Di tanti pulpiti.

Dal 2006, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

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Qualche considerazione a caldo sulla nuova stagione di Lirica e Balletto al Teatro Verdi di Trieste.

È stata presentata oggi la nuova stagione di Lirica e balletto del Teatro Verdi di Trieste. Prima di pubblicare, a seguire, il comunicato stampa, volevo esprimere un paio di opinioni.
Sarà che sono vecchio – dico davvero – e ho visto un po’ di tutto ma il cartellone lirico non mi soddisfa e i motivi sono quelli di sempre: si tratta di una fotocopia di cartelloni standard che si possono vedere o si sono visti ovunque in Italia, magari con cast più attraenti. Ma i cantanti e le regie si valutano di volta in volta e ho la serenità per farlo senza pregiudizi.
Detto francamente, io di Bohème e Turandot non ne posso più, il Macbeth è lo stesso di una decina di anni fa con la regia bella, ma ormai stantia e superata, di Brockhaus.
Otello con Oren sul podio…boh…può essere qualsiasi cosa. Bene I Capuleti e i Montecchi di Bellini e Orfeo e Euridice di Gluck. Sono sei titoli più un balletto, Romeo and Juliet di Prokofiev, che sarà sicuramente di livello perché viene da Lubiana dove nella danza – e non solo – sono bravissimi.
Sono felicissimo di risentire Daniela Barcellona, Ruth Iniesta e Marco Ciaponi: soprattutto sono contento che torni a Trieste Silvia Dalla Benetta, uno dei soprani più sottovalutati degli ultimi vent’anni. I direttori d’orchestra sono potenzialmente buoni per un teatro come quello triestino.
Mancano, invece, i nomi di molti cantanti che a Trieste hanno fatto bene e hanno in repertorio opere in cartellone.
Se invece di essere triestino fossi di un’altra città non vedrei motivi per venire a Trieste, che oltretutto è carissima e servita in modo abominevole dalle ferrovie.
Non mi metto neanche a fare la lista leporelliana dei compositori e le opere che non sono presenti da anni al Verdi di Trieste.
Ora, ben consapevole che criticare è facile, soprattutto quando non si conoscono le disponibilità finanziarie, le esigenze geopolitiche e tutto il resto, a me pare chiaro che manchi, clamorosamente, una programmazione meditata a medio termine, un progetto generale e si continui a vivere alla giornata.
Non mi farò nuovi amici con questo mio intervento e, anzi, forse ne perderò qualcuno, ma pazienza.
Scrivo in rete dal 1996 e mi sono costruito una credibilità che mi consente, spero, anche qualche esuberanza caratteriale.
A seguire il comunicato stampa.

COMUNICATO STAMPA

La Stagione Lirica e di Balletto 2022-23 del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste apre il 4 novembre con Otello, titolo fondante per la storia musicale della città e mancante in cartellone da ben 12 anni. In totale verranno presentati sei titoli d’opera e uno di balletto, fra cui una nuova Bohème, un nuovo allestimento del barocco Orfeo ed Euridice e in chiusura Turandot, opera sempre di grande richiamo popolare. Titoli e cast sono stati pensati nello spirito di rafforzare il ruolo di Trieste come crocevia di culture, potenziando le collaborazioni oltre confine, proseguendo la ricerca di nuovi talenti dai territori emergenti nel mondo ormai globalizzato dell’opera, attività di scouting che ha già portato in passato future star internazionali al loro debutto italiano proprio al Verdi. Senza dimenticare la valorizzazione delle migliori intelligenze della regione e un occhio di riguardo al pubblico con incentivi economici per il ritorno alla normale vita d’arte e cultura in città e non solo.

L’Otello di Verdi, fra i titoli più rappresentati nella storia del Teatro Verdi, ha portato in città alcune delle voci apicali della storia del bel canto novecentesco, è quindi chiaro che la sua riproposizione in apertura di stagione, dopo ben 12 anni di assenza, sia un passo importante per l’offerta culturale della città: il regista sarà lo stesso Giulio Ciabatti che affiancò il direttore Nello Santi nel riuscito, ultimo allestimento del 2010. Forte di un’importante carriera internazionale e di un solido rapporto con il pubblico triestino che ha nel tempo potuto apprezzare le sue regie per importanti titoli d’opera – fra cui Lucia di Lammermoor, Madama Butterfly, Il barbiere di Siviglia, La traviata – per titoli contemporanei come La voix humaine, I sette peccati capitali, Mr. Hyde e anche per spettacoli più singolari come il Piccolo Flauto Magico per le marionette dei Piccoli di Podrecca al Teatro Rossetti, Ciabatti rileggerà la tragedia più popolare del Mare Adriatico con creatività ma senza forzature, come è nel suo stile. Il primo Otello a presentarsi al pubblico del Verdi sarà Arsen Soghomonyan, tenore armeno di indiscutibile prestigio internazionale, soprattutto nei teatri slavi, anglosassoni e tedeschi, incluse le sue collaborazioni con Metha, Petrenko e i Berliner, ma rarissimo sui palchi italiani. Otello di assoluto riferimento Soghomonyan si alternerà nel ruolo al giovane talento Mikheil Sheshaberidze, georgiano ma cresciuto nelle accademie italiane, con un forte legame col nostro Nord Est, avendo già debuttato ad Arena di Verona e studiando sotto la direzione di Giancarlo Del Monaco. Lianna Haroutounian, considerata uno dei migliori soprani verdiani della sua generazione e ospitata nei migliori palchi del mondo, dalla Royal Opera House al Metropolitan a fianco di star di prima grandezza come Jonas Kaufmann, completa il cast dell’inaugurazione, guidato da Daniel Oren, uno dei direttori più amati dalla città e di solida fama internazionale. Sul podio Oren si alternerà all’italiano Ivan Ciampa, tra i direttori più stimati nel mondo sul grande repertorio di tradizione italiana. Da notare inoltre nel cast lo Jago del baritono russo Roman Burdenko, vera sorpresa dell’ultima stagione areniana dove ha sostituito Domingo ottenendo critiche entusiastiche da parte di tutta la stampa.

La Fondazione porta in scena Otello al Teatro Giovanni da Udine di Udine il 14 gennaio 2023 e al Teatro Comunale Giuseppe Verdi Pordenone il 26 maggio 2023.

A Otello, ricco di sorprese vocali e robuste certezze, seguirà a dicembre il nuovo allestimento, la pucciniana Bohème firmata da Carlo Antonio De Lucia, ex tenore e produttore, da anni dedito alle regie liriche. Già noto al pubblico triestino e di certo tra i più solidi sostenitori di uno stile registico atto ad esaltare le voci, De Lucia verrà affiancato sul podio da Christopher Franklin, direttore statunitense cresciuto nei migliori teatri italiani ed europei, nonché bacchetta ben conosciuta in città. Opera di gioventù per eccellenza, la nuova Bohème  inanella un cast fresco, vocalmente ed esteticamente convincente, guidato dalle belle voci e dai bei volti del soprano Lavinia Bini, in staffetta con Filomena Fittipaldi, del musicista e tenore Alessandro Scotto di Luzio, in alternanza con il portoghese Carlos Cardoso per il ruolo di Rodolfo: voci giovani ma sicure che contribuiranno certamente ad una resa convincente di un testo che ha visto in passato sul palco triestino nomi davvero iconici del ‘900 e merita dunque la massima attenzione.

Il 2023 si aprirà invece il 27 gennaio con la ripresa dell’allestimento del 2013 del Macbeth di Verdi, in coproduzione con Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi e Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova. L’interpretazione del regista Henning Brockhaus, fra le più vissute e celebrate sui palchi del globo tanto da essere considerato un grande classico del teatro, racconta un mondo violento, incomprensibile, usurato dalla brama di potere e in questo contesto correttamente oscuro si muoverà la Lady Macbeth del soprano vicentino Silvia Dalla Benetta, premio Abbiati 2021 nel ruolo per la sua interpretazione al Festival Verdi di Parma, in alternanza al soprano olandese Gabrielle Mouhlen, già allieva di Monserrat Caballé e nota al pubblico del Verdi grazie a Turandot. Macbeth vedrà sul palco sia il solido baritono italiano Giovanni Meoni sia il giovane coreano Leon Kim, vera rivelazione degli ultimi anni ed ennesima conferma di quanto sia il peso dei nuovi territori che si affacciano ai teatri di tradizione con importanti scuole di canto e grande passione di pubblico. Antonio Poli e Riccardo Rados completano il cast per un eccellente Macduff di provata esperienza, guidato dal Direttore Fabrizio Maria Carminati.

A febbraio si avrà poi la ripresa di un altro caposaldo del teatro lirico internazionale, I Capuleti e I Montecchi di Bellini firmati dal regista francese Arnaud Bernard nell’allestimento della Fondazione Arena di Verona in coproduzione con il Teatro la Fenice di Venezia e con la Greek National Opera. Sul podio il Direttore trevigiano Enrico Calesso, nome perfetto per attirare il turismo culturale austriaco data la sua solida reputazione oltralpe, ed un cast giovane ed internazionale con il mezzosoprano russo Anna Goryachova, illustre belcantista, in alternanza con l’ancor più giovane georgiana Sofia Koberidze, senza dimenticare la giovanissima Caterina Sala, già applaudita in Scala, e la ben conosciuta ucraina Olga Dyadiv nel ruolo di Giulietta. Di nuovo dunque, come in Bohème, un cast che rispecchia l’età immaginata dal testo dell’opera in ossequio ai principi del Maestro Giorgio Strehler, il quale amava ripetere che “alcune storie d’amore sono rese credibili solo quando chi le interpreta non ha ancora vissuto l’esperienza del disincanto amoroso tipico della maturità”. Come per Otello, anche per I Capuleti e I Montecchi è prevista una ulteriore recita che si terrà a Udine il 10 marzo nell’ambito della programmazione artistica 2022-2023 del Teatro Nuovo Giovanni da Udine.

Marzo sarà dedicato al grande balletto e soprattutto ai rapporti di collaborazione sempre più stretti che legheranno da quest’anno il Teatro Verdi con il corpo di ballo dell’Opera di Ljubljana, al fine non solo di incentivare gli scambi culturali con la vicina capitale in continua crescita artistica, ma anche di potenziare lo sviluppo di un pubblico comune, nonché riportare stabilmente il grande balletto in città, ora che la danza vive una nuova stagione di notevole popolarità dopo anni difficili. Dunque con il Romeo and Juliet di Prokofiev proseguirà la riflessione sulle elaborazioni artistiche di un mito fondante della cultura occidentale, questa volta affidato alla coreografia di Renato Zanella, cresciuto artisticamente tra Francia, Austria e Germania, già collaboratore di Roberto Bolle e Giuseppe Picone, etoile del Teatro San Carlo di Napoli.

Aprile sarà invece dedicato al barocco tedesco di Gluck con l’eterno mito di Orfeo ed Euridice, forse l’opera settecentesca non mozartiana più eseguita al mondo e mai scomparsa dalle scene anche in tempi di scarso interesse per l’opera barocca. Sul podio il giovanissimo Enrico Pagano, stimato barocchista, fondatore dell’orchestra cameristica Canova, direttore in residenza alla IUC di Roma, nella svizzera Verbano e considerato da Forbes tra i 100 giovani under 30 Leader of the Future. Il nuovo allestimento sarà curato dal regista triestino Igor Pison, già coordinatore artistico del Teatro Stabile Sloveno, noto in città per i suoi lavori in prosa al Rossetti, laureato in Germanistica a Trieste e cresciuto artisticamente tra Germania, paesi slavi e Italia, perfetta epitome del ruolo multiculturale che la città deve continuare a giocare in Europa. Il cast vede un’icona intramontabile del repertorio barocco come Daniela Barcellona nel ruolo di Orfeo alternarsi con l’ottima Antonella Colaianni, mentre Euridice vedrà sul palco la solida Ruth Iniesta e la più giovane ma già stimata soprano di Modica Chiara Notarnicola.

Chiude a maggio la stagione la Turandot firmata dal regista italiano Davide Garattini Raimondi, esperto conoscitore delle maestranze e del palco del Verdi per cui disegnò la fortunata messa in scena del 2019. La direzione sarà affidata allo spagnolo Jordi Bernàcer, solida bacchetta invitata dalle migliori orchestre e teatri internazionali. In un cast di nuovo fortemente internazionale il pluripremiato soprano Kristina Kolar sarà Turandot in staffetta con Maida Hundeling voce eminentemente wagneriana, ma dalle intense sfumature che la rendono perfetta anche per il grande repertorio liederistico, nonché nome di riferimento nei migliori teatri, come la Royal Opera House. In Turandot si è esibita con grande successo sia all’Arena di Verona sia all’opera di Pechino nel ’20.

Commenta così la nuova stagione il Sovrintendente Giuliano Polo: “Considero questa stagione una vera ripartenza, dove dobbiamo onorare alcuni impegni presi e poi rimandati causa pandemia, ma dove c’è anche una forte concentrazione di nuove produzioni, che daranno luce alle maestranze del Verdi, nonché progetti di collaborazione che spero diventino legami artistici sempre più forti per il futuro. E per incoraggiare il pubblico di Trieste a credere in una nuova normalità e soprattutto ad una vera ripartenza, abbiamo voluto venire incontro alle esigenze di economia che discende dalla difficile situazione contemporanea. L’impegno di divulgazione del teatro è chiaro e non vi è certo divulgazione con scelte economiche elitarie: il sollievo che la bellezza regala deve essere alla portata di tutti, soprattutto in tempi complessi e di incertezza. Mi preme inoltre sottolineare come il Teatro Verdi, in sintonia con le principali istituzioni italiane a partire dalla Scala, continua a considerare il proprio palco un crocevia di cultura, esperienze artistiche, creatività che non può mai venir limitato da altre ragioni che non siano al servizio del bello e del genius loci della città”

La Campagna abbonamenti inizia giovedì 15 settembre 2022 e si conclude martedì 15 novembre 2022. I turni di abbonamento sono sei, come nelle passate stagioni e le giornate di spettacolo, con l’eccezione dell’opera di inaugurazione, sono organizzate nel corso di due fine settimana con tre spettacoli in orario pomeridiano.

La Fondazione per agevolare il ritorno del pubblico a Teatro dopo il difficile periodo della pandemia, ha assunto la decisione di rimodulare la tabella prezzi, di favorire la sottoscrizione degli abbonamenti garantendo agli stessi una maggiore economicità e di presentare una nuova modalità di acquisto per i palchi. Rimangono sempre attive le agevolazioni più vantaggiose per pubblico degli studenti e i giovani fino a 34 anni.

La vendita dei biglietti per i singoli spettacoli ha inizio il 25 ottobre 2022.

La Stagione viene presentata al pubblico mercoledì 21 settembre ore 18 nella Sala principale con un evento ad ingresso libero che prevede la proiezione di brevi filmati e la partecipazione dell’Orchestra e del Coro della Fondazione.

ufficiostampa@teatroverdi-trieste.com

http://www.teatroverdi-trieste.com

Trieste, 15 settembre 2022



Festival di Lubiana: concerto di Anna Netrebko e Yusif Eyfazov con la partecipazione del mezzosoprano Monika Bohinec e l’Orchestra sinfonica slovena diretta da Michelangelo Mazza

Ieri pomeriggio, qualche ora prima del concerto di Anna Netrebko e Yusif Eyfazov con la partecipazione del mezzosoprano Monika Bohinec e l’Orchestra sinfonica slovena diretta da Michelangelo Mazza, ho ricevuto una mail dall’ufficio stampa del Festival di Lubiana.
Sostanzialmente mi avvertivano di arrivare al Cankarjev dom, la sala dove si sarebbe svolta la serata, con maggiore anticipo del solito perché ci sarebbero stati non meglio specificati controlli di sicurezza. Ovviamente il motivo era il timore che la presenza della Netrebko, artista russa, potesse essere pretesto per qualche esaltato per organizzare qualche contestazione.
Non contesto la decisione del management del Festival – tra l’altro i controlli sono stati piuttosto morbidi – però credo che la politica, anche in situazioni drammatiche come quella che stiamo vivendo, debba restare fuori dai teatri. La Cultura, suonerà pure retorico ribadirlo, dovrebbe avvicinare i popoli e non rappresentare ulteriore motivo di scontro ideologico.
Il programma del concerto era interessante e denso, in particolare per la presenza di una lunga scena tratta da La dama di picche di Čajkovskij e per la sorprendente esecuzione di Netrebko del celeberrimo Mild und Liese dal Tristan und Isolde di Wagner. In quest’occasione, sommersa da giustificati applausi, Netrebko ha voluto puntualizzare che era la prima volta che cantava il brano. Io, da wagneriano fradicio e perciò piuttosto esigente nel merito mi sono unito volentieri agli applausi.
Credo sia anche necessaria una puntualizzazione e cioè che nel concerto precedente di Juan Diego Flórez (qui recensito) l’orchestra slovena era sembrata moscia e disattenta: ieri, invece, la stessa orchestra diretta da Michelangelo Mazza ha fatto furori sia per bellezza di suono sia per calore e precisione.
In locandina potete vedere i brani proposti, ma non mi soffermerò su ogni singola pagina musicale; parlerò dei singoli in generale, partendo da Anna Netrebko.
Il soprano russo è sembrata in forma vocale straordinaria, la voce è di bellissimo colore e alcune sfumature sombre ne arricchiscono il fascino; lo strumento vocale è opimo, ricco di armonici e negli acuti si espande con facilità bucando l’orchestra anche nei passi più densi e svettando nei concertati.
La tecnica di respirazione le consente fiati lunghissimi e un legato eccellente, oltre che pianissimi e mezzevoci pregevolissime. In tutta la serata ha mostrato un unico momento di incertezza nell’attacco di In quelle trine morbide, forse per una piccola incomprensione col direttore. L’unico difetto, volendo proprio fare il pignolo, è nella pronuncia e nella dizione, spesso entrambe confuse ma ho ascoltato di (molto) peggio in interpreti considerate intoccabili dalla maggioranza degli appassionati.
Anna Netrebko ha carisma, quando entra in scena non ce n’è per nessuno, magnetizza gli sguardi di tutti perché è un animale da palcoscenico. Con pochi gesti entra nel personaggio anche in concerto, figuriamoci in un’opera in forma scenica. Inoltre, sa fare spettacolo anche nei bis, ballando, ammiccando e divertendosi.
È stata trascinante nei lacerti di Anna Bolena, civettuola ed empatica come Manon Lescaut, drammaticamente coinvolta nei panni di Liza e sorprendente come Isolde.
Yusif Eyfazov vive il frustrante equivoco di essere considerato alla stregua di un principe consorte: è già successo in altri casi nella storia della musica lirica, anche in anni recenti.
La realtà è che Eyfazov non è un fuoriclasse ma “solo” un buon tenore nel panorama odierno, come ce ne sono molti altri che frequentano senza scandali particolari i teatri di tutto il mondo. Ha voce da vendere, un timbro non esattamente baciato da dio ma non certo particolarmente esecrabile rispetto ad alcune sfiatate zanzare che più che sentire si intuiscono con l’immaginazione. La voce ogni tanto va indietro e la tecnica è da rifinire nel passaggio, è vero, ma l’unico reale problema è che tende a cantare spesso tutto forte, circostanza che in alcune occasioni – nello specifico la grande aria dalla Lucia di Lammermoor – non è pertinente con la temperie preromantica. Nelle altre arie, specialmente nei panni di Herman, l’artista è risultato del tutto convincente.
Nel contesto della serata ha figurato benissimo il mezzosoprano sloveno Monika Bohinec, artista temperamentosa e in grado di reggere benissimo il confronto con i più famosi colleghi: trascinante la sua interpretazione della difficile aria Acerba voluttà da Adriana Lecouvreur e sobriamente drammatica l’apparizione nella scena dalla Dama di Picche.
Michelangelo Mazza ha diretto con eleganza l’ottima Orchestra sinfonica slovena, accompagnando i cantanti con mestiere e classe e trovando interessanti spunti interpretativi nella Farandole tratta dall’Arlesiana di Bizet. Molto suadente anche il meraviglioso Intermezzo dalla Manon Lescaut.
Gli artisti hanno poi giovialmente proposto tre bis popolarissimi e cantati in un’atmosfera di divertimento generale e in puro stile baracconesco: Mattinata, Granada e Non ti scordar di me.
Quasi venti minuti di applausi hanno sancito una serata trionfale a dire poco. Poi, tutti a casa, felici di aver passato più di due ore lontani dalle brutture del mondo.

Gaetano DonizettiPiangete voi? Al dolce guidami da Anna Bolena
Gaetano DonizettiTombe degli avi miei…Fra poco a me ricovero da Lucia di Lammermoor
Francesco CileaAcerba voluttà da Adriana Lecouvreur
P.I. ČajkovskijOuverture da La dama di picche
P.I. ČajkovskijSeconda scena dal Primo atto da La dama di picche
Richard WagnerMild und Leise da Tristan und Isolde
Giuseppe VerdiForse la soglia attinse…Ma se m’è forza perderti da Un ballo in maschera
Georges BizetFarandole da la suite n2 L’Arlesiana
Giacomo PucciniDonna non vidi mai da Manon Lescaut
Giacomo PucciniIn quelle trine morbide da Manon Lescaut
Giacomo PucciniIntermezzo da Manon Lescaut
Giacomo PucciniTu, tu, amore? Tu? duetto da Manon Lescaut
  
DirettoreMichelangelo Mazza
  
SopranoAnna Netrebko
TenoreYuzif Eyfazov
MezzosopranoMonika Bohinec
  
  
Orchestra sinfonica slovena
  

Al Festival di Lubiana trionfa Juan Diego Flórez. Discutibile la direzione di Oksana Lyniv, pur con qualche giustificazione di carattere ambientale e logistico

Portrait Juan Diego Florez for Sony Classical Intl.

Proseguono le mie trasferte a Lubiana, per il bellissimo Festival che è garanzia di qualità da settanta anni. E tra un paio di giorni tocca ad Anna Netrebko!

Cronaca di un successo annunciato, non trovo altro incipit per questa recensione del recital di Juan Diego Flórez al Festival di Lubiana. E, puntualizzo, più che di un successo si è trattato di un trionfo, meritatissimo, di un artista arrivato ai cinquant’anni in forma vocale spettacolare nonostante pratichi da tempo immemorabile – sono vicini i trent’anni di carriera – un repertorio assai impegnativo. E dire che mi pare ieri quando nel 1997 fece impazzire il pubblico di Trieste.
La voce nel tempo è cambiata, ovviamente, e non di poco, acquisendo una rotondità e uno spessore che ne affinano il fascino, mentre gli acuti, seppur non sfrontati come agli esordi, sono ancora facili ed entusiasmanti.
Il programma previsto era quello consueto e un po’ raffazzonato di queste serate nazionalpopolari: qualche Ouverture famosa alternata a brani solistici, non necessariamente legate da una logica. L’Intermezzo di Cavalleria rusticana e il Preludio di Carmen c’entravano il giusto col resto della serata, ma sono pagine che il pubblico ascolta sempre volentieri.
Eppure è proprio nei brani orchestrali che sono emerse le uniche criticità della serata ed il motivo è semplice: in queste occasioni si prova al mattino e si va in scena alla sera; troppo poco perché il direttore e l’orchestra riescano a trovare feeling e unità d’intenti.
Oksana Lyniv, sul podio dell’Orchestra sinfonica slovena, ha faticato parecchio a dare omogeneità e calore ai brani proposti, che sono usciti spesso slegati e metronomici a partire dall’Ouverture di Semiramide che ha aperto il concerto. Si sono palesati squilibri tra le sezioni, con le percussioni troppo…percussive e dinamiche spesso esuberanti quando non clangorose tout court. Sicuramente, lo dico per esperienza di tanti anni di ascolto, l’acustica della grande sala del Cankarjev dom non è facile da gestire.
Meglio, invece, l’accompagnamento al solista il quale, a dire il vero, è sembrato cucirsi addosso sartorialmente il ritmo delle esecuzioni.
Flórez, come ho scritto all’inizio, ha cantato benissimo dall’inizio alla fine. Il legato, il fraseggio, la tecnica, la cura delle dinamiche sono sembrate eccellenti.
Ho apprezzato in particolare la seconda parte del concerto, dedicata alla musica francese, in cui il tenore ha cesellato come mai mi è capitato di sentire Je veux encore entendre ta voix dalla Jérusalem di Verdi in trasferta, tanto che ho pensato che avrebbe ricevuto i complimenti anche da Gilbert Duprez.
Ottima anche Pourquoi me réveiller, liberata da quel fastidioso machismo di tanti interpreti che scempiano il senso del personaggio di Werther. Sognante e ipnotica l’interpretazione della grande aria dal Faust di Gounod.
E così via, insomma, senza farla troppo lunga.
Al programma ufficiale sono seguiti quattro bis che non hanno previsto, nonostante le richieste del pubblico, l’ormai stucchevole Ah! Mes amis.
Seduto e accompagnandosi con l’ormai famosa chitarra Flórez ha cantato – da padreterno – Bésame mucho e La paloma, per poi tornare con l’orchestra ed eseguire Torna a Surriento e Nessun dorma.

Gioachino RossiniOuverture da Semiramide
Gioachino RossiniDeh, tu m’assisti amore da Il signor Bruschino
Gioachino RossiniSì ritrovarla io giuro da La Cenerentola
Gaetano DonizettiOuverture da Anna Bolena
Gaetano DonizettiQuanto è bella, quanto è cara da L’elisir d’amore
Gaetano DonizettiUna furtiva lagrima da L’elisir d’amore
Giuseppe VerdiPreludio da La Traviata
Giuseppe VerdiLunge da lei da La Traviata
Giuseppe VerdiQuesta o quella da Rigoletto
Giuseppe VerdiJe veux encore entendre ta voix
Georges BizetPreludio da Carmen
Édouard LaloVainement, ma bien aimée
Jules MassenetPourquoi me réveiller da Werther
Charles GounodAh lève -toi soleil da Faust
Pietro MascagniIntermezzo da Cavalleria rusticana
Giacomo PucciniChe gelida manina da La bohème
  
TenoreJuan Diego Flórez
DirettoreOksana Lyniv
  
  
Orchestra sinfonica slovena
  

Un Mahler cameristico al Festival di Lubiana. Qualche perplessità sulla distribuzione dei brani non inficia una serata assai gradevole.

Continuano le mie trasferte al Festival di Lubiana e gli esiti artistici sono sempre felici, nonostante qualche distinguo.

Come sottolineato più volte il Festival di Lubiana, giunto alla 70esima edizione, si caratterizza sia per la presenza di noti artisti e grandi orchestre sia per l’ampia presenza sul territorio della capitale slovena anche al di fuori del circuito delle sale da concerto e dei teatri.
La serata di stasera ne è stata ulteriore conferma, perché si è svolta in una chiesa, la barocca Križevniška Church (Nostra Signora dell’aiuto), gremita sino al limite della capienza da spettatori di varia estrazione sociale e culturale: si andava dal turista di passaggio al critico, dall’appassionato di musica sinfonica al giovane curioso. Un’istantanea di cosa dovrebbe essere la cultura nel suo senso più nobile, un mezzo che unisce genti diverse nel nome dell’Arte e della bellezza.
La serata era dedicata a Gustav Mahler, qui colto in due tra le sue composizioni più famose e quasi coeve: il ciclo dei Rückert-Lieder e la Sinfonia n.5 in do diesis minore. Entrambe le pagine musicali erano arrangiate per orchestra da camera – circa una ventina di elementi – rispettivamente da Eberhard Kloke (Lieder) e Klaus Simon (Sinfonia).
Una proposta raffinata e interessante ma che è stata proposta in modo discutibile e cioè alternando i Lieder ai movimenti della sinfonia, circostanza che ha tolto continuità di narrazione e quindi partecipazione emotiva a entrambe le composizioni.
Brillante, invece, l’esecuzione da parte dell’Ensemble Dissonance, una formazione orchestrale mista che accoglie elementi di varie compagini locali, tra cui Kana Matsui che è il Konzertmeister delle due principali orchestre slovene.
Sul podio c’era Jonathan Stockhammer il quale, dosando con attenzione le dinamiche considerata la particolare acustica della chiesa e l’organico ridotto, è riuscito a essere efficace sia nell’interpretazione della sinfonia sia nell’accompagnamento cameristico dei Ruckert-Lieder.
Ovviamente, alcuni passaggi dell’iniziale Trauermarsch sono stati penalizzati per mancanza di…polpa orchestrale ma era inevitabile. Al contrario, l’Adagietto è uscito scandalosamente commovente anche grazie alla bravura dei professori d’orchestra che sono tutti da elogiare, con un particolare cenno di merito alle percussioni e alla tromba.
Per quanto riguarda Nika Gorič, giovane artista slovena in ascesa, spendo volentieri parole di sincera ammirazione.
Elegante nella figura e nel portamento, raffinata nel porgere la parola, dotata di una bella voce di soprano leggero screziata da sfumature ombrose e di acuti saldi e penetranti, è sembrata perfettamente a proprio agio nella difficile tessitura dei Lieder. Inoltre, Gorič è artista moderna, capace di accentuare e valorizzare con una mimica di classe gli alterni sentimenti del tardo romanticismo mahleriano.
Alla fine successo calorosissimo per tutti, con Stockhammer e Gorič chiamati più volte alla ribalta e festeggiati anche dall’orchestra.

Gustav MahlerSinfonia n.5 in do diesis minore
Gustav MahlerRückert-Lieder
  
DirettoreJonathan Stockhammer
SopranoNika Gorič
  
Ensemble dissonance

Beethoven über alles, anche a Trieste. Felicissima la sinergia tra la Società dei concerti e il Teatro Verdi di Trieste

Come leggerete nell’articolo non mi sono fatto mancare il Covid, che però mi ha lasciato velocemente e senza troppi problemi. Purtroppo sono stato costretto a perdermi ben quattro concerti…e questa è la cosa più fastidiosa.

Il “Progetto Beethoven” è arrivato al suo ultimo atto con un concerto che si è svolto al Teatro Verdi di Trieste.
Doverosa una premessa: chi scrive aveva intenzione di riferire di tutti gli eventi ma, purtroppo, più del piacer poté il Covid e perciò, con rammarico, ho potuto essere presente solo alla serata finale.
Il programma prevedeva tre pagine musicali di genere diverso del Genio di Bonn in ordine cronologico (dal 1806 al 1812): per l’occasione sul palcoscenico del Verdi hanno unito le forze l’Orchestra e il Coro della Fondazione triestina e la Filarmonica di Milano, per un totale di ben 140 elementi. Sul podio Marco Seco, che della Società dei concerti di Trieste è direttore artistico dal Novembre 2021, in seguito alla prematura scomparsa di Derek Han.
Il concerto è iniziato con l’esecuzione dell’Ouverture Leonore n.3, scritta per la seconda edizione di Fidelio.
Brano celeberrimo e spesso inserito nei programmi sinfonici, la Leonore è una pagina musicale legata in modo simbiotico all’unica opera scritta da Beethoven, perché ne contiene buona parte dei temi che riecheggiano più volte nel suo lungo e monumentale sviluppo. Non a caso, più che una Ouverture sembra essere un piccolo poema sinfonico.
Marco Seco ne ha dato un’interpretazione antiretorica e asciutta, in certi momenti anche troppo disciplinata, nel senso che il sacro furore dell’anelito alla libertà è uscito un po’ soffocato da agogiche non slentate ma leggermente sopite. Ottimo, invece, il controllo delle dinamiche che ha efficacemente sottolineato i contrastanti sentimenti che sottendono alla partitura.
È stata poi la volta della Fantasia corale op. 80 per pianoforte, coro e orchestra.
Notoriamente considerata come un’anticipazione della Nona sinfonia – sia per la vicinanza col tema della gioia sia per i testi di Christoph Kuffner – la Fantasia sembra soprattutto il tentativo di far coesistere le esigenze del sinfonismo e della musica corale, con i virtuosismi del pianoforte (Beethoven fu eccellente solista) a fare da trait d’union tra i due universi.
Alessandro Taverna, che oltre a essere ottimo pianista è anche impegnato nella divulgazione della musica classica – è Direttore artistico del Festival di Portogruaro, giunto alla quarantesima edizione – ha comunicato felicemente con il direttore e, al contempo, eseguito con liquido virtuosismo le numerose variazioni e i dialoghi orchestrali che portano alla gioiosa entrata del Coro.
Più che dignitose le prove dei solisti (che trovate in locandina) e molto buono il rendimento della compagine triestina, diretta da Paolo Longo.
Più volte chiamato al proscenio, Alessandro Taverna ha scelto per il bis una variazione di Max Reger, molto apprezzata dal pubblico.
Dopo la pausa è stata eseguita la Sinfonia n. 7 in la maggiore, op. 92 e cioè quella che fece dire a un giovane scellerato come Carl Maria von Weber che:

le stravaganze di questo genio hanno raggiunto il non plus ultra, e Beethoven è pronto per l’ospedale psichiatrico.

Ora, di là del fatto che altri apprezzarono da subito l’innovativa pagina musicale – il mai troppo lodato e lungimirante E.T.A. Hoffmann, per dirne uno – gli equivoci nascono da una circostanza ben precisa; questa sinfonia è la classica composizione di transizione, nello specifico tra il sinfonismo alla Haydn (il padre della sinfonia) e i primi afflati di romanticismo: musica d’avanguardia e quindi difficile da capire per i contemporanei. E se Wagner ci vide l’apoteosi della danza, disciplina caratterizzata più di altre da una marcata valenza emotiva, noi nel 2022 ci accontentiamo della grande energia e della gioia che sprigiona la musica.
Brillante, dal mio punto di vista, l’interpretazione di Marco Seco sul podio, che ha saputo amalgamare le peculiarità di due orchestre diverse in una partitura ricca di inventiva ritmica in cui convivono echi di danze popolari, marce e serotini bagliori riflessivi che si sciolgono in un finale luminosissimo.
Il teatro era finalmente affollato e il pubblico, molti i giovani, ha tributato un grande successo agli interpreti e alla serata.
L’auspicio è che la sinergia tra la fondazione triestina e la Società dei Concerti diventi una costante del panorama culturale regionale.

Ludwig van BeethovenOuverture Leonore n.3 in do maggiore op 72b
Ludwig van BeethovenFantasia in do minore per pianoforte, soli e coro op 80
Ludwig van BeethovenSettima sinfonia in la maggiore op92
  
DirettoreMarco Seco
Direttore del coroPaolo Longo
  
PianoforteAlessandro Taverna
  
Solisti
Francesca Palmentieri, Miriam Spano, Francesco Paccorini, Roberto Miani, Giuliano Pelizon
  
Orchestra e coro del Teatro Verdi di Trieste
Filarmonica di Milano
  
In collaborazione con la Società dei concerti di Trieste

I’m in Bayreuth state of mind 2022

Loge, hor! Lausche hieher!

Ecco, mi senti ora, Loge? Un po’ avresti rotto le palle eh?
(chi capisce capisce)

Foto Michele Crosera

Nel disinteresse generale – forse mai come quest’anno, mi pare – riparte lunedì prossimo 25 luglio il Festival di Bayreuth 2022.
Il programma prevede come vernissage una nuova produzione di Tristan und Isolde e, a seguire nei giorni successivi, il (quasi) nuovo Ring per la regia di Valentin Schwarz e i già noti Lohengrin, Tannhäuser e Der fliegende Holländer. Inoltre, a cavallo (non di Grane, si fa per dire) di agosto e settembre si svolgerà un concerto di arie e ouverture wagneriane diretto da Andris Nelsons.

I cantanti e i direttori, complice il Covid, sono i soliti degli ultimi anni: non posso affermare che mi entusiasmino, sinceramente. In generale, a mio gusto, mi pare che le donne abbiano una statura artistica superiore agli uomini.
Sto cercando di capire se RADIO3 trasmetterà qualcosa, ma mi pare di capire di no. Direi che anche questo è un segno dei (pessimi) tempi che stiamo vivendo.
Nel frattempo, visto che mi sono preso anch’io il morbo così di moda – ma ne sto uscendo, anche se mi è costato quattro bei concerti – nei giorni scorsi mi sono assemblato il mio Bayreuth personale attingendo alle migliaia di dischi che mi ritrovo per casa.
Che dire? Ogni edizione che ho ascoltato aveva il suo fascino, anche se in generale preferisco quelle imperfette registrate dal vivo, anche con mezzi e conseguenti rese sonore ormai obsolete.
Qualche volta mi sono soffermato su passaggi specifici, mettendo a confronto dinamiche e agogiche di direttori diversi e fantasticando sulla valenza emotiva che dovevano avere certe voci straordinarie dal vivo. Esercizio ozioso, peraltro. La musica è figlia del suo tempo non solo nella composizione ma anche nell’esecuzione e nell’interpretazione.
Premessa questa considerazione, se avessi una macchina del tempo mi piacerebbe assistere a una recita della Valchiria con Hans Hotter oppure a un’esibizione di Astrid Varnay nei panni di Ortrud.
Quanto al Loge col quale ho cominciato, beh, insuperabile Gerhard Stolze.
Se riesco ad ascoltare qualcosa magari ne scrivo, ma dubito.

Die Fledermaus (Il pipistrello) al Teatro Verdi di Trieste: chiusa con un buon risultato la stagione, ora speriamo bene per la prossima

Con un omaggio ai bei tempi dell’operetta si è chiusa la sofferta stagione di lirica e balletto del Teatro Verdi di Trieste. L’ultimo titolo in cartellone – in realtà aggiunto quasi last minute – è stato infatti Die Fledermaus (Il Pipistrello) di Johann Strauss Jr. che di questo genere musicale è considerato, non a torto, una delle vette più alte.
L’operetta è una forma d’Arte complessa, del tutto inattuale, colpevolmente guardata con malcelato sospetto da certa critica e anche da discreta quota parte di appassionati. A Trieste, per affinità elettive, per fortuna non è mai stato così. Il problema, semmai, è un altro: può l’operetta parlare al pubblico del 2022? E se sì, come deve farlo? La risposta è – almeno a mio parere – restando se stessa e ricordando che allora come oggi, girls (and boys) just want to have fun: abbiamo bisogno di divertirci, soprattutto dopo i lunghissimi problemi dovuti al COVID-19. E perciò ben vengano anche i concerti degli ottoni sulla terrazza del Teatro Verdi, prima della recita.
Die Fledermaus è una gemma preziosa, la musica è d’ispirazione altissima e il passo teatrale spedito, il meccanismo drammaturgico basato su equivoci stravaganti a sfondo scopertamente erotico (sì, stiamo parlando di sesso, non c’è da girarci intorno) e prevedibili agnizioni funziona come quell’orologio che è così importante nella trama. Si potrebbe affermare che l’opera sia un inno alla trasgressione in una società – quella dell’Austria Felix – che invece considerava rispettabilità, forma e decoro come valori imprescindibili. E credo che proprio questa capacità di Strauss di esplicitare il lato oscuro dei cittadini dell’Impero (e dei viennesi in particolare) sia stata la chiave del successo del Pipistrello che consentì all’Autore una vita da rockstar, dopo che per anni fu costretto a lottare con l’influente padre che lo voleva grigio e modesto travet.
In questa occasione la regia è stata affidata a Oscar Cecchi il quale, va subito detto, ha fatto complessivamente un buon lavoro, aiutato da una compagnia artistica duttile e omogenea e dal valore aggiunto di un corpo di ballo, quello del teatro dell’opera di Lubiana, all’altezza della situazione.
Prima dell’inizio, nella stanza di un appartamento in cui spicca – tra le altre cose –  il ritratto di Maria Callas in stile pop art, due attori interpretano la routine di una coppia dei nostri giorni, mentre sullo schermo della televisione scorrono immagini di cronaca che ricordano che la guerra è drammaticamente vicina. Ed ecco, allora, il salto temporale all’indietro, che ci riporta al 1914 ai tempi dell’attentato di Sarajevo ritenuto, in modo assai semplicistico, il casus belli della Prima guerra mondiale. L’opera si chiuderà con l’auspicio che il 2023 sia un anno di pace.
Le scene di Paolo Vitale sono funzionali all’allestimento: primo e terzo atto curati ma quasi minimalisti mentre nel secondo (quello della festa in casa Orlofsky) il kitsch trionfa nei costumi, nei brindisi, nelle danze improntate a una sessualità liquida. È bello vedere che le interazioni tra i personaggi sono curate e che lo spettacolo non è mai statico, anche se al personaggio del Principe Orlofsky manca un po’ di grintosa ambiguità e non esce dirompente come ci si aspetterebbe.
Appropriate e divertenti le coreografie di Lukas Zuschlag, belli i costumi anche se avrei preferito mise più ricercate per i personaggi di Rosalinde e Orlofsky.
Buona, senza entusiasmare, la direzione di Nikola Nägele che nella celeberrima Ouverture è un po’ parco di colori anche se – e gliene va dato merito – evita di enfatizzare con marcati rallentando e indugi eccessivi i valzer, le polke, le csárdás; concede invece alle danze e alle arie più languorose quel respiro ampio e vitale, il brio e la brillantezza che esprimono la gioia di vivere e attenuano la malinconia dei momenti meno lieti della vita.
Tutti all’altezza della situazione i numerosi protagonisti: la più convincente mi è sembrata la brillante Federica Guida (Adele), voce da soubrette di buon volume,  che ha felicemente coniugato un canto brioso e una recitazione scoppiettante.
Ma ho apprezzato anche Alessandro Scotto Di Luzio (Alfred), tenore di bel timbro mediterraneo che nella caratterizzazione registica canta anche numerosi incipit di arie famose del repertorio italiano, e il disinvolto Manuel Pierattelli, che tratteggia un Gabriel von Eisensteinelegante e apprezzabile dal lato vocale.
Fabio Previati (Dottor Falke) si conferma artista a tutto tondo, simpatico in scena e forte di una gradevole voce baritonale.
Marta Torbidoni è stata protagonista di una prova positiva ma forse non ha, almeno per il momento, quella allure e quel carisma che sicuramente potrà acquisire col tempo. La voce è bella, impreziosita da piacevoli screziature sombre e inoltre l’artista è parsa a proprio agio in scena.
Anastasia Boldyreva, nell’ambigua parte en travesti del Principe Orlofsky, è stata capace di una prestazione discreta, anche se il personaggio, come detto sopra, avrebbe meritato una caratterizzazione più decisa.
Completavano brillantemente il cast Stefano Marchisio (Frank), Andrea Schifaudo (Dottor Blind), Federica Vinci (Ida) e il sempre fantasmagorico e vivacissimo Andrea Binetti (Frosch) che del genere dell’operetta è il portabandiera indiscusso.
Molto buone le prove del Coro, ahimè ancora con mascherina, e dell’Orchestra del Verdi, finalmente tornata in buca, circostanza che ha messo in rilievo evidenti miglioramenti dell’equilibrio del suono.
Pubblico non straripante ma, nonostante qualche intervento troppo entusiasta di una mini claque, lo spettacolo ha ricevuto un meritato successo. Nelle prossime recite, una volta passata l’emozione della prima, le cose dovrebbero andare ancora meglio.
Chiudo con un’osservazione e un appello: avrei preferito la versione originale in tedesco, lasciando solo i dialoghi in italiano. Inoltre, lo ribadisco, in caso di spettacoli lunghi l’inizio dovrebbe essere anticipato almeno alle 20.

Gabriele von EisensteinManuel Pierattelli
RosalindeMarta Torbidoni
AlfredAlessandro Scotto Di Luzio
AdeleFederica Guida
Principe OrlofskyAnastasia Boldyreva
Dottor FalkeFabio Previati
FrankStefano Marchisio
FroschAndrea Binetti
IdaFederica Vinci
Dottor BlindAndrea Schifaudo
  
DirettoreNikolas Nägele
  
Direttore del CoroPaolo Longo
  
RegiaOscar Cecchi
CoreografieLukas Zuschlag
ScenePaolo Vitale
  
Orchestra e Coro del Teatro Verdi di Trieste
  
Corpo di ballo della SNG Opera e balletto di Lubiana
  

La Messa da Requiem di Verdi al Festival di Lubiana. Grande, tra gli altri, Elīna Garanča

Prima cronaca dal bellissimo Festival di Lubiana, ne seguiranno molte nelle prossime settimamane!

Con la Messa da Requiem è cominciato il Festival di Lubiana, o meglio è principiata la parte dedicata alla musica classica, sinfonica e lirica che compete a queste pagine.
In realtà la grande manifestazione culturale che si svolge nella capitale slovena è già nelle piazze e nei teatri da qualche settimana con altri generi di spettacolo: dal Musical alla danza e molto ancora.
Come sottolineo ogni anno il Festival è una kermesse autenticamente popolare, una festa dell’Arte che coinvolge tutta la città e richiama numerosi turisti dai paesi limitrofi e non solo, sia per la presenza di grandi nomi sia perché il ventaglio delle proposte è davvero imponente.
Della genesi della Messa si sa tutto o quasi: nacque dall’urgenza personale di Verdi di onorare prima Rossini – che morì nel 1868 –, istanza che naufragò per incomprensioni varie, e poi Manzoni (1873). In quest’ultimo caso Verdi, scottato dall’esperienza precedente, fece tutto da solo.
Nelle lunghe discussioni sui background culturali dei compositori che si sono affacciati a codeste composizioni e sulla vera natura del Requiem – opera, composizione sacra? – trovo che una volta di più Massimo Mila abbia colto nel segno dicendo:

Nel Requiem latino la morte è sentita come totale negatività; è la fine di quel valore positivo che è la vita, e lo strazio del distacco vi brucia disperatamente.

In questo senso, la lettura di Roberto Abbado, che ha sostituito in corsa il previsto Karel Mark Chichon, mi è sembrata abbracciare in pieno il pensiero di Mila. Un’interpretazione dura, in cui la speranza è sembrata bandita. Contrasti dinamici accentuati, qualche volta anche al limite del clangore, agogiche incalzanti ma eloquenti nella loro scabra drammaticità.
La Filarmonica slovena, alla quale posso blandamente rimproverare solo qualche veniale intemperanza degli ottoni, ha risposto in pieno alle esigenze interpretative del direttore. Favorito dall’acustica particolare della sala del Cankarjev dom, il suono è uscito impressionante, compatto, maestoso e al contempo raffinato nei momenti più raccolti della partitura.
Eccellente la prestazione del Coro, rafforzato dalla compagine mista della Glasbena Matica di Lubiana, che ne ha amplificato la potenza (erano più di cento gli artisti del coro).
Per quanto riguarda i cantanti, sono stati tutti all’altezza della situazione con qualche distinguo.
Krassimira Stoyanova ha dimostrato una volta di più la sua eccellente affinità con questa parte sopranile; intonazione cristallina, acuti che girano perfettamente e passano il corposo muro orchestrale, fraseggio emozionante.
Elīna Garanča, elegantissima come sempre, ha confermato di essere tra i migliori mezzosoprani del momento. Gli acuti sono folgoranti e il registro grave è gestito con moderazione senza forzature di petto. Buona l’intesa con il soprano nel meraviglioso duetto Recordare.
Il tenore ucraino Dmitro Popov ha cantato con slancio e passione ma in modo un po’ monocromatico, privilegiando l’accento eroico anche quando dovrebbe essere la dolcezza a prevalere. Tuttavia la sua prestazione è stata senz’altro buona.
Riccardo Zanellato è una sicurezza, conosce la parte a menadito e la sua voce da basso, di bel colore, è stata tonante (Confutatis maledictis) ma anche capace di riflessivi ripiegamenti.
Pubblico numerosissimo, disciplinato e concentrato, che alla fine ha decretato un trionfo a tutta la compagnia artistica con ovazioni particolari per Elīna Garanča, orchestra e coro.

SopranoKrassimira Stoyanova
MezzosopranoElīna Garanča
TenoreDmytro Popov
BassoRiccardo Zanellato
  
DirettoreRoberto Abbado
  
  
Orchestra e coro della Filarmonica slovena
Coro misto della Glasbena matica

La lunga estate calda del vecchio blogger.

Chissà, forse qualcuno ha notato (non credo) che ho aggiunto un piccolo particolare all’intestazione del blog. Prima c’era scritto così:

Di Tanti Pulpiti, episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

Ora è così:

Di Tanti Pulpiti, dal 2006 episodiche esternazioni sulla musica lirica e amenità varie. Sempre tra il serio e il faceto, naturalmente. #verybullo

È importante? Lo è per me, perché di blog, che oggi sono cascami della Rete – nella migliore delle ipotesi – ne sono rimasti “pochi”, distrutti dalla valanga dei social più immaginifici e ineffabili. Perciò chi ha un blog vivo deve curarlo, amarlo, coccolarlo.
In realtà sono un blogger ancora da prima (2002), ma il passaggio tra piattaforme varie (Tiscali e Splinder) è stato crudele e molto è andato perduto. E, a dirla tutta, scrivo sul Web dal 1997. Insomma, sono 25 anni, che pochi non sono.
In questi cinque lustri ne ho viste di tutti i colori sia su queste pagine sia nella vita. Soprattutto nella vita, cristo, ma si va avanti.
Ora, nel 2022, mi si presenta un’estate caldissima non solo dal punto di vista del meteo – che dio maledica il caldo, io vivrei nel ghiaccio se potessi – ma anche dal lato impegni.
Da luglio ai primi giorni di settembre ho in agenda 14 serate in teatro solo tra Trieste e Lubiana; penso che se ne aggiungeranno altre a breve. Ce la farò? Boh, non sono più un ragazzino.
Vedrò e ascolterò musiche dei più grandi compositori di sempre interpretate da grandi artisti: da Anna Netrebko a Juan Diego Florez, da quello che resta di Placido Domingo a Esa-Pekka Salonen sino a Riccardo Muti e tanti, davvero tanti ancora.
Ho avuto agende peggiori, credetemi.
Perciò in questo giurassico luogo virtuale (e su Operaclick), gestito da un ancor più giurassico blogger, potrete leggere di teatro musicale. Non mi considero un critico, ma solo un modesto recensore.
Tuttavia spero di riuscire a raccontarvi bene delle magie e delle meraviglie che, nonostante le continue brutture che ci sbattono in muso, continuano ad accadere nel mondo. E se questo vi darà cinque minuti di serenità, fatemelo sapere.
E poi, dopo aver ricevuto questo premio , sento la necessità di scrivere sempre meglio, ché di cronache, recensioni e articoli vari pieni di errori e orrori ortografici e consecutio agghiaccianti ne abbiamo tutti abbastanza.
Pubblico questo articoletto perché proprio oggi la Zia quantistica avrebbe compiuto 94 anni, un altro modo per ricordarla.
Nel frattempo mi butto in lavatrice per rinfrescarmi.

Lo strano dittico Pagliacci/Al mulino ottiene un buon successo al Teatro Verdi di Trieste. Al mulino, opera di Ottorino Respighi in prima mondiale, è una piacevole sorpresa.

Ultimo appuntamento della stagione del Verdi – è stato aggiunto in luglio un estemporaneo Pipistrello, probabilmente per dare un contentino agli appassionati dell’operetta -, il dittico Pagliacci/Al mulino si è rivelato interessante e coinvolgente. Unica criticità, a mio parere, l’eccessiva lunghezza della serata che si è conclusa a mezzanotte.
Forse il teatro di una città che sta diventando turistica dovrebbe prendere esempio proprio dal modello di Venezia a cui, a torto o ragione, si ispira apertamente e programmare l’inizio degli spettacoli almeno un’ora prima del classico orario delle 20.30, o perlomeno farlo quando la durata supera le tre ore.
Pagliacci di Leoncavallo mancava dal teatro triestino da vent’anni e perciò vale la pena, credo, spendere due parole su quest’opera che un’intera generazione di autoctoni non ha potuto vedere sul palcoscenico di casa.
Fortunatissima da subito, Pagliacci all’esordio a Milano il 21 maggio 1892 beneficiò della direzione di Arturo Toscanini e l’aria più famosa, Vesti la giubba, fu incisa in tempi pioneristici (1903) da Enrico Caruso per la casa statunitense Victor, vendendo qualcosa come un milione di copie.
Erano i tempi in cui cavalcando l’onda del successo di Cavalleria rusticana di Mascagni si componevano opere con soggetti ispirati – a dire il vero con una certa libertà – al movimento culturale del Verismo. Giordano, Cilea, Mascagni e, tirandolo per i capelli, anche Puccini in parte della sua produzione sono da considerarsi compositori veristi.
Personaggi di basso stato spesso sordidi e marginali, ambientazioni fortemente legate a territori specifici, vicende cruente, sono le caratteristiche salienti dell’opera verista.
Nei Pagliacci convergono numerose anime. Può essere vista come un grande esperimento di metateatro, con il famoso Prologo che ci spiega come “il teatro e la vita non sono la stessa cosa” mentre lo svilupparsi la vicenda ci dice il contrario. E, del resto, sembra che per quanto artatamente mascherato il fatto di sangue – l’ennesimo femminicidio e un omicidio – di cui si narra sia realmente accaduto in un paesino calabrese.
Ruggero Leoncavallo, wagneriano fradicio, prese dal nume tutelare la convinzione che un compositore dovesse scrivere il libretto per la sua musica e infatti così è per Pagliacci. Ma se Wagner è ermetico, visionario, criptico ed elegiaco nei suoi versi, al contrario Leoncavallo è diretto, sanguigno, astutamente volgare nel suo libretto. E altrettanto empatica, emotivamente coinvolgente è la sua musica che asseconda e rinforza le parole forti dei versi.
Valerio Galli, sul podio di un’Orchestra del Verdi che si è ben disimpegnata in tutte le sezioni, ha interpretato la partitura con equilibrio e in linea con la regia di Victor Garcia Sierra, a sua volta ben supportata dai costumi tradizionali e colorati di Giada Masi, dalle scene di Paolo Vitale e dall’impianto luci di Stefano Gorreri : i contrasti dinamici e agogici intensi ma calibrati hanno dato rilievo sia ai momenti più tragici sia alle brevi oasi liriche dell’opera. Non è, Pagliacci, opera da salotti raffinati bensì da polverose piazze popolari; il suono rude, grasso ed epidermico è uno stile, come nelle rozze fotografie di strada di Bruce Gilden che immortalano un’umanità borderline stravolta da un flash sparato in faccia.
Nella regia, ridondante solo nelle proiezioni iniziali e con qualche sospetto di horror vacui qua e là, si ritrova tutto ciò che nell’immaginario collettivo deve esserci in uno spettacolo di strada itinerante: donne barbute, figuranti con i trampoli, giostre e accalcarsi di persone col tasso alcolico elevato immerse in un microclima sociale che palesa disagio ed emarginazione. C’è chi vuole qualcosa di più, come Nedda e Silvio, chi ci sguazza come Canio e chi, come Tonio, contribuisce con rabbia a inchiodare a terra le aspirazioni degli altri per vendicarsi di una natura che gli è stata matrigna.
In questo senso, Devid Cecconi colora il suo Tonio con la disperata prepotenza di un personaggio di Dostoevskij: non si può salvare il mondo con la bellezza? Beh, allora portiamolo al livello più sordido con l’abominio morale e l’odio. Un’interpretazione intensa, alla quale il baritono aggiunge una vocalità straripante ma controllata e una recitazione misurata nei gesti e nella mimica.
Valeria Sepe, voce di soprano che si espande negli acuti, è una Nedda minuta e fragile che si fa amare per il suo tragico e inesausto desiderio di guardare le stelle anche se immersa nel fango. Si concede non a Silvio, ma al miraggio di una vita migliore.
Amadi Lagha è un Canio di tradizione, sobrio nella recitazione in una parte che si presterebbe a eccessi e dotato di voce di buon volume e colore mediterraneo. Gli manca, forse, una personalità artistica più marcata che renda incisivo il fraseggio, ma il personaggio è risolto compiutamente.
Senza due bravi interpreti di Silvio e Beppe Pagliacci è monca e l’accorato Min Kim interpreta bene il sogno di Nedda allo stesso modo dell’elegante Blagoj Nacoski nell’insidiosa parte dell’Arlecchino. Completavano dignitosamente il cast Damiano Locatelli e Francesco Paccorini.
Molto bene il Coro, purtroppo ancora costretto alla mascherina, ed eccellente la prova dei ragazzini del coro di voci bianche.
Successo pieno per tutta la compagnia artistica, più volte chiamata al proscenio da un pubblico magari non foltissimo ma partecipe.
Dopo un lungo intervallo è stata la volta della sofferta opera di Ottorino Respighi, Al mulino, rimasta incompiuta. Nel libretto di sala si spiega con dovizia di particolari quali sono state le strategie e le motivazioni di Paolo Rosato e Fabrizio Da Ros – sul podio dell’orchestra in questa prima mondiale – per completare dopo più di un secolo la partitura. Un lavoro ancora in fieri, a detta dei prefati protagonisti.
Dal mio punto di vista l’opera soffre di qualche lungaggine e di un libretto un po’ troppo verboso nel linguaggio, ma questa prima uscita mi ha convinto perché la musica è coinvolgente nella sua enfatica solennità che non affonda mai nelle melmose spiagge della magniloquenza stentorea.
La vicenda è semplice e si svolge In Russia ai primi del Novecento in una famiglia contadina disagiata, dove un padre padrone (Anatolio) maltratta per ignoranza e maschile paternalismo spinto la giovane figlia Aniuska la quale, ovviamente, si innamora di un ribelle oppositore del regime zarista, Sergio. Nicola, operaio segretamente innamorato della bella mugnaia, non vuole in alcun modo che la giovane realizzi il suo sogno e fa il delatore rivelando all’ordine costituito il nascondiglio del fuggitivo Sergio. Aniuska sbrocca alla grande e annega tutti, buoni e cattivi, nelle acque del fiume che alimenta il mulino.
Ed è appunto il mulino protagonista della messinscena di Daniele Piscopo, che firma appunto regia, scene e costumi. Allestimento pienamente riuscito nella sua relativa semplicità, che con la sua cupezza incombente macina i sentimenti dei protagonisti e accompagna una musica spesso tetra, violenta e minacciosa dall’incessante incedere.
I cantanti, “costretti” a un declamato teso e agitato, sono stati tutti all’altezza della situazione sia dal lato vocale sia da quello scenico ma, almeno dalla mia posizione, alcuni sono sembrati sottodimensionati per volume perché l’orchestra è parsa davvero un muro difficile da superare.
A Domenico Balzani non fa certo difetto il volume e con la sua interpretazione ha dato rilievo al viscido Nicola.
Zi Zhao Guo (Sergio) è uscito tutto sommato bene da una parte tenorile che mi è sembrata impervia, mentre Afag Abbasova-Budagova Nurahmed (Aniuska), brava dal lato attoriale, ha palesato i limiti di una voce forse troppo esile e ha risolto il personaggio per impegno e partecipazione emotiva.
Ancora brillante Blagoj Nacoski (Ufficiale) e accettabile, ma meno centrata, la prestazione di Min Kim nei panni del crudele Anatolio. Funzionale allo spettacolo il rendimento di Cristian Saitta (Pope), Anna Evtekhova (Maria) e Giuliano Pelizon (Soldato), mentre nella breve ma impegnativa parte tenorile (“Solo”) è stato eccellente Francesco Cortese. Buona la prova del Coro.
Fabrizio Da Ros ha diretto con grande pathos la compagine triestina, anche in questa occasione brillante, ed è riuscito a trasmettere quella sensazione angosciosa di catastrofe imminente che mi pare la cifra distintiva dell’opera.
Alla fine anche in questo caso il pubblico ha applaudito tutta la compagnia artistica, decretando così un franco successo a questa nuova produzione del Verdi.

Pagliacci
  
Canio/PagliaccioAmadi Lagha
Nedda/ColombinaValeria Sepe
Tonio/TaddeoDevid Cecconi
Beppe/ArlecchinoBlagoj Nacoski
SilvioMin Kim
Un contadinoDamiano Locatelli
Altro contadinoFrancesco Paccorini
  
DirettoreValerio Galli
Maestro del coroPaolo Longo
RegiaVictor Garcia Sierra
ScenePaolo Vitale
CostumiGiada Masi
LuciStefano Gorreri
  
Coro dei Piccoli Cantori della Città di Trieste diretti dal Maestro Cristina Semeraro
  
Al mulino
  
AniuskaAfag Abbasova-Bugadova Nurahmed
NicolaDomenico Balzani
SergioZi Zhao Guo
PopeCristian Saitta
AnatolioMin Kim
MariaAnna Evtekhova
SoloFrancesco Cortese
SoldatoGiuliano Pelizon
  
DirettoreFabrizio Da Ros
Regia, scene e costumiDaniele Piscopo
  
Orchestra e Coro del Teatro Verdi di Trieste
  




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