mi ha deluso, anzi, superato lo scoglio delle prime venti pagine, piuttosto impegnative, l’ho trovato originale nei contenuti e ben scritto.
C’è qualche incongruenza storica, ma l’autore stesso l’ammette in un’esaustiva nota alla fine del romanzo.
La protagonista si chiama Cecilia, non a caso suppongo (Santa Cecilia è la patrona della Musica) e del suo

conflitto interiore, pesantissimo, si parla in questo libro.

Io non sono affatto sicura che la musica si innalzi, si elevi. Io credo che la musica cada. Noi la versiamo sulle teste di chi viene ad ascoltarci.

Ho estrapolato questa frase che Cecilia dice per strette questioni logistiche (non anticipo nulla del libro), perché anche a me succede ogni tanto di sentirmi sepolto dalla musica, specie da quella di alcune sinfonie: la terza di Mahler, la quinta di Beethoven, ad esempio, ma anche altre di compositori diversi.
Il libro è in alcuni momenti un po’ pretenzioso e in altri inopinatamente puerile, ma è un buon libro.
Alcuni passi sono emozionanti, specialmente all’inizio.
Costa troppo, però, e se da un lato lo consiglio volentieri dall’altro suggerisco d’aspettare l’edizione economica.
Credo, per tornare al discorso iniziale, che comincerò le mie recensioni con le due opere veriste per antonomasia: Pagliacci e Cavalleria Rusticana.
Buon fine settimana a tutti.
 

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